Report Laboratorio O’Connor aprile 2012

Lo sguardo di Sherburn percorse con lentezza la folla; e dove si posava, la gente cercava di fissarlo con più forza, ma non ne era capace; abbassavano gli occhi con un’aria servile. Comincia così, con un passaggio da Le avventure di Huckleberry Finn, il nostro laboratorio di lettura mensile presso la libreria Aquisgrana: la voce di Mark Twain separa la folla, raccontando le due metà ostili di un’America in evoluzione.

Il nuovo continente ritorna nel titolo del romanzo di Antonio Monda, L’America non esiste, da cui proviene la seconda lettura. Siamo in viaggio lungo l’oceano, in compagnia di Maria e di un uomo robusto e barbuto, che pure le si è affezionato. Il comandante era un uomo sicuro, che non si sarebbe mai fatto spaventare da quelle onde piene di schiuma bianca. (…) Le disse che non c’e nulla di più bello al mondo di quando il mare prende il colore del vino. (…) Maria pensò che dovesse esistere qualcosa di più grande della natura che uccide con le onde e rallegra con il tramonto.

Dalla prosa ai versi. Due poesie a confronto, entrambe in cerca di un contatto con la natura. La prima ne ammira la semplicità e la bellezza, la beltà di un’aiuola. Io sono verticale – dice Sylvia Plath – ma preferirei essere orizzontale. Confronto a me, un albero è immortale / E la cima d’un fiore, non alta, ma più clamorosa. Però, dice Maria Pawlikowska, è facile ammirare i fiori, ma essere un fiore… è ben altra cosa.

Ancora poesia: è il turno della Szymborska. I suoi versi, tratti dalla poesia Ringraziamento, ci fanno riflettere sull’amore universale, che, come dice uno dei partecipanti, forse non esiste, semplicemente perché non ne siamo capaci. Devo molto / a quelli che non amo. Non li aspetto / dalla porta alla finestra. Paziente / quasi come un orologio solare, / capisco / ciò che l’amore non capisce, perdono / ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

Torniamo alla prosa, a I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang Goethe. Leggiamo una descrizione della condizione umana, nonché un piccolo specchio del pensiero dell’autore. Ammetto volentieri (…) che i più felici sono proprio coloro che, come i bambini, vivono alla giornata, portando a spasso, vestendo e spogliando le proprie bambole, e girano con grande rispetto e devozione intorno al cassetto dove la mamma tiene chiusi gli zuccherini.

Altro brano: Giorgio Vasta, Il tempo materiale. E di nuovo parliamo d’amore, l’amore di un bambino per una compagna di scuola. Nell’immagine di lei, il ragazzino sembra cercare un’innocenza perduta. Il suo nome è bambina creola, solo bambina creola, nient’altro, e quando la vedo passare per il cortile interno, per i corridoi, quando la vedo arrivare, andare via, sento le parole migrare dallo spazio e dal tempo ed entrare nel suo corpo. Sento le parole bella, bellissima, percorrere una traiettoria curvilinea, trafiggerle dolcemente la carne e scomparire nel suo buio.

Ci avviamo alla conclusione: Tommaso Giartosio, L’O di Roma. Un uomo attraversa di giorno la capitale lungo un percorso circolare tracciato su una mappa. La sera affida alla carta la memoria dei luoghi che ha visto, delle persone incontrate. Ci troviamo all’inizio del viaggio, dentro il cimitero acattolico dietro la Piramide Cestia. Un paio d’anni fa un ramo di pino è caduto da trenta metri. Morendo, poteva casualmente uccidere qualcuno: per caso non l’ha fatto. L’albero ha cacciato nuovi rami. In questo cimitero la morte è un fatto della vita.

Chiudiamo con un sorriso. Ce lo regala il libro di Stefania Bertola, Biscotti e sospetti. Un lapsus o una falla nella memoria, non si sa, ma è con questa risposta che Violetta perde l’ultima manche di un gioco a premi. Per un attimo, Violetta vide davanti a sé il nero totale. Quindici secondi, e sei andarono persi in un buio senza forma. Poi, su quello sfondo nero, si formò la faccia del suo maestro di canto (…) e in fretta, felice, in un affanno di sollievo e conquista, Violetta disse, a precipizio: «Se udir brami il resto, biscotti e sospetti che torto mi fan».

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