La parola poetica: farfalla infilzata o conchiglia marina?

(relazione al Convegno “La poesia. Vivere nella possibilità”, Reggio Calabria, 3 aprile 2008) 

La poesia è una «forma di vita», potrei addirittura dire che è la vita che prende forma. Quando una vita prende forma? Quando davanti a lei si aprono possibilità. Una vita prende forma non quando è determinata, necessitata, ma quando davanti ad essa si dispiegano opportunità, aperture, possibilità. Vivere è vivere nella Possibilità, come ha scritto in un suo verso la poetessa statunitense Emily Dickinson (1830-1886): I dwell in possibility (P 657). Per la Dickinson il poeta guarda e vede ciò che è sotto gli occhi di tutti, ma egli ha la funzione di dischiudere le immagini e distillare significati: Svelatore d’Immagini, / è Lui, il Poeta. (Of Pictures, the Discloser – / The Poet – it is He, P 448).

In questo svelamento vi è anche una dimensione «esplosiva» così che lei può parlare allusivamente della poesia come di una bomba presa e stretta al petto: afferrammo una Bomba – / e la stringemmo al Petto – / anzi la stringiamo (P 443). Cosa fanno i poeti, dunque?

In che cosa consiste questa dimensione esplosiva della poesia? Quali sono le sue caratteristiche salienti? Come descriverla? Nelle riflessioni del teologo gesuita Karl Rahner, uno dei pensatori migliori del 900, è possibile trovare alcune riflessioni poco note sulla poesia, che mi hanno aiutato a comprendere meglio ciò che i versi di Emily Dickinson mi avevano aiutato a intuire. Rinvio al volume La grazia della parola. Karl Rahner e la poesia (Jaca Book, 2006) per una analisi critica del suo pensiero. Qui semplicemente mi farò come guidare per mano sia da Rahner sia dalla Dickinson nel tentativo di parlare della parola poetica.

La parola poetica è un «pensiero incarnato»

Il poeta pensa in versi. La parola poetica non è l’espressione esteriore di un pensiero che, anche senza la parola, potrebbe esistere altrettanto bene. La parola è un «pensiero incarnato», non semplicemente l’aspetto esteriore del pensiero. La parola è qualcosa di più originario del pensiero. Si pensa in una lingua, e la lingua precede e accompagna il pensiero. E questo vale in maniera eminente per il poeta. Non c’è un pensiero che precede il suo darsi in versi, in parole. Il linguaggio poetico si esprime in figure, non in riflessioni e queste figure possono far «dire» più di quanto la riflessione riesca a fare. E questo perché, come diceva Oscar Wilde, lo scrittore non può pensare in altro modo che in forma di racconto: pensa in inchiostro, come lo scultore «pensa in marmo» e così via. Per questo motivo le varie lingue non sono intercambiabili.

Lingue diverse possono essere comprese e anche tradotte, ma non per questo le lingue sono equiparabili a una serie di facciate, di cornici esterne dietro le quali si annida semplicemente e unicamente lo stesso pensiero. Insomma, ci possono essere traduzioni, ma non sostituzioni. La lingua non è soltanto la cornice esterna di un quadro. Così la noche di Giovanni della Croce non è la Nacht di Nietzsche o di Novalis. L’agape della Lettera ai Corinzi non è solo una diversa applicazione dell’amore dei popoli indoeuropei. Gli esempi si possono moltiplicare. Tutti comunicherebbero l’istanza dell’assoluta unicità della parola poetica.

La parola poetica dunque non è l’espressione di un pensiero precedente, ma è il fiorire del pensiero davanti al mondo. Le parole poetiche sono le prime parole del pensiero che si confronta col reale dentro una lingua. È come la lava che esce incandescente dal vulcano.

