Giacomo Noventa e il tradimento della lingua

Qualche tempo fa, ricordando l’importanza della lingua italiana in occasione dei 150 anni dell’Unità nazionale, qualcuno mi ha fatto presente anche una spiacevole conseguenza: la caduta in disuso delle lingue regionali. Sì, i cosiddetti “dialetti”. Inevitabilmente, è chiaro: la lingua è un organismo vivente, la sua storia è fatta di sistole e diastole. Se oggi si avverte la necessità di non smarrire le differenze, lo è proprio perché l’unità linguistica – alla quale allora fu data priorità – è ora sostanzialmente realizzata. Non solo: fu proprio l’interazione con la lingua nazionale a risvegliare la “consapevolezza di sé” nelle lingue regionali, prima percepite inferiori dai loro stessi parlanti (con particolare aggravio durante la politica culturale del Ventennio, soprattutto nel Meridione).

Grazie al confronto con la lingua nazionale i dialetti hanno cominciato a rivendicare dignità e autonomia: se n’è studiata la fonetica, si sono compilate grammatiche e dizionari, hanno contribuito alla ricostruzione della storia della lingue (vedi l’apporto del logudorese alla filologia romanza). Sono divenute lingue scritte, insomma. E hanno sviluppato letterature proprie di elevatissima caratura, capaci d’imporsi alle stesse antologie scolastiche, tanto che il Novecento vanta più poeti regionali di qualunque altro secolo. Dalla Lombardia di Franco Loi al Veneto di Biagio Marin, dal Friuli di Ida Vallerugo alla Campania di Salvatore Di Giacomo e oltre: un fermento e una ricchezza linguistica troppo ampi per essere ignorati o, peggio, disprezzati.

Capita ancora, purtroppo. Lo scorso anno, in occasione dei cinquant’anni dalla morte di Giacomo Noventa (1898-1960), si sono levate pochissime voci a ricordarlo, nonostante sia stato una figura di primo piano del nostro panorama intellettuale. Secondo Cesare Segre venne (e viene?) «ostracizzato dalla cultura italiana» per le sue prese di posizione intransigenti e il suo ricercato antimodernismo. Ciò nonostante, i suoi versi hanno trovato estimatori d’eccellenza quali Giacomo Debenedetti, Franco Fortini, Mario Soldati, Andrea Zanzotto, Giovanni Giudici e numerosi altri. Ma s’inimicò i suoi contemporanei più noti. Impietoso fustigatore di una cultura sempre più elitaria e narcisistica, tanto da ricorrere a un linguaggio lirico incomprensibile per la maggior parte dei lettori, Noventa si oppose fermamente al divorzio tra poesia e vita. Il dialetto, per contro, era la lingua della quotidianità, l’oralità più pura: Noventa componeva i propri versi a voce, li recitava alla madre e al fratello, e solo dopo anni – su insistenza della moglie Franca – le permise di metterli per iscritto. Versi e poesie – straordinario esempio di “canzoniere d’amore” novecentesco – vinse il premio Viareggio nel 1956. Al suo interno c’era anche questo componimento dedicato alla moglie…

El saòr del pan, e la luse del çiel
Gèra inçerti prima de tì.
Ancùo me par una grazia el me pan,
E me continuo, vardando nel çiel.
Ancùo so che Dio no’ pol esser
Lontan da mi:
E ch’el xé dapartuto.
Mi te strenzo: e, cô i me brassi te perde,
Mi te çerco e te trovo partùto.

Traduzione

Il sapore del pane, e la luce del cielo
Erano incerti prima di te.
Oggi mi sembra una grazia il mio pane,
Ed è un continuarmi, guardando nel cielo.
Oggi so che Dio non può essere
Lontano da me:
E che è dappertutto.
Io ti stringo: e, quando le mie braccia ti perdono,
Io ti cerco e ti trovo dappertutto.

