[Report] Officina di dicembre 2019

Valerio

A partire dalla celeberrima scena di Blade Runner, possiamo scomporre la frase usata dal replicante Roy Batty in tre momenti: 1) ho visto cose (cioè ho realmente vissuto, ho compiuto un’esperienza); 2) che voi non potete neanche immaginare (dunque cose “enormi” e incomunicabili); 3) (che, non raccontandole) scivoleranno via come lacrime nella pioggia (e moriranno con me).

A questa scena offre un divertente controcanto il racconto inventato da Manuel Fantoni in Borotalco, che capovolge la situazione. Manuel non ha “visto cose” – o quantomeno non ha visto quel che racconta – e  dunque può solo immaginare un’esistenza meno noiosa di quella che lo ha contraddistinto.

Tuttavia la differenza principale tra le due scene è segnata dalla circostanza per cui in Blade Runner il racconto delle esperienze è sostituito da un elenco davvero minimo, quasi come se le “cose viste” fossero troppo esagerate per poter essere riferite. Il racconto dell’esperienza non è infatti semplice: non a caso per Ulisse il racconto presso la corte dei Feaci costituisce l’ultima prova – quella definitiva – prima del ritorno a casa.

L’Aedo (V. Capossela) invece narra vite altrui, che ha dovuto preventivamente apprendere (“soffrilo e poi impara”), pagando questa sua capacità di vedere oltre (cioè immaginare) con la privazione della vista fisica.

Nel corso dell’Officina sono poi state proiettate alcune scene tratte da Lo sport preferito dall’uomo, dove un sedicente “esperto” (ma in realtà privo di esperienza) di pesca diventa per la prima volta pescatore, e da Il silenzio degli innocenti, in cui la protagonista si ritrova a esser “vista” con l’occhio dell’immaginazione presuntiva da un Hannibal Lecter al quale, poiché detenuto, è esclusa la facoltà di vedere materialmente il mondo.

Greta

Quando una storia viene raccontata, i confini tra realtà e immaginario non sempre sono facilmente distinguibili, e il racconto può divenire il campo di battaglia su cui si scontrano i paladini dell’una e dell’altro.

Nelle Novelle marinaresche di papà Catrame (E. Salgari), a fronteggiarsi sono due realtà generazionali diverse: il vecchio papà Catrame narra i meravigliosi eventi a cui ha assistito con i suoi stessi occhi, ma il capitano, nonostante non sia stato presente a tali eventi, ha per essi un’interpretazione plausibile, una spiegazione semplice e scientifica.