La parola poetica è una conchiglia

Le parole, poi, non sono identiche le une alle altre, non hanno lo stesso peso specifico, anche all’interno della stessa lingua, come fossero oggetti intercambiabili. Karl Rahner pone una differenza fondamentale tra parole che sono come «farfalle morte, infilzate nelle vetrine dei vocabolari», e parole viventi, che esistono da sempre e che, «quasi per miracolo, rinascono continuamente». Queste ultime, anche attraverso l’indicazione di una cosa sola, «lasciano trasparire la infinita gamma della realtà, simili a conchiglie dentro le quali risuona il vasto mare dell’infinità. Sono esse che ci illuminano e non noi a illuminarle. Esse esercitano un potere su di noi, perché – scrive Rahner – sono doni di Dio e non invenzioni umane, anche se è grazie alla tradizione degli uomini, che sono potute giungere sino a noi». La conchiglia (Muschel) è l’efficace simbolo per dire l’infinità presente nella finitudine della parola. Le parole che sono «farfalle morte» sono senza mistero, superficiali, sufficienti per la mente, utilitarie (Nutzworte). Le parole-conchiglia sono oscure, perché «evocano il mistero luminosissimo delle cose». Sono queste le parole della poesia, le parole, «primigenie» o, meglio ancora, «originarie», dell’origine, (Urworte). In questa parola l’uomo accosta «l’orecchio alla conchiglia del mondo». Il mondo, a sua volta, è conchiglia ha scritto il poeta bresciano Giovanni Cristini (1925-1995): L’universo non è / che un geroglifico immenso, un grumo / di segni, una conchiglia, un nido / indecifrabile agli occhi / della mente e del cuore.

La parola poetica non è un righello che squadra, ma un luogo di evocazione e di risonanza. Insomma la parola evoca ciò che nomina e lo fa scaturire dal fondo dal quale proviene e nel quale rimane nascosto. Ciò trova conferma in varie dichiarazioni di poetica di scrittori e artisti della parola, come anche nelle loro opere. Notiamo, ad esempio, che nella Ballata dalle arcate di Wawel il poeta Karol Wojtyła, Giovanni Paolo II, contrappone l’immagine di santo Stefano martire che sopra di sé contempla i cieli aperti e quella di Pitagora, figura del filosofo senza fede, del pensiero calcolante, che per comprendere prende le misura, inquadra e squadra:Non misurerai, non misurerai Pitagora, non chiuderai nella cifra, nel chilometro. / Non avvicinare di notte alla volta celeste i compassi, le scale.

La vita non è questione da affrontare con righello e calcoli. Lo ha scritto nella sua Metodologia il poeta messinese Bartolo Cattafi (1922-1979): Inutile farla lunga, /girarla, rigirarla / allo spiedo, al rovello / dell’attenta osservazione, l’analisi, la sintesi, / i discorsi sul metodo. / Si muore dalla noia. / C’è un modo d’aggredire la questione: / col coltello. Occorre la luce d’altro fuoco per giungere all’«osso» o all’«anima» del reale, secondo il poeta. La parola poetica vive di questo fuoco. L’uomo ha bisogno di udire tali parole, di stare ad ascoltarle a lungo.

Le parole poetiche sono parole della possibilità, parole che dispiegano possibilità di significato e di comprensione; parole che rendono il mondo conchiglia. Sono parole che aprono, non che chiudono e definiscono. Le parole sono finestre e conchiglie, mani che sono disposte a dare e ad accogliere.

La parola poetica è originaria

Qual è la differenza tra parole originarie e parole utilitarie? Le prime sono le parole di Adamo. In esse le cose si mani
festano nelle parole così come se fossero al primo giorno della loro creazione. C’è ancora l’eco del Big Bang, della sua forza propulsiva e mantiene l’eco dello scoppio. C’è in esse una freschezza che ancora profuma delle sue origini recenti, della sua creazione. Henry David Thoreau in una conferenza del 1851 dal titolo Walking scrive che «poeta dovrebbe esser colui che sa usare le parole trapiantandole sulla pagina «con la terra ancora attaccata alle radici» (with earth adhering to their roots), parole vere, forti e naturali da schiudersi come gemme all’annunciarsi della primavera (true, and fresh, and natural that they would appear to expand like the buds at the approach of spring).

