Il «romanzo» non è mai un «trattato»

Elio Vittorini in una sua lettera a Louis-René des Forêts il 26 gennaio 1963 in margine al progetto, poi arenatosi, della rivista Gulliver, riferendosi a ciò che «una parte di voi a Parigi» intende per letteratura, scrive al suo interlocutore: «Noi potremmo dire che voi chiamate letteratura un’attività che sarebbe più proprio definire filosofica. Con ciò non sottintendo, sia ben chiaro, che noi ameremmo limitare la qualifica di letteraria a un’attività unicamente di immaginazione sensorio-affettiva. Tutt’altro, anche noi amiamo riflettere e costruire discorsi ragionati che abbiano senso operativo. Solo che ci sembra sia specifico della letteratura farlo adoperando le cose come oggetti, e le idee adoperandole invece come strumenti; mentre la tendenza rivelata in molte delle vostre riflessioni ad adoperare le idee stesse come oggetti e a tacere, a scartare, a lasciar fuori conto le cose, ci sembra specifico delle attività filosofiche». Le parole sono pesate, precise, garbate ma convincenti nel proporre la differenza sostanziale tra «romanzo» e «trattato».