BombaBibbia Report (02/2010)

L’incontro di questo mese si è soffermato su alcune sfumature suggerite dalle diverse traduzioni. Cominciamo con il discorso di Paolo all’Areopago secondo la Nuova Diodati:

«Ora, mentre Paolo li aspettava ad Atene, il suo spirito s’inacerbiva in lui, vedendo la città piena di idoli […] Allora Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areopago, disse: «Ateniesi, io vi trovo in ogni cosa fin troppo religiosi. Poiché, passando in rassegna e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: “AL DIO SCONOSCIUTO”».
(Atti degli apostoli 17,15-33)

Incuriosisce la scelta del verbo «inacerbire» (nuova CEI «fremeva»), come se fosse in atto un processo di maturazione a rovescio: il frutto troppo maturo diventa acido, quello troppo acerbo è aspro. Paolo s’inasprisce, sembra chiudersi alla realtà che lo circonda, mentre in un secondo momento sembra aprirsi ad essa, coglierne gli aspetti positivi e valorizzarli (nuova CEI: «siete molto religiosi»). Ma la Nuova Diodati suggerisce un’altra possibile interpretazione: Ateniesi, siete «fin troppo» religiosi! Si può essere «troppo» religiosi? Paolo sembra ironizzare sull’atteggiamento intellettuale di coloro che, pretendendo di credere a tutti – rendendo culto preventivo perfino a un dio ignoto – manifestano di non credere a nessuno. Paolo non crede a “tutto/i”, ma solo in “qualcosa” di specifico: la «resurrezione dai morti». E quando il suo bel discorso astratto, che trova tutti d’accordo (o solo indifferenti?), nomina la concretezza dei cadaveri, ecco che l’uditorio si spacca in due.

«…alla tua luce vediamo la luce»

recita il Salmo 35 (36): come si può non vedere la luce? come può esistere qualcosa di più luminoso della luce, qualcosa senza il quale la luce rimane tenebra? Forse proprio qui troviamo la risposta al problema ateniese… anche il “lume della ragione” potrebbe avere bisogno di essere illuminato. Ma di questo Salmo ci colpisce un’altra cosa. La vecchia traduzione CEI e la Diodati traducevano:

«Nel cuore dell’empio parla il peccato,
davanti ai suoi occhi non c’è timor di Dio.
Poiché egli si illude con se stesso
nel ricercare la sua colpa e detestarla».

Traduzione stimolante! Sembra dire chel’empio è tale non perché nega di fare cose disdicevoli, ma perché s’illude di cancellarle con il semplice detestarle: nella completa autoreferienzalità. Non c’è in lui una relazione, cioè il «timor di Dio»… il proprio punto di vista gli basta e avanza, senza andare a “scomodare” Dio. La nuova traduzione CEI segue invece una lettura più tradizionale… l’empio è tale perché afferma di non avere colpe:

«Oracolo del peccato nel cuore del malvagio:
non c’è paura di Dio davanti ai suoi occhi;
perché egli s’illude con se stesso, davanti ai suoi occhi,
nel non trovare la sua colpa e odiarla».

Ecco infine la Lettera di Giacomo 2,14-26, armata d’interrogazioni retoriche intervallate da risposte (altrettanto retoriche) sull’annoso problema di fede/opere:

«Che giova… se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? …quella fede può salvarlo? …che giova? …credi che c’è un Dio solo? Ma vuoi sapere…? Abramo non fu forse giustificato…? Raab non venne forse giustificata…?»

Molto curiosa la chiusa finale:

«Infatti come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta»

che di per sé, utilizzando la metafora del sinolo corpo/anima, stabilisce una corrispondenza biunivoca tra i due elementi. Problema risolto? fede e opere parimenti necessarie, come lo sono l’anima e il corpo? Giacomo sposta gli accenti in una maniera insolita: infatti i termini di paragone risultano essere corpo/fede – opere/anima… mentre ci viene spontaneo abbinarli al contrario (corpo/opere – fede/anima)! Una bella lezione di pragmatismo semitico.