È vero che la realtà esiste anche se non è conosciuta e affermata, ma questa realtà riceve intensità esistenziale quando perviene alla parola: è ciò che ci comunica Adamo che nomina la creazione. Il poeta è colui che in modo denso e ricco prosegue l’opera di Adamo: «il poeta – scrive Karl Rahner – non è un uomo che dice con superflua ricchezza di immagini e con fare compiaciuto, mediante le rime e con un profluvio di parolette sentimentali, ciò che altri – i filosofi e gli scienziati – hanno detto in un modo più chiaro, più oggettivo e più comprensibile». Il rischio sempre in agguato è quello di vedere nella parola poetica solamente una felice illustrazione di ciò che potrebbe essere detto più brevemente e con più precisione e restare fissato con un concetto. Qui si tratta di cercare il potere proprio della parola poetica nel dire ciò che nessun altro tipo di costruzione speculativa potrebbe giungere ad esprimere. Un genio poetico quale fu il gesuita francese François Varillon nelle sue ampie Traversate di un credente (Jaca Book, 2008) ha inteso la poesia come «un senso acuto e doloroso dell’insufficienza della ragione discorsiva per illuminare il mistero dell’anima».

Il potere proprio della parola poetica è la freschezza, cioè il dischiudersi delle possibilità che si aprono come «gemme all’annunciarsi della primavera», nelle certezza, come scriveva il poeta gesuita inglese Gerard Manley Hopkins (1844-1889), che vive in fondo alle cose la freschezza più cara (There lives the dearest freshness deep down things). È questo un verso preziosissimo, che ho usato come titolo per una antologia delle sue poesie appena pubblicata da Rizzoli, e che il domenicano Pierre-Marie Emonet ha usato per una sua introduzione alla filosofia dell’essere.

Allora ha ragione la Dickinson ad affermare: I Poeti non accendono che Lampade – / essi stessi e poi spariscono / ma le Fiammelle che stimolano – / se vitale è la Luce / durano come i Soli (P 883). Il poeta coglie l’esperienza in modo luminoso, svelando significati inediti e sapori nuovi: Da Calici scavati nella Perla / assaporo un liquore mai gustato (P 214). In questa sorta di profonda percezione del senso dell’esistenza e dell’avventura della vita vivono le esplosive tensioni e le contraddizioni della poesia.

La parola poetica rende presente ciò che nomina

La parola primigenia evoca la realtà di cui parla e la rende presente. È chiaro dunque che quando il poeta scrive in una sua poesia la parola «acqua», essa può avere un significato ben diverso rispetto a quello che le attribuisce un chimico pensando alla formula H2O: l’acqua che l’uomo vede e che il poeta canta non è un elogio poetico dell’acqua del chimico. Non c’è affatto da dubitare o sospettare del chimico o del fisico, ovviamente. È solo da precisare che per il chimico la parola «acqua» deve avere un contenuto preciso e definito, mentre per il poeta no. Per il poeta le parole restano «dense e scintillanti insieme»; per il chimico invece la parola «acqua» è uno strumento che riduce la cosa rappresentata alla sua pura oggettività. Le parole poetiche rendono presente l’acqua. Esse «possiedono una semplicità, che racchiude in sé ogni mistero». Il vero poeta dunque è colui che possiede il dono e la vocazione di liberare le parole dalla sfera di un oggettivismo castrante.

Quindi comprendiamo che le parole primigenie non sono semplicemente alcune e ben precise parole: sono tutto il linguaggio dell’umanità che riesce a strappare le cose dalle loro tenebre per portarle alla luce. Esse sono un dono e come tali vanno accolte. Sono parole – elenca Rahner – come «fiori, notte, stella e giorno, radice e fonte, vento e sorriso, rosa, sangue e terra, fanciullo, fumo, parola, bacio, fulmine, respiro, quiete». Ad esse si addice un infinito sconfinamento, scrive Rilke: Siamo forse qui per dire solo: casa, / ponte, fontana, porta, mandorlo, / brocca, finestra, / o, al più, colonna, torre… o per dire, intendi, / oh dire veramente come le cose nell’intimo / mai s’immaginarono d’essere... E la Dickinson gli fa eco: Fu questo un Poeta – Colui che distilla / un senso sorprendente da ordinari / Significati, Essenze così immense / da specie familiari / morte alla nostra Porta / che stupore Ci assale / perché non fummo noi / a fermarle per primi. (P 448).

