Adam Zagajewski: l’ispirazione è gioia o malinconia?

Adam Zagajewski, uno dei maggiori poeti polacchi viventi e vincitore del Premio Europeo di Poesia 2010, ha definito l’ispirazione come «un certo stato mentale, eccezionale e straordinario», che è in qualche modo necessario «perché sembra che ci innalzi al di sopra della meschina rete empirica delle circostanze che forma il nostro destino e il nostro limite. Ci innalza al di sopra del quotidiano, cosicché possiamo scrutare il mondo attentamente e ardentemente». Se «non ci libera completamente da questi limiti empirici», d’altra parte «sembra offrire, a coloro che sono in grado di accoglierla, la possibilità di un certo avanzamento, una certa forma di levitazione, invisibile e meramente interiore. A volte il processo creativo la arricchisce di una forma più perfetta, e di un maggiore potere intellettuale».

Zagajewski esprime una posizione antica e sempre nuova, che rende ragione del senso dell’ispirazione in maniera più piena di altre: l’ispirazione non è pura emozione, né puro sentimento, né pura astrazione, ma vera e propria forma di conoscenza attenta e ardente del mondo. È ciò che T. S. Eliot vedeva chiaramente nella poesia dantesca quando, in un saggio de Il bosco sacro (1920), metteva in guardia dalla tentazione di ritenere che scopo della poesia fosse il «produrre in noi un certo stato» , cioè una sensazione emotiva pura e semplice. No: la poesia, se autentica, è un movimento di conoscenza, spesso piena di affetto. Mentre, quando i poeti si limitano alla sensazione, a ciò che hanno «percepito», allora «producono per noi, di solito, nient’altro che oggetti da natura morta e pezzi disparati da arredamento come in un magazzino teatrale». Invece proprio questa capacità di conoscenza «ulteriore» trasforma l’ispirazione, scrive Zagajewski, «in una torcia fiammeggiante che passa di mano in mano» dallo scrittore al lettore.

A questo punto, però, il poeta polacco scorge un’altra questione, intimamente legata a quella dell’ispirazione, forse ancora più radicale, capace di coinvolgere «il temperamento e persino la sostanza della poesia». Infatti egli nota che «l’ispirazione è dopotutto quasi puramente positiva, è molto vicina all’incarnazione della gioia». Tuttavia qualcuno potrebbe subito obiettare: «Su quale pianeta vivi? Dopo tutto, la vasta, travolgente maggioranza delle poesie sono state scritte tanto con gioia quanto con malinconia, ironia, dubbio e disperazione! Ai giorni nostri, un tipo di ironia bruciata dal dolore è, probabilmente, il materiale più spesso utilizzato in poesia».

Ecco dunque la domanda che Zagajewski pone con decisione, ma insieme con levità: l’ispirazione è gioia o malinconia?

* Le citazioni sono tratte dalla lectio magistralis che il poeta ha tenuto alla X edizione della rassegna «Umbrialibri» (17-21 novembre 2004).

1 commento a “Adam Zagajewski: l’ispirazione è gioia o malinconia?”

  1. michela cogliandro ha detto:

    In genere è il tormento a generare la spinta a creare, Più che dolore è pausa dalla vita, momento
    d’interruzione della capacità di risiedere e decidere. Fare poesia è riprendere il respiro, attraversare il tormento, denunciarlo e non trattenerlo più, La liberazione attuata attraverso le parole, divenute amiche, sorelle, sostegno,genera un’immediata sensazione di gratitudine, quasi gioia, Pur dentro la finitezza e la sfinitezza raggiunta brilla la torcia fiammeggiante che passa di mao in mano e salva, unisce, riunisce, riconduce all’unità, e quale sensazione esprime meglio questo ritorno a se ed al mondo intero se non la gioia?

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