Dal vangelo secondo Nick Cave

«Comprai la mia prima Bibbia (nella versione di King James) perché mi piaceva un sacco il Vecchio Testamento, con quel Dio maniacale e punitivo che infliggeva castighi al suo popolo eternamente sofferente. Mi lasciò a bocca aperta, incredulo per l’intensità della vendetta. Mi appassionai sempre più alla letteratura violenta, oltre che a una vaga sensazione della presenza divina nel mondo. Avevo vent’anni e il Vecchio Testamento toccava quella parte di me che protestava, scalpitava e sputava sul mondo. Credevo in Dio, ma credevo anche che fosse malvagio. Se il Vecchio Testamento era il testamento di qualcosa, era il testamento del male. Il male affiorava in superficie, il male era così vicino: sentivi il suo odore prepotente, vedevi le spirali di fumo giallo che si levavano dalle pagine e sentivi i gemiti agghiaccianti e disperati. Era un libro meraviglioso e terribile, era un libro sacro.

Ma poi cresci. Cresci, davvero. Ti dai una calmata. E fra le crepe della terra dura e amara spuntano germogli di compassione. La tua rabbia non ha più bisogno di un nome. Non provi più conforto a guardare quel Dio fuori di testa che tormenta i derelitti dell’umanità. Invece impari a perdonare te stesso e il mondo. Il Dio del Vecchio Testamento comincia a trasmutarsi nel tuo cuore: i metalli vili si trasformano in oro e argento, e ti appassioni al mondo.

Poi un giorno conobbi un parroco anglicano che mi suggerì di darci un taglio con il Vecchio Testamento e di leggere il Vangelo secondo Marco. A quel tempo non avevo ancora letto il Nuovo Testamento perché parlava di Gesù Cristo. Dai miei ricordi di bambino veniva fuori un Cristo smidollato, pieno d’amore per tutti, ma privo di linfa vitale, usato come un burattino dalla chiesa. Da bambino cantavo nel coro della cattedrale di Wangarafta, e già allora la storia di Gesù mi era sembrata proprio insignificante. La chiesa anglicana era il decaffeinato della fede, e Gesù era il suo Signore.
– Perché Marco? – gli chiesi.
– Perché è corto – mi rispose.

[…] Il Vangelo di Marco è un acciottolio di ossa, è così crudo, teso e scarno di particolari che la narrazione si strugge per la malinconia dell’assenza. […] Dal Vangelo di Marco emerge un Cristo che si trascina per gli episodi casuali della sua vita, un Cristo traboccante di intensità. Io l’ho trovato irresistibile. Cristo mi ha parlato con la sua solitudine, con il fardello della morte, con la rabbia per il mondo, con il suo dolore. Cristo è stato la vittima della mancanza di immaginazione da parte dell’umanità: i chiodi che l’hanno crocefisso mancavano di creatività.

Il Vangelo secondo Marco è tuttora una guida per la mia vita, è la radice della mia spiritualità, della mia religiosità. Il Cristo della chiesa, il “Redentore” placido e apatico, l’uomo che sorride benevolo ai bambini o che pende dalla croce calmo e sereno, nega a Cristo il potente dolore creativo o la rabbia furente che invece, nel Vangelo secondo Marco, è travolgente, intensa. La chiesa nega a Cristo la sua umanità, presentandoci un personaggio che forse possiamo “lodare”, ma con il quale non possiamo assolutamente stabilire un legame. Il Cristo di Marco, in tutta la sua umanità, ci offre un progetto di vita, un modello da seguire piuttosto che da riverire, un modello che può liberarci dalla vanità della nostra esistenza, invece di farci sentire piccoli e indegni. Per lodare la perfezione di Cristo, ci inginocchiamo con il capo chino. Cristo non ha certo in mente una cosa del genere. Cristo è venuto a liberarci. Cristo ha capito che noi esseri umani siamo destinati a rimanere sempre inchiodati a terra a causa della forza di gravità: il nostro essere ordinari, la nostra mediocrità. Il suo esempio ha offerto alla nostra immaginazione la libertà di sollevarci e volare. La libertà di essere come Cristo»

[Nick Cave in Apocalissi. Ventidue modi di leggere la Bibbia, Isbn 2007, pagg. 251, euro 15]

  • Tommy

    Il caldo rende la mente flaccida, ogni tentativo di elaborazione è recepito dalla stessa come un’aggressione. Eppure è stato bello leggere questo scritto.
    La sua bellezza sta nelle parole che senti giuste, giuste a contenere quelle sensazioni da sempre sospese tra il timore del blasfemo e l’indubbio; nel voltarti indietro e scorgere i percorsi dell’anima; sta nella connotazione della dimensione umana che è essenzialmente “mediocrità che tende”, gioiosamente tende, motivata e migliorata da una assertività speranzosa. Non è mai “divinità” frustrata dalla propria umanità, pochezza triste che fa della nostra religione una malattia

  • Elisabetta

    Tutto giusto, peccato che la Chiesa non sia assolutamente quello che descrive lui. Io ci sento i classici pregiudizi del mondo anglicano verso la Chiesa, così magistralmente sviscerati dal cardinale Newman, che li conosceva bene essendosi convertito dall’anglicanesimo al cattolicesimo.
    Elisabetta

  • Paolo Pegoraro

    Cara Elisabetta, se rileggi con attenzione ti accorgerai che l’istituzione stigmatizzata da Cave è proprio quella anglicana. La recezione del Concilio Vaticano II, ad ogni modo, è tutt’altro che conclusa; lasciamo perdere l’apologia e dedichiamoci piuttosto alla riscoperta dei vangeli.

  • Elisabetta

    Bè, sono contenta di essermi sbagliata allora… grazie Paolo!
    E’ vero che Nick Cave parla della Chiesa Anglicana, ho letto meglio.