“Voi mi direte che era una nave qualunque, ingrandita dalla nostra paura, poiché voi non credete al vascello fantasma; ma io l’ho veduto coi miei occhi, e gli occhi di papà Catrame erano buoni in quel tempo! Voi direte che ho creduto di vedere, ma io vi affermo che ho veduto bene e nessuno potrà mai farmi credere il contrario.
Sono vissuto in un’epoca in cui si credeva alla comparsa dei vascelli fantasmi, agli esorcismi per calmare le tempeste o per sciogliere le grandi trombe marine, alle sirene che venivano a cantare sotto la poppa delle navi attirando gli incauti marinai, agli spiriti del mare, a Nettuno, il re degli abissi oceanici, alla comparsa dei marinai naufragati, ai mostri, alle streghe, alle figlie della spuma. Voi non credete più a tutto ciò, le chiamate leggende paurose, inventate da uomini ubriachi o dalla fantasia tetra dei popoli nordici; ma v’ingannate. Papà Catrame ha veduto molto: le sirene, i morti, i vascelli fantasmi e più ancora”
[…]
“È questa la tua storia?” gli chiese [il capitano] con voce beffarda.
“SÌ” rispose il mastro, stupito per quella interrogazione.
“Dunque tu credi all’esistenza del vascello fantasma?”
“Se credo!… L’ho veduto coi miei propri occhi!”
“O hai creduto di vederlo?”
Mastro Catrame lo guardò con certi occhi che pareva volessero dire: «Ma voi impazzite?»
“Catrame,” disse il capitano, diventato serio. “Non ti è mai passato pel capo il dubbio di aver veduto male o di essere stato ingannato da qualche fenomeno?”
“Mai, signore,” rispose il mastro, sempre più stupito.
“Dimmi allora: hai mai udito parlare del miraggio, o, se meglio ti piace, della fata Morgana?”
“Non so cosa volete dire.”
“Allora ti spiegherò io. Sul mare, come sugli ampi deserti, specialmente sul Sahara, per esempio, avviene talvolta un fenomeno strano, ma spiegabilissimo.
Quando gli strati dell’aria, dilatati pel contatto caldo col suolo o con una distesa d’acqua che ha una certa temperatura ed aventi una densità differente, non si mescolano a quelli soprastanti, fanno vedere delle curiosissime illusioni d’ottica: di una semplice roccia ti fanno vedere un’isola verdeggiante, di un canotto un vascello, di un vascello un naviglio mostruoso, di un uomo un gigante, eccetera. Ora cosa pensi tu dell’apparizione del preteso olandese?”
“Che gli scienziati hanno inventato delle belle frottole, signore.”
“No, Catrame: la frottola ce l’hai data da bere tu, o meglio sei stato corbellato da un semplice miraggio. Il grande vascello che tu hai veduto e che credevi appartenesse all’olandese maledetto, il quale, se non lo sai, non è mai esistito, era una nave qualunque che passava all’orizzonte, ingrandita e trasformata dalla fata Morgana. Ah, Catrame, come sei credulo!…”
Il mastro lo guardava trasognato. Stette parecchi minuti immobile fissando il capitano, poi si allontanò a lenti passi e sparve pel boccaporto. Benché quella spiegazione scientifica fosse giusta, fu poco persuasiva pel nostro equipaggio, ed io scommetterei che quella notte più d’un marinaio non dormì e che gli uomini di guardia aguzzarono più volte gli occhi per vedere se all’orizzonte appariva il legno dell’olandese maledetto.

L’incompatibilità generazionale rimane, ma diventa altro, quando ad ascoltare è un bambino, che riesce a cogliere la bellezza della descrizione della realtà, percepita come favola.

Cristiano

Uno dei falsi miti più ricorrenti sulla fotografia è che essa sia in qualche modo “obiettiva”. Al contrario, proprio nel rappresentare qualcosa che al momento dello scatto appartiene alla realtà, il fotografo devo fare un’opera di “falsificazione”.

Nel 1941, mentre torna a casa dopo un giornata che aveva considerato ormai persa, Ansel Adams viene colpito da una scena: la luna bassa sull’orizzonte, la vallata illuminata dagli ultimi raggi del tramonto. Salta dalla macchina e sistema al volo la fotocamera. Scatta al volo, a intuito, calcolando l’esposizione a mente: il tempo di girare la lastra per un secondo scatto e il sole è già sotto l’orizzonte.

Adams ha in mente la foto ben prima dello scatto: quest’ultimo serve a fissare sulla carta l’immagine cui egli assiste (non il contrario). Il lavoro sull’immagine non si esaurisce quindi al momento dello scatto, ma prosegue in camera oscura (nel caso di questa foto per anni) in modo da riportare alla luce ciò che Adams ha “visto”.

È interessante sottolineare come Adams sia uno dei primi e più noti esponenti di un movimento fotografico che nasce proprio in opposizione al pittorialismo ottocentesco: scopo di Adams non è quello di realizzare un’immagine “estetica”, ma di rappresentare la natura per come è. Eppure, lo strumento, lasciato a se stesso, non è in grado di farlo: l’immagine emersa dalla macchina, non trattata, è “piatta”. Per “restituire” allo spettatore la “vista” di quella scena occorre un atto autoriale.

Francesco

In questo sketch Lillo & Greg e Virginia Raffaele, in una cena tra amici, “esagerano” nel raccontare le loro esperienze. Ricorda un po’ la scena del replicante Roy Batty, perchè anche qui i personaggi fanno un elenco di “cose viste” con la grossa differenza però che in questo caso sono frutto esclusivamente delll’immaginazione e non dell’aver effettivamente vissuto.

