Scrivono i giornali

Anche attraverso i giornali il Convegno di Reggio Calabria ha lasciato il segno, tutte pagine per noi molto significative e che di certo conserveremo, nuovi tasselli della nostra piccola grande storia. Ho ricevuto, in particolare, i seguenti articoli, pubblicati dal quotidiano locale “CalabriaOra” di mercoledì 4 Aprile e portano la firma di Jenny Canzonieri, che ha preso parte ad alcuni momenti dei lavori del Convegno.

“«È difficile trovare l’ispirazione da sé».
Esordisce così una giovanissima scrittrice. La chiamiamo scrittrice per farla sentire importante, invece Maria Cristina è una liceale attenta che spera di trovare nel laboratorio di scrittura creativa e nello stimolo poetico, una via “tecnica” perché il genio dello scrivere nasca a comando. Già, perché si tratta di ricerca della tecnica, è questo quello che vanno cercando i giovani che si accingono all’universo della letteratura espressiva. Consapevoli, vanno alla scoperta di strumenti rapidi per imparare ad esprimere le sensazioni. E «c’è un secondo fine», come spiega Maria Cristina, per molti di loro è l’input a trasformare una passione in un domani professionale, ma per farlo bisogna imparare dai maestri.
Ma come nasce un racconto? Il punto di vista di Giulio Mozzi, fondatore di una scuola di scrittura creativa in quel di Padova, è tendenzialmente opposto. «Certo c’è una tecnica, come per ogni cosa, ma raccontare una storia è prima di tutto un allenamento per relazionarsi con l’altro. Niente funziona – spiega – se si pensa che il racconto serva solo ad esprimere se stessi e le proprie inquietudini. Il racconto è relazione, la letteratura è un’attività di relazione». La faccenda della tecnica insomma, “puzza un po’ di bruciato” secondo Mozzi, molto più orientato a scorgere nel racconto un vero e proprio fondamento etico che si discosta da quella affannosa ricerca dei “trucchi del mestiere”. “Nel racconto deve esserci la voglia di donarsi, di donare il proprio talento”.

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Scrivere? Oggi si è persa la sensibilità del testo, la forza propulsiva che può scaturire dall’inchiostro spinto da parole indomite, vogliose di sciogliere la loro passione sul foglio di carta, sul diario, sul rigo inerme. Scrivere è una parola grossa, ansiosa a volte, incauta, tragica, eppure la scrittura è genesi e la parola è principio pensante di cose, fatti, paesaggi immaginari e immaginati, storie.
È partito proprio dal principio, dalla storia dell’umanità il IV Convegno nazionale sulla Letteratura organizzato dall’Associazione Pietre di Scarto e dalla Federazione BombaCarta.

In principio era il racconto”, tema dipanato in tre giorni di relazioni, allusioni, dibattiti, discussioni, interrogativi. Una magica atmosfera visionaria, un sussurro sulle tracce del racconto principiante o professionale, romanzato o iniziatico, ha attraversato i tre momenti di riflessione. Al gioco delle parole, si sono prestati i migliori esponenti di BombaCarta da Antonio Spadaro a Michela Carpi e ancora Andrea Monda, Maria Renda, Giulio Mozzi, Brunetto Salvarani, Angelo Vecchi Ruggeri. E poi i laboratori simultanei, svolti nei licei reggini da Stas’ Gawronski, Rosa Elisa Giangoia, Paolo Pegoraro, ecc. con quell’attenzione che non poteva essere da meno all’impegno di BombaCarta: riportare l’uomo alla lotta del confronto attraverso il segno, l’immagine, il suono provocati dalla parola.
Dopo essersi chiesti a che cosa serve la letteratura in un odierno monopolizzato dalla fiumana delle immagini, dell’informazione virtuale, dopo aver scoperto che la realtà e la fantasia camminano di pari passo e dopo aver acceso un fuoco nel buio del mistero – il mistero della scrittura – gli amanti della letteratura hanno puntato dritto sul concetto di libertà, sull’importanza della favola come scoprimento di una dimensione nuova. È il fascino della storia, tanto fantastica quanto infinita, specie quando ci credi fino in fondo, la vivi come metafora della tua stessa essenza.

«Flannery O’Connor – ha spiegato Andrea Monda, responsabile del settore Bomba Cinema – diceva che gli uomini diventano ciò che vedono, e allora quando si racconta una storia può anche accadere di vedere in essa oltre un principio di libertà, un’occasione per crederci fino a fare assomigliare la fantasia al vero». Monda, è uno di quelli che non ama l’autobiografismo, preferisce la visione cinematografica ed è di questo che ha trattato nel corso degli incontri, anche di laboratorio. Sempre le immagini a parlare, anzi il silenzio sfuggente dell’incipit. «Com’è nel mio stile – continua – ho preferito stimolare i ragazzi con piccoli spezzoni filmici: l’inizio e nulla più. È un modo semplice, ma ricco di tensione, il momento in cui entrano in gioco i motivi per i quali si è scelto di cimentarsi con il racconto. Riscontro un confronto prolifico, a volte illuminante, con un testo assolutamente oggettivo al di là dell’interpretazione, che poi può anche prendere una piega soggettiva, ma intanto tutti sono protagonisti e questo è fortemente liberatorio». Allora sì, la narrazione ha a che fare con la libertà, con l’esperienza della vita, mentre il linguaggio affranca il pensiero dal suo essere evanescente, dal caos dell’incomunicabilità o dell’incomprensione”.

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