In a shade of blue: L'America nera

Eddie S. Glaude, professore di religione e studi afroamericani alla Princeton University, ha concluso e pubblicato il suo In a shade of blue. Una nuova politica per i neri d’America prima che Barack Obama si insediasse alla Casa Bianca. Prima cioè di quella rivoluzione – simbolica prima ancora che politica – che ha portato un afroamericano nella stanza dei bottoni, da sempre appannaggio esclusivo dell’elite bianca (la casa non a caso è bianca), concludendo una storia iniziata con la schiavitù, proseguita con la segregazione, accesa dalla lotta per i diritti civili e ora coronata dall’ascesa di un presidente nero. Insomma Glaude quando scrive il suo libro ha negli occhi l’ecatombe di Katrina più che il trionfo di Obama. Ma la vittoria di Barack Obama significa davvero che gli Stati Uniti hanno fatto i conti con la loro storia? Con la “vera tragedia nel cuore della democrazia”, come la chiama Glaude, vale a dire il razzismo?

Quanto nel linguaggio, nella retorica, nei simboli richiamati in campagna elettorale e ora nella prassi politica di Obama è davvero “nero” e quanto è “bianco”? Quanto Obama ha dovuto adottare stilemi parole e simboli “bianchi” per scalare il potere? O al contrario, continuare a parlare in termini di “bianco” e “nero” significa essere ancorati a una visione razziale della politica e della società americana? Significa in qualche modo rimanere intrappolati in quella che Glaude chiama la “custodia razziale”? Lo studioso avverte come sia necessario, perché si “apra” una nuova politica nera, liberarsi dal peso simbolico (schiacciante) della stagione della battaglia per i diritti civili, e delle figure che la hanno incarnata, da Martin Luther King a Malcom X. Ciò non significa disconoscere l’assoluta centralità di quella stagione (e il patrimonio simbolico che essa ancora rappresenta) ma ammettere la necessità di immaginare nuove forme di agire politico, nuove “immaginazioni” che non siano offuscate da quelle. Un esempio: la marcia come strumento di lotta politica. Il suo straordinario impatto derivava – nota Glaude – dalla suddivisione razzista dello spazio pubblico che imperava nell’America. Marciare significava mettere in crisi le regole razziste che governavano lo spazio pubblico. Oggi una simile arma politica non ha lo stesso spessore simbolico. Rischia di essere vuota. Necessario poi liberarsi anche di un’idea fissa dell’io razziale, dell’idea dell’identità nera come qualcosa di a-storico e immutabile. L’identità – è la tesi del pragmatismo americano che Glaude abbraccia – nasce dalla storia, dall’esperienza, dall’agire, dal trovarsi faccia a faccia con le pressioni sociali. L’identità è insomma creazione. In questa continuo processo di ri-creazione, Glaude sottolinea la straordinaria pregnanza del linguaggio e dell’esperienza religiosa nella storia degli afroamericani. La religione è stata la “chiave”  che ha consentito la costruzione di una identità comunitaria nera. Come ha scritto il più noto esponente della teologia nera, James H. Cone “la verità è l’azione divina che entra nelle nostre vite e crea l’azione umana della liberazione”. Sono parole che riecheggiano uno scritto di Martin Luther King: “Agape non è amore debole, passivo. E’ amore in azione. Agape è amore che cerca di preservare e creare comunità”.

Siamo qui a un punto cruciale, un nodo che non smette di tormentare la storiografia (e la teologia) nera. Cosa significò per gli schiavi neri abbracciare la religione dei loro padroni? Significò fornire una giustificazione ideologia al razzismo? Significò per gli schiavi accettare supinamente la condizione alla quale venivano inchiodati? E gli spiritual, il luogo lirico nel quale si è tradotta questa intima adesione al cristianesimo, sono un’espressione autentica e originale dei neri o la semplice riproposizione di stilemi bianchi? Se un intellettuale come Amiri Baraka (che non a caso abbracciò l’islam) ha usato parole di condanna nei confronti della religione cristiana degli schiavi, la storiografia più attenta – alla quale si collega lo stesso Glaude –  ha invece dimostrato come la schiavitù non significò solo l’imposizione brutale di un sistema accettato supinamente. Dentro il sistema schiavista, nei suoi interstizi, nella riattivazione dell’eredità africana, ma soprattutto nella forza simbolica che si aggrumò attorno alla pratica della conversione e del battesimo cristiano, del canto comunitario, gli afroamericani costruirono spazi di autentica libertà. Di creazione. Ha scritto Ira Berlin: “Nel rispondere al messaggio evangelico, gli schiavi trovarono un nuovo significato nella liberazione emotiva della conversione e nei rituali battesimali della chiesa. Nel consegnare le loro vite a Cristo, i deportati assunsero il controllo del proprio destino”. Per Albert Raboteau “il significato che i missionari volevano che arrivasse agli schiavi e il significato che gli schiavi effettivamente trovarono (o meglio, crearono) non erano lo stesso”. Chiosa Glaude: “Il divario tra il significato previsto dalla parola e la sua ricezione divenne uno spazio per l’innovazione e l’azione creativa. Un’indeterminatezza segnava l’impresa dei missionari ed era essenziale per l’appropriazione e la sovversione potenziale delle interpretazioni dominanti de Vangelo”. Da questa azione sovversiva e ricreatrice nacque l’esperienza degli spiritual, i canti neri della schiavitù. Una “sorgente” che ha alimentato l’intera storia della musica, della cultura e del pensiero afroamericano.

Eddie S. Glaude, In a shade of blue. Una nuova politica per i neri d’America, Odoya