Luca

In “Ho visto cose…”, abbiamo parlato anche di chi vede e cosa vede…

Come “vedevano” ed interpretavano la natura gli uomini primordiali? Come sono nati i miti? Humprey Carpenter ricostruisce la notte del 19 settembre 1931, quando, durante una lunga passeggiata, J.R.R Tolkien suggerisce a C.S.Lewis un modo nuovo di intendere la mitologia che, al contrario di quanto egli pensi, non è assolutamente finzione!

Una notte importatissima nel percorso umano di Lewis verso la sua conversione.

In Smoke di Paul Auster,  Harvey Keitel/Auggie Wren mostra a William Hurt/Paul Benjamin la sua collezione di foto, tutte fatte ogni mattina nello stesso angolo di strada davanti alla sua tabaccheria. Sono tutte uguali, ma ciascuna è diversa dall’altra. Anche Hurt, alla fine, riesce a vedere la differenza.

Margherita

In Cecità di Saramago, un’epidemia improvvisa priva gli esseri umani della vista; nel dialogo riportato avviene tra l’unica donna ancora vedente (e dunque l’ultima testimone) e uno scrittore che, nonostante la cecità, continua a tracciare le parole su carta per poter raccontare quanto sta avvenendo.

“Forse un giorno glielo racconterò, così potrà scrivere un libro, Lo sto scrivendo, Come, se è cieco, Anche i ciechi possono scrivere, Vuol dire che ha avuto il tempo di imparare l’alfabeto braille, No, non lo conosco, Come può scrivere, allora, domandò il primo cieco, Ve lo faccio vedere. Si alzò dalla sedia, uscì, dopo un minuto rientrò, con un foglio di carta e una biro in mano, è l’ultima pagina che ho completato, Non possiamo vederla, disse la moglie del primo cieco, Neanche io, disse lo scrittore, Allora come può scrivere, domandò la moglie del medico, guardando il foglio di carta dove, nella penombra della sala, si distinguevano le righe molto ravvicinate, qua e là sovrapposte, Col tatto, rispose sorridendo lo scrittore, non è difficile, si mette il foglio di carta su una superficie un po’ morbida, per esempio su altri fogli di carta, e poi si scrive, Ma, se non ci vede, disse il primo cieco, La biro è un ottimo strumento di lavoro per uno scrittore cieco, non serve per fargli leggere cosa ha scritto, ma serve per sapere dove ha scritto, basta seguire col dito la depressione dell’ultima riga scritta, proseguire così fino al margine del foglio, calcolare la distanza per la nuova riga e così via, è molto facile, Noto che a volte le righe si sovrappongono, disse la moglie del medico togliendogli delicatamente di mano il foglio di carta, Come lo sa, Io ci vedo, Ci vede, ha recuperato la vista, come, quando, domandò lo scrittore nervosamente, Suppongo di essere l’unica persona a non averla mai perduta, E perché, che spiegazione ha per questo, Non ho alcuna spiegazione, probabilmente non ce n’è, Ciò significa che ha visto tutto quello che è successo, Ho visto ciò che ho visto, non ho potuto far altro, Quanti eravate in quarantena, Circa trecento, Da quando, Fin dall’inizio, ne siamo usciti solo tre giorni fa, come le ho detto, Credo di essere stato io il primo a diventare cieco, disse il primo cieco, Dev’essere stato orribile, Di nuovo questa parola, disse la moglie del medico, Mi scusi, all’improvviso mi sembra ridicolo tutto quanto ho scritto fin da quando siamo diventati ciechi, la mia famiglia e io, Su che cosa, Su quello che abbiamo offerto, sulla nostra vita, Ognuno deve parlare di ciò che sa, e quello che non sa lo domanda, Io glielo domando a lei, E io le risponderò, non so quando, un giorno. La moglie del medico sfiorò con il foglio di carta la mano dello scrittore, Non le dispiace farmi vedere dove lavora, cosa sta scrivendo, Al contrario, venga con me, Possiamo venire anche noi, domandò la moglie del primo cieco, La casa è vostra, disse lo scrittore, io sono solo di passaggio”.

Nella poesia Dippold l’ottico, tratta dall’Antologia di Spoon River, un cliente prova lenti diverse alle quali associa differenti esperienze di vita.

