Ci perdiamo quando fuggiamo via?

Mohammad Asaf Soltanzade, nato a Kabul nel 1964, ha studiato al liceo francese Esteqlal. Ha lasciato il suo paese nel 1985 per il Pakistan prima e l’Iran dopo. Qui viene scoperto da Hushang Golshiri, una delle figure maggiori della letteratura persiana contemporanea e, grazie a lui, nel 2000 pubblica a Teheran la sua prima raccolta di racconti, poi tradotta in francese e in italiano nel 2002 col titolo di Perduti nella fuga. Nella sua vita ha fatto di tutto: diplomato in farmacologia a Kabul, ha lavorato come muratore, operaio, panettiere e sarto. Nel suo esilio iraniano ha scritto anche quattro opere teatrali che sono state rappresentate solo in teatri di provincia. Si è anche dedicato alla scrittura di sceneggiature per il cinema. La sua insomma è una passione a tutto campo per la scrittura. Attualmente vive in Danimarca.

Perduti nella fuga raccoglie otto racconti accomunati da un clima di fuga e spaesamento surreale che è il frutto del caos provocato dall’invasione sovietica. Il volume si apre col racconto di ispirazione autobiografica che dà il titolo alla raccolta. Racconta di un profugo afghano a Teheran che intuisce di stare per ricevere una brutta notizia, forse quella della morte del padre o del fratello, rimasti a Kabul. Ma egli rifiuta categoricamente di ricevere altre notizie luttuose dai suoi parenti rimasti in patria, dopo aver appreso quella della morte della madre. Allora si perde in una fuga dai tratti surreali che lo allontanerà perfino da se stesso: «Il mio pensiero vagava altrove, e ne ero lieto: così almeno rimuovevo anche me stesso dai miei pensieri e m’allontanavo da ciò che stavo vivendo». In «Il 2 di quadri» la vita umana del protagonista viene fatta dipendere dall’esito di una partita a carte. La partita è persa, ma il protagonista continua a giocare fuggendo dal proprio destino. In «Generi di lusso» l’esito è la morte: un padre ridotto in miseria non trova chi possa comprargli al mercato il suo più grande bene, i figli,  e così decide di fuggire in modo radicale, avvelenando tutta la famiglia in una «festa regale» a base di carne fritta con le cipolle. Dalla morte fugge con l’immaginazione il giovane mujahed crivellato di colpi, protagonista de «Il mare… il mare». Nell’ultimo atto della sua vita, egli immagina di trasformarsi in pesce: «Mi dimeno e sento il calore del sangue delle ferite. Vado sott’acqua, il fresco mi lava gli occhi: che bello sarebbe poter respirare sott’acqua. Respiro, l’acqua mi entra nei polmoni, come fanno i pesci. Che bello se potessi trasformarmi in un pesce […]. Esco e abbandono il corpo polveroso e malandato che avevo assunto per vivere sulla terra: adesso la metamorfosi è completa […] So che, man mano che avanzo, l’acqua si versa nella corrente più grande, poi nel fiume, fino ad arrivare al mare, quel luogo che mi sta aspettando con impazienza. Il mare puro e lucente mi vuole con sé». La fuga surreale acquista toni ludici e magici in «Baba il prestigiatore»: un vecchio giocoliere di Kabul, non potendo fronteggiare i carri armati sovietici con le armi, li fa scomparire con la fantasia di un gioco di prestigio. In «Ci siamo tutti persi» una donna si prostituisce per sopravvivere e si inventa un universo parallelo per fuggire meglio dalla realtà. E così via.

Non è improprio parlare a proposito di Perduti nella fuga di «realismo magico»: nessuno tra i protagonisti di questo libro può scappare all’inevitabilità di un destino cieco. Il plotone d’esecuzione del fato sembra pronto a sparare il suo colpo di grazia. Ma quando il proiettile è già uscito dalla canna, accade qualcosa di surreale che fa sgusciare via la vittima, che così oppone una resistenza invincibile mediante il sogno, la follia, il gioco di prestigio, l’immaginazione. Ma verso dove? Si badi bene: qui non c’è nulla della «magia» della vita. Perduti nella fuga non è un inno allegro alla fantasia. Tutt’altro. Qui il ricorso all’immaginazione è sì un soffio insperato di vita, ma è anche l’espressione massima e tragicamente ironica della disperazione: non c’è altra via di fuga che quella. Per questo non si tratta qui di «fuggire in direzione di» qualcosa, ma di un vero e proprio «perdersi nella fuga», un andare alla deriva . Una domanda antica serpeggia tra questi sentieri di spaesamento: possono i sentimenti e le illusioni almeno aiutare ad attraversare l’esistenza come se niente fosse, in uno stato di ingenuità permanente? Proprio la letteratura, cioè il luogo in cui è possibile che l’immaginazione dia un corpo alla realtà, permette a Soltanzade di rispondere affermativamente a questa domanda: la letteratura è la sua forma di resistenza al caos della barbarie.

Nel 2001 è stato attribuito all’autore il Golshiri Award per la migliore raccolta di racconti d’esordio, con la motivazione che essi dimostrano la capacità di «rendere temi impressionanti e macabri attraverso un linguaggio apparentemente semplice e disadorno, denso di parole ed espressioni tipiche della terra nativa dell’autore». In effetti la scrittura di Soltanzade, così come traspare dalla traduzione, è refertuale, asciutta, paratattica. Eppure il lettore attraverso questa scrittura si trova trasportato inconsapevolmente in un modo surreale in un viaggio senza soluzione di continuità. Il lettore di queste pagine che appena volesse opporre una minima resistenza a questo flusso tra reale e surreale, più volte avvertirebbe sorgere in se stesso la domanda: «ma dove siamo? che sta accadendo?». Sta proprio qui la forza ipnotica della scrittura di Soltanzade che, per penetrare il dolore tralascia ogni genere di pathos accorato e sceglie la consolazione di affermare che esiste un altro modo di vivere.