Intervista a Bugo


Bugo ha risposto alle domande sulla spiritualità presente nell’ultimo disco “Nuovi Rimedi Per la Miopia” e in tutta la sua discografia. Nell’intervista che segue la tensione religiosa e i dubbi di un artista.

“Vorrei avere un dio” dieci anni fa segnò l’inizio della tua ricerca musicale di Dio. Mi pare, ascoltando il nuovo album “Nuovi Rimedi Per La Miopia”, che continui a non avere certezze nei riguardi del Signore. Sei inquieto, non lo hai ancora trovato e non ti stanchi mai di cercarlo…

È vero, non ho certezze. Vivo questo legame che non so esattamente da dove arrivi. Sarà che ho frequentato le scuole dei preti quando ero alle elementari, sarà che sono italiano e che quindi, avendo il Vaticano così vicino, non posso fare a meno di confrontarmi con la religione. E’ un confronto poco sereno, come tu hai notato. Non mi ritengo un uomo di fede, ho sempre pensato che chi crede è sereno appunto perché ha la certezza. Io non riesco ad avere questa certezza, capita piuttosto che ci sono momenti che per qualche ragione devo trattare il mio rapporto con la religione. Diventa quasi un ossessione che devo affrontare nel modo più diretto possibile. Vedi per me la religione ha diversi punti di interesse: religione come mistero della vita e della morte, religione come forma di violenza e controllo sui popoli, religione come slancio verso il trascendente e l’infinito. Io analizzo queste dinamiche , che includono ovviamente il mio rapporto critico con il Signore. 

Cosa vorresti che la gente capisse veramente mentre ascolta la canzone “Alleluia”?

“Alleluia” l’ho scritta nel 2003. Volevo un brano fortemente intimista che toccasse direttamente il tema religioso. Quel mio alleluia era frutto di una persona internamente lacerata, che voleva comunicare al proprio pubblico un nuovo aspetto del suo vivere. Ricordo la prima volta che l’ho eseguita, era a Bologna, all’Estragon, non avevo ancora il testo completo ma ad un certo punto mi misi a cantare ripetutamente il ritornello semplice di “Alleluia” e il pubblico cominciò a cantare con me, così forte che non me lo aspettavo. Io non so se quella sera il pubblico abbia capito che facevo sul serio, perché si può essere seri anche scherzando sui temi religiosi. “Vorrei avere un dio” è un brano che scherza con quei temi così tanto che uno stenta a credere che l’autore di quel brano possa essere una persona che comunque è realmente attratta dalle tematiche religiose.

Citando un verso di “Alleluia 1 Rep”, sei “spiritoso” o “spiritato” nei riguardi dell’Aldilà?

Entrambi direi. Non penso mai all’Aldilà come qualcosa dopo la morte. Penso che abbiamo a che fare con la morte tutti i giorni, ogni giorno è inizio e fine, viviamo di fallimenti che sono una forma di morte, ma dopo quella morte c’è un nuovo giorno. Vista in questa ottica, l’Aldilà mi pare una summa delle nostre azioni, un resoconto delle nostre sconfitte e delle nostre vittorie, la pagella scolastica della nostra vita.

Ti muovi sempre tra l’acustico e il rock: scrivi e canti un folk quieto che si alterna a brani più energici. Ma in “Nuovi Rimedi Per la Miopia” hai scelto l’elettronica per “Lamentazione n. 322″, un atto di fede in una canzone comunque dolente.

“Lamentazione n.322″ è l’urlo di una persona che ha paura di essere lasciata sola e dimenticata. Tutti più o meno viviamo questa paura. io sono una persona che ha bisogno di sentirsi “protetta” e nei momenti difficili mi sento abbandonato, non perché sono solo fisicamente, ma perché è qualcosa che provo e che non posso nascondere. Il verso cruciale di quel brano è appunto “Non ti dimenticare di me”. E davvero, non so dirti se questo urlo disperato è un atto di professione di fede, la gente nei momenti difficili reagisce nei modi più diversi. Ho usato una musica elettronica, con un beat da brano di discoteca, proprio per enfatizzare questa tensione: musica per ballare e divertirsi, testo arrabbiato e disperato.

Nel nuovo album indichi la fede come un rimedio alla morte, quella morale e sociale del nostro Paese. Attendiamo di risorgere dal punto di vista economico. Ce la faranno gli italiani a risorgere spiritualmente?

La mia ricerca come artista comprende anche alcune valenze religiose. Con questo disco era ora di dirlo ancora più apertamente, ma è sempre stato così per me. Con il tema religioso posso farci ciò che voglio, scherzarci su, essere serissimo, essere dubbioso, essere serenissimo. Detto questo, io non indico la fede come rimedio per il nostro paese, io indico, come mio rimedio per me, la mia arte che, ripeto, talvolta prende in considerazione temi religiosi. Io parlo sempre come artista, non come credente. Ognuno deve trovare il proprio rimedio, non è mio compito indicare al prossimo la strada che deve intraprendere. E’ la Chiesa che dovrebbe fare questo, indicare la strada. Ma la Chiesa ora è in crisi. Al suo interno, perché è in crisi la fede degli uomini di fede (se ne parla sempre sui giornali). Al suo esterno perché c’è un sentimento pericoloso di “cristianofobia” per cui in diverse parti del mondo si è scatenata un vera persecuzione; ma anche, e sopratutto, perché esiste uno scollamento tra chiesa militante e popolazione. Mancano forze fresche e di qualità che possano aiutare gli italiani ( e tutti i cristiani) a sentirsi parte della Chiesa vera, la Chiesa della gente comune. E venendo al mio disco, forse gli italiani si sentono “città cadaveri” perché Dio o è assente o è vendicativo.