Che cosa vedete adesso?
Globi di rosso, giallo, porpora.
Un momento! E adesso?
Mio padre e mia madre e le mie sorelle
Sì. E adesso?
Cavalieri in armi, belle donne, visi gentili.
Provate questa.
Un campo di grano – una città.
Benissimo! E adesso?
Una donna giovane e angeli chini su di lei.
Una lente più forte! E adesso?
Molte donne dagli occhi vivi e labbra schiuse.
Provate queste.
Soltanto un bicchiere sul tavolo.
Oh, capisco! Provate questa lente!
Soltanto uno spazio vuoto, non vedo nulla in particolare.
Bene, adesso!
Pini, un lago, un cielo d’estate.
Questa va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggetemi una pagina.
Non posso. Gli occhi mi sfuggono al di là della pagina.
Provate questa lente.
Abissi d’aria.
Ottima! E adesso?
Luce, soltanto luce che trasforma il mondo in un giocattolo.
Benissimo, faremo gli occhiali così.

Adriano

Nelle ultime malinconiche parole del replicante morente (Roy Batty) si coglie un accenno a “cose/things” talmente fuori dall’ordinario da non poter essere neanche immaginate da chi non ne abbia fatta diretta esperienza. Queste “cose”, tremende e meravigliose, di cui parla sono fatti di una guerra lontana e innominata per combattere la quale lui, il replicante fuggitivo, è stato progettato.
Se la pellicola è ambientata in un futuribile 2019, è interessante notare come il senso delle sue parole sia perfettamente sovrapponibile a quello di molte testimonianze di guerra e in particolare del grande evento traumatico che segnò l’entrata nella contemporaneità: la Grande Guerra.
Durante la Prima guerra mondiale per la prima volta nella storia dell’umanità, improvvisamente, milioni di individui furono messi di fronte ai prodigi che il progresso tecnico-scientifico aveva prodotto nei decenni precedenti.
Walter Benjamin nel 1936 nota:

non si era visto, che la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile? […] Una generazione che era ancora andata a scuola col tram a cavalli, si trovava, sotto il cielo aperto, in un paesaggio in cui nulla era rimasto immutato fuorché le nuvole, e sotto di esse, in un campo magnetico di correnti ed esplosioni micidiali, il minuto e fragile corpo dell’uomo.

Gli uomini che combatterono nelle trincee d’Europa tra il 1914 e il 1918 si trovarono infatti a dover fare i conti con la straordinaria potenza devastatrice dei nuovi armamenti, capaci, con la loro azione di stravolgere in poche ore vallate, radere al suolo città o carbonizzare foreste e prati. Modificare cioè la conformazione stessa dei luoghi in cui avviene lo scontro. Alterare addirittura i ritmi naturali fra notte e giorno, rendendo, parafrasando Montale, le notti bianche simili a delle albe, a causa delle illuminazioni notturne artificiali. Non sorprende dunque che Lussu in un passo del suo Un anno sull’altipiano scriva che il cielo assomigli ad una immensa basilica le cui navate vengono disegnate in aria dai razzi.
Le battaglie moderne infatti agiscono sempre più al pari di catastrofi cosmiche, di cataclismi tecnologici in cui la misura umana è diventata drammaticamente irrilevante. La visione “romantica” di una guerra fatta di scontri eroici e grandi imprese in campi aperti, concezione che poteva ancora essere valida durante le guerre napoleoniche o garibaldine, è tramontata definitivamente. Al suo posto è subentrata una guerra fra giganteschi apparati bellici in cui il soldato si trova a dover prendere parte diventando semplice meccanismo, piccolo ingranaggio di una industria dello sterminio che lo sovrasta. In questo quadro è lo stesso soldato a doversi “robotizzare”, farsi macchina/replicante, per potersi integrare nell’ingranaggio bellico.
In questo ambiente fisico e mentale sconvolto, in cui il confine fra ciò che è reale e ciò che non lo è sembra sfumato, diventa necessario per molti comunicare la propria esperienza. Si propaga per tutte le trincee d’Europa, assieme ai pidocchi e agli shock da bomba, la necessità di scrivere e imparare a farlo. Non solo letterati infatti, ma contadini e manovali, che mai prima d’allora avevano tenuto una penna in mano, cominciano, nelle lunghe attese fra un assalto e l’altro, a scrivere lettere, memorie e diari.
La diaristica della Grande Guerra fu anzitutto, forse, non tanto un resoconto, ma una forma di resistenza alla massificazione e un meccanismo di fuga dalle atrocità dei combattimenti. Una fuga però, come quella di Roy Batty in Blade Runner, che non è semplice diserzione dalla realtà, ma ha piuttosto il valore di testimonianza. Paul Bäumer, protagonista del grande classico di Remarque Niente di nuovo sul fronte occidentale, si interroga, alla fine del romanzo, proprio su questo: cosa è rimasto di noi e della nostra gioventù sacrificata, e cosa resterà di noi alle generazioni future dalle quali ci separa l’abisso di una esperienza traumatica incomunicabile?
La memorialistica della Grande Guerra sembra dirci “noi c’eravamo”, “noi abbiamo visto”, ed anche se il tempo di morire è giunto per tutti noi forse almeno le parole che abbiamo tracciate sulla carta nel fango campi o nelle nostre case al ritorno non andranno perdute “come lacrime nella pioggia”.