Nella poesia di Noventa coesistono un asse orizzontale («il sapore del pane») e uno verticale («la luce del cielo»). Ma è solo nel loro punto d’intersezione che si manifestano il massimo delle loro possibilità: ecco allora che l’amore della moglie diviene uno specchio dell’amore divino («dappertutto… dappertutto»). È questa la pienezza di vita che, secondo Noventa, deve venire illuminata dalla poesia: agli antipodi del “male di vivere” montaliano, dell’involuzione ermetica e di una cultura intesa come ozioso sport intellettuale. Anche per questo la scelta del dialetto. Come scriverà Debenedetti, Noventa riteneva ci fosse bisogno di «un linguaggio che torni a chiamare pane il pane. Perché gli inganni di quella cultura sono probabilmente così sofistici, aberranti ed enormi, che il pane non si chiama più pane». Occorre quindi usare un’altra lingua, una lingua dove parole come “onore” e “amore” non rimbombino come vuoti gusci retorici, ma siano ancora connesse a un’esperienza quotidiana. Il dialetto, dunque, la lingua degli avi: per Noventa, il veneziano. Il dialetto – scrive ancora Debenedetti – «è il parlare del padre, che può permettersi la sentenziosità del padre nobile, il cipiglio del burbero affettuoso, il fare del gran vecchio, l’oracolarità severa e segretamente benevola del patriarca. Ma è anche il parlare della madre: ne ha la tenerezza, la grazia familiare e, ancora una volta, il pudore affettivo». Ecco allora che, anche negli attacchi polemici, Noventa insinua una profonda compartecipazione:

Dove i me versi me portarìa,
Acarezandoli come voialtri,
No’ so fradeli.
Tocadi i limiti del me valor,
Forse mi stesso me inganarìa,
Crederìa sacra l’arte, e la gloria,
Più che l’onor.

O forse alora mi capirìa,
Megio d’ancùo, più dentro in mi,
Quelo che i versi no’ pol mai dar.
Pur no’ savendo esser un santo,
A testa bassa de fronte ai santi,
Par la me ànema mi pregarìa,
No’ più ascoltandome nel mio pregar.

Traduzione

Dove i miei versi mi porterebbero,
Accarezzandoli come [fate] voialtri,
Non so fratelli.
Toccati i limiti del mio valore,
Forse io stesso mi ingannerei,
Crederei sacra l’arte, e la gloria,
Più che l’onore.

O forse allora io capirei,
Meglio d’oggi, più dentro in me,
Quello che i versi non possono mai dare.
Pur non sapendo essere un santo,
A testa bassa di fronte ai santi,
Per la mia anima io pregherei,
Non più ascoltandomi nel mio pregare.

Pregare è più importante che “ascoltarsi pregare”, beandosi delle formule usate. Ascoltare il dolore degli altri, perfino di coloro che ci appaiono vincenti, belli e forti – scriverà Noventa in un’altra poesia – è l’unica reale alternativa all’invidia e all’amarezza che avvelena. Se avessimo pietà dell’altro «non andremmo in giro inutilmente, piangendo, / gridando; […] Non firmeremmo tutto il dolore / di questo mondo / con i nostri piccoli nomi». La poesia autocompiaciuta di sé e il lamento vittimistico sono figlie del medesimo tradimento linguistico. Occorre una lingua decentrata. E la preghiera, in quanto parola aperta agli altri e all’Altro, può sanare perfino il nostro stesso parlare…

Cô no’ ghe sarà più stele nel çiel,
E anca el sol sparirà
Ne la luse de Dio,
Quando i morti dal mar tornarà,
E da l’inferno e dal çiel,
Quando i angeli ne ciamarà
Al Giudizio de Dio,
E nissun,
Né i re de la tera e i so servidori,
Çercarà più de sconderse,
Quando el tempo se misurarà
Col tempo dei morti,
Quando Dio lezarà nel gran libro,
E nei nostri libreti,
Quel, che par esser fati a so imagine,
E prisonieri del tempo,
Se gà vùo da penar,
Una vose ne arivarà
Dal coro dei angeli:
«Lassé che i boni me vegna viçin,
Cussì viçin, come i gera vivendo.
E i cativi… un fià più in là.»
Dio, tuti, el ne graziarà.

Traduzione

Quando non ci saranno più stelle nel cielo,
E anche il sole sparirà
Nella luce di Dio,
Quando i morti dal mare torneranno,
E dall’inferno e dal cielo,
Quando gli angeli ci chiameranno
Al Giudizio di Dio,
E nessuno,
Nemmeno i re della terra e i loro servitori,
Cercherà più di nascondersi,
Quando il tempo si misurerà
Col tempo dei morti,
Quando Dio leggerà nel gran libro,
E nei nostri libricini,
Quello, che per esser fatti a sua immagine,
E prigionieri del tempo,
Si è avuto da soffrire,
Una voce ci giungerà
Dal coro degli angeli:
«Lasciate che i buoni mi vengano vicino,
Così vicino, come lo erano vivendo.
E i cattivi… un poco più in là.»
Dio, tutti quanti, ci grazierà.

(articolo comparso su ZENIT 10/05/2011)