La parola poetica è molto precisa

È la precisione che potenzia la capacità evocativa della parola poetica, non la sua vaghezza. La precisione del dettaglio, eliminando ogni approssimazione, spinge il lettore a fare esperienza. Essa rende reali le emozioni, evitando eccessi di astrattezza e sentimentalismo. Maupassant affermava, del resto, che non c’è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al punto giusto. Lo scrittore statunitense Raymond Carver, dopo aver letto la frase di Maupassant, commentò: «Era proprio quello che volevo fare con i miei racconti: mettere in fila le parole giuste, le immagini precise, ma anche la punteggiatura più efficace e corretta, in modo che il lettore venisse trascinato dentro e coinvolto nella storia, e non potesse distogliere lo sguardo dal testo a meno che non gli andasse a fuoco la casa».

Questa precisione porta la parola a «sconfinare»: «possono parlare di qualunque cosa, ma alludono – sussurrando – sempre a tutto. Quando si vuole misurare la loro circonferenza, quando si tenta di circoscriverle, ci si smarrisce sempre nell’infinità», scrive Rahner. Le parole dunque portano in sé una luminosa oscurità. La conoscenza che offrono evoca sempre il mistero. È sempre una conoscenza oscura e non analizzabile come lo è la realtà stessa. Anzi, tramite queste parole la realtà si impadronisce di noi e ci conduce nelle sue profondità.

La parola che va al cuore e unifica

Se la parola è veramente «poetica», allora essa avrà la capacità di colpire il centro dell’uomo, il suo cuore. Sono «parole del cuore»: non parole sentimentali, né parole puramente razionali. Occorre dunque esercitare prontezza e capacità di percezione perché le parole non scivolino sulla superficie dell’uomo affaccendato, non soffochino nell’indifferenza e si perdano fra le chiacchiere. Queste parole sono come «una lancia», colpiscono «le più intime profondità umane uccidendo e ravvivando, trasformando, giudicando, graziando». Esse riconciliano, liberano il singolo dal suo isolamento e dalla sua solitudine, e fanno sì che in ciascuno ci sia il tutto: parlano di un uomo e ci rendono familiari con l’uomo. La poesia parla di un’esperienza particolare, singolare. Eppure la parola poetica è in grado di universalizzare qu
ell’esperienza: il dolore o la gioia di uno (autore, personaggio…) diventano quelle di ogni uomo, e del lettore in particolare.

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Allora è vero quel che scrive la Dickinson: Abito nella Possibilità – / Una Casa più bella della Prosa / Dalle Finestre più numerose / Superiore – per Porte – / Dalle Stanze come Cedri – / Impenetrabili all’Occhio – / E come Tetto Perenne / La Volta del Cielo – / Di Visite – la più lieta – / Per Occupazione – Questa – / Allargare le mie strette Mani / Per raccogliere il Paradiso (P 657). La poesia è vivere nella possibilità. Non nella probabilità, ma nella possibilità, nello spazio in cui il mistero del mondo si dispiega inesauribilmente. La sua casa ha finestre più numerose, stanze alte e impenetrabili e il suo tetto è il cielo, cioè non c’è. È una casa singolare, la poesia: è lo spazio di una apertura. E la Dickinson scrive in un’altra poesia: Se in una Grotta tentavo di nascondermi,/ le Mura si mettevano a gridare – / il Creato sembrava un potente Spacco – / per lasciarmi scoperta (P 891). La poesia è una maniera di riflettere e cercare, di stare esposti al grande «Spacco» (Crack) che è un altro modo per dire il mistero del reale, davanti al quale si rimane sempre scoperti.