Qualche artista sensibile al Divino afferma che la composizione di una canzone spirituale non segue le stesse regole di scrittura di un brano di pura evasione. Come nasce un brano dedicato a Dio?

Bella domanda! Non so come nasce! Non so dirti esattamente come nasce una canzone. Io personalmente cerco di essere il più semplice possibile. A volte mi dico “Cristian, non scrivere testi religiosi, alla gente non interessano”, poi mi rigiro e mi dico che invece nessuno di noi può fare a meno di rapportarsi con il divino, perché io credo che il divino sia in realtà profondamente umano, non è così distante da noi, è dentro di noi, dipende se ci interessa ascoltarlo, oppure ignorarlo, oppure combatterlo. Certo, è diverso dallo scrivere una canzone di pura evasione, perché c’è in gioco il tuo rapporto con il mondo, le possibili critiche, la tua sincerità artistica, la tua visione della religione.

Quanta Bibbia c’è nelle tue canzoni? Quale libro della Bibbia ha inciso positivamente nella tua esperienza di uomo e di artista?

Ho avuto periodi nel mio passato che la leggevo di continuo. Ho iniziato per curiosità. È un libro pazzesco! Ti fa perdere la testa a volte, è un testo che può farti impazzire (qualcuno impazzisce veramente!). È ricco anche di contraddizioni, e per fortuna dico io. Non lo leggo sempre, anzi, ultimamente non riesco a leggere nulla, sarà due anni che non leggo una pagina di libro, Bibbia compresa. Nel mio ultimo disco “Nuovi rimedi per la miopia” tuttavia, ci sono moltissimi rimandi al libro di Giobbe.

Ti è mai passato per la mente, mentre partecipi alla celebrazione di una santa messa, di prendere in mano la chitarra e di cantare a Dio? Come giudichi i canti che vengono eseguiti in una celebrazione eucaristica?

No, non mi viene voglia di suonare sinceramente però cambierei molte cose. Vado a messa quando posso e quando voglio, e questo mi permette di essere piuttosto lucido su quello che avviene durante i canti. La percentuale di giovani è bassissima, il tono dei canti è spesso lamentoso e noioso, non c’è vera partecipazione. La questione è che ai giovani non interessa cantare Dio, la Chiesa si deve interrogare su questo. Ci vorrebbe una messa diversa, che si adatti ai tempi, più snella, adatta ai giovani, giovanissimi. Ora la Chiesa mi pare che vivi parallelamente alla realtà più che nella realtà stessa. La realtà parte dai giovanissimi e ora a messa di giovanissimi non ce n’è quasi traccia.

Mi colpisce il tuo coraggio di mostrare – specie nelle interviste – la fede in Cristo in un ambiente chiuso come quello musicale italiano, dove l’appartenenza confessionale a una Chiesa è un tabù. Come è percepita la tua ricerca spirituale nella scena “indie” in Italia?

Grazie per quello che dici ma non mi ritengo coraggioso. Più che mostrare la mia fede (ripeto, non mi ritengo un uomo di fede), cerco di porre sotto gli occhi di tutti qualcosa di cui secondo me non possiamo fare a meno, e cioè, la tensione al divino. Tratto un tema delicato, che proprio per questo mi affascina. L’ uomo e il divino, l’ uomo che soffre e la sua croce, sono immagini potenti ( e anche violente) che rientrano nella quotidianità di tutti noi. Anche se vogliamo ignorarle, quelle immagini sono spesso davanti a noi. Mi interessa la fragilità dell’uomo, fragilità che lo porta in un modo più o meno consapevole a rapportarsi con la religione. Non so dirti esattamente come il mondo musicale italiano abbia recepito questo mio interesse. Sai, più di 10 anni fa scrissi “Vorrei avere un dio”, che aveva un taglio fortemente ironico e ora “Lamentazione nr 322″ che è così fortemente serio. E’ chiaro che qualcuno ne è rimasto destabilizzato. Un sito ha commentato ad esempio che Bugo ha fatto “un disco democristiano”. E’ un problema di comunicazione: o sono io che non riesco a farmi prendere sul serio, oppure sono gli altri che traggono conclusioni sommarie. Il fatto che a me piace trattare le cose da angolazioni sempre diverse. Una delle mie regole principali è: non ripetersi mai. Questo comporta che qualcuno possa non accettare subito quello che sto dicendo. Ci vuole forse del tempo per farsi un idea generale di quello che sto portando avanti.

2 commenti a “Intervista a Bugo”

  1. Pietro scrive:

    Auguri Bugo !!! Ma a me sembra non che non ti ripeti mai ma che non esci mai fuori dal tuo ” Io ”
    egoistico.

  2. ricky barone scrive:

    Mi fanno sorridere quelli che dicono che gli artisti sono narcicisti! ma lo devono essere! altrimenti che artisti sono? Ma il narciso è la crosta dietro la quale c’è un anima, chi si ferma all’io narciso e non va oltre mostra di essere lui il vero egoista!

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