Tiziana

L’intervento di Tiziana ha affrontato, rispetto al tema principale, la capacità di “vedere oltre”.

Né premonizione né profetismo, ma grande conoscenza unita a grande intuizione: ovvero guardare e vedere dove l’occhio “comune” non arriva.

Nell’intervento, focalizzato sul concetto della decifrazione e della decriptazione, si sono analizzate velocemente le figure di Jean-François Champollion, considerato il padre dell’egittologia e di Alan Mathison Turing, a sua volta considerato uno dei padri dell’informatica e uno dei più grandi matematici del XX secolo.

L’ambito linguistico (la decifrazione della stele di Rosetta) e quello scientifico (la decriptazione dei codici inviati dalla macchina Enigma) hanno dei profondi punti di contatto.

La storia della stele di Rosetta (da Rashid, località alle foci del Nilo) e dell’opera di decifrazione da parte di Champollion è molto bene descritta in questo duplice contributo: la storia del reperto e la storia della sua rivelazione contenutistica al mondo.

Dalla scoperta della stele nel 1799, passano oltre 20 anni prima che Champollion, nel 1822, porti a compimento la sua “illuminazione”. Proprio così viene descritta la sua capacità di leggere un alfabeto nuovo: una luce gli attraversa la mente e gli consente di vedere.

I geroglifici, la lingua sacra, non ha più segreti: è un alfabeto a tutti gli effetti, con 24 segni ed un gruppo di ideogrammi senza valore fonetico ma esclusivamente determinativo, per meglio classificare una parola.

Un “semplice” documento che celebra il primo anno di regno del faraone Tolomeo V Epifane (196 a.C.), scritto in geroglifico, demotico e greco. Il testo greco, tradotto immediatamente, fornisce elementi importanti per i passi successivi: la chiave di volta saranno i cartigli contenenti i nomi di re stranieri e l’analisi dei bassorilievi di Abu-Simbel.

Non è stato possibile per motivi di tempo vedere la seguente clip, che viene qui inserita per maggiore completezza: un videogioco che, in una delle sue parti di sviluppo dell’azione, racconta l’intuizione di Champollion.

Anche l’originale matematico Alan Turing viene attraversato da una luce che lo porta a decifrare i comunicati dei nemici tedeschi nella seconda guerra mondiale.

Dopo un soggiorno nell’università americana di Princeton, nel 1939 Turing rientra in patria, in Inghilterra e si mette a disposizione dei servizi segreti nazionali. Ha non solo sviluppato una passione per i codici segreti ma anche messo a punto una misteriosa macchina, un “marchingegno cifrante” (prototipo di una logical computing machine) in grado di produrre codici cifrati.

Grande nemico del nazismo lavorò alacremente ad un progetto per battere Enigma, la macchina creata da Scherbius e utilizzata dai tedeschi per trasmettere messaggi segreti nel corso del secondo conflitto mondiale. A Bletchey Park costruisce, con l’aiuto di un gruppo di giovani studiosi, un apparecchio che simula Enigma e che per una circostanza davvero unica finisce per decriptare e svelare all’esercito alleato le mosse dei nazisti.

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