Fuori fase

Nel canto XXXIV dell’Orlando furioso, il prode Astolfo, scortato da San Giovanni Evangelista, arriva sulla Luna a bordo del carro di Elia. Non risulta da alcuna fonte che abbia consultato un lunario per decidere se ci fosse una fase più propizia per questo suo viaggio. Doveva andare. Per portare a termine un compito importantissimo: recuperare il senno di Orlando e farlo tornare a combattere nella guerra contro i Mori.

Così anche ET, nella sua avventura sulla Terra, ad un certo punto ha la necessità di tornare a casa, lassù nel cielo universo e, seduto nel cestino della bicicletta di Elliot, si alza verso l’alto, sullo sfondo di un’incredibile luna piena.

Anche in questo caso siamo piuttosto sicuri che i due protagonisti della storia che ci ha intenerito quasi quarant’anni fa non avessero fatto alcun calcolo astronomico.

Eppure le fasi lunari rappresentano la costanza di un susseguirsi temporale che disciplina le nostre vite.

Forse in questi termini la cosa ci appare un po’ impegnativa ma l’eterna regolarità con cui viene descritto il diverso aspetto che la Luna mostra verso la Terra durante il suo moto, crea una serie di intervalli ritmati. Crea il mese del nostro calendario gregoriano. Crea quelle caselline quotidiane che riempiamo di appunti, impegni, idee, liste. Crea un “dentro”.

Volendo sintetizzare, le fasi lunari sono il prodotto del moto di rivoluzione della Luna e del suo conseguente ciclico cambiamento di posizione rispetto alla Terra e al Sole.

Rivoluzione: è questa la parola chiave. Opposta a quell’insieme di punti di riferimento che, improvvisamente e da circa un centinaio di giorni, qualcosa di invisibile, impalpabile, indefinibile ha spazzato via.

Non stiamo facendo una rivoluzione nel vero senso del termine, ma un sovvertimento sta accadendo e si (anzi ci) consuma in un dentro imprigionante che ci catapulta ogni giorno di più in un fuori ricordato, sperato, sognato, urlato, bramato.

Se Ludovico Ariosto nell’Orlando furioso e Steven Spielberg in ET ci forniscono il destro per affrontare il tema del “fuori fase”, non dimentichiamo che l’accoppiata di fuori + fase ha in sé una piccola contraddizione.

Il buon vecchio vocabolario Rocci ricorda che “fase” deriva dal greco ϕάσις «apparizione», a sua volta derivato del tema di ϕαίνομαι «mostrarsi, apparire».

Fase 1, fase 2: siamo dentro un contesto visibile. Fase 1, fase 2: eccoci, al tempo stesso, nascosti, slegati, smarriti, in una parola, fuori, “sfasati”.

Orlando, folle e pazzo (lasciamo da parte l’amore un attimo) può ben considerarsi uno sfasato: anzi, un lunatico se vogliamo dare a questo aggettivo il significato più comune. Il giovane Elliot diventa per tutti un ragazzino svitato, bizzarro.

Noi, un po’ novelli Orlando ed Elliot, nel fuori fase che stiamo vivendo osserviamo affollarsi momenti, situazioni, stati d’animo e sentimenti che ci rendono confusi, rallentati, spaesati.

Dietro di noi un prima preciso nei suoi contorni fisici e temporali; davanti a noi un “nuovo” periodo, uno stato delle cose da cui aspettiamo segnali di cambiamento rispetto a un periodo o uno stato precedente. Fra questo prima e questo dopo c’è un adesso che ci sovrasta. Un adesso che segna una transitorietà, un momento di passaggio, magari foriero di possibilità e di occasioni da riconoscere e da cogliere.

Un adesso che ci costringe a considerare che se c’è un fuori, razionalmente c’è un dentro; se c’è una stasi c’è da spettarsi anche un dinamismo. E questo adesso ci chiama ad un progressivo avanzamento.

Ci confrontiamo, in particolare, con un nuovo concetto di tempo. Un tempo che è misurato a passi lunghi, che sposta sempre più in avanti la prospettiva e che modifica il concetto di progettualità.

C’è un momento in “Caro diario” dove Nanni Moretti incontra Jennifer Beals e il suo amico americano che passeggiano lungo Viale di Porta Ardeatina. Moretti ferma di colpo la sua Vespa e si avvicina alla coppia: ha riconosciuto l’attrice. L’amico americano non capisce la lingua italiana e si fa tradurre le parole di Moretti: nel dialogo i due stranieri descrivono Nanni Moretti come whimsical, off center per poi finire con un “quasi scemo”.

Moretti parla del ballo, della danza e preso dall’entusiasmo dice che vorrebbe andare a ballare, che gli sarebbe sempre piaciuto saper ballare. E, sognatore, si prende dell’eccentrico, del fuori fase.

Che posto ha il sogno in questa nostra condizione? Sappiamo ancora fantasticare o semplicemente vogliamo fare, andare, ricominciare, riaprire, rivoluzionare?

Probabilmente ci troviamo in una posizione distopica.

Come raccontano i dipinti delle abitazioni distopiche di Lee Madgwick.

Paesaggi immobili con case completamente avulse dal contesto in cui sono inserite. Dimore fuori fase, silenziose tanto da essere hopperiane, surreali. Di più, magiche, affascinanti, ricche di atmosfera. Colori pastosi, terrestri, materici, ambiente apocalittico, immoto, ma non spaventoso, quasi invitante, curioso. Chi è il proprietario? Che vita ha? Cosa sta accadendo all’interno delle stanze mentre guardiamo uno di quei dipinti?

A volte sembra di esserci dentro: intendo dentro questi quadri con la consapevolezza di essere “sbagliati”, fuori fase. Ma di voler continuare nella nostra esplorazione. E di avere bisogno ancora di tempo: per elaborare un lutto e per riappropriarci di cose perdute e dimenticate. Anche dei sogni.

Chi meglio di Alice (proprio lei, l’Alice del Paese delle Meraviglie) può rappresentare il sogno, la curiosità e il “fuori posto” tutti insieme?

Ci rianima un po’ sapere che è “normale” sentirsi confusi e anche leggermente alterati come Alice quando, al tè del Cappellaio Matto, reagisce così:

«E allora quelle tre sorelline imparavano a disegnare».

«Che cosa disegnavano?» domandò Alice, del tutto dimentica della sua promessa.

«Melassa» rispose il Ghiro, senza starci a pensare neanche un attimo, questa volta.

«Voglio una tazza pulita» interruppe il Cappellaio, «passiamo tutti avanti di un posto».

Mentre parlava, si spostò di un posto, e il Ghiro fece la stessa cosa dietro di lui: il Leprotto Marzolino si mise al posto del Ghiro, e Alice prese assai a malincuore il posto del Leprotto Marzolino. Il Cappellaio fu l’unico a trarre vantaggio dal cambiamento, mentre Alice stava assai peggio di prima, perché il Leprotto Marzolino si era appena rovesciato nel piattino tutto il bricco del latte.

Alice non voleva offendere un’altra volta il Ghiro e fu solo con grande cautela che si azzardò a chiedere: «Non capisco. Da dove prendevano la melassa per disegnarla?»

«Sai come si prende l’acqua da un pozzo d’acqua?» le rispose il Cappellaio. «Allo stesso modo prendi la melassa da un pozzo di melassa, no, stupidina!»

«Ma loro erano in fondo al pozzo» aggiunse Alice, rivolta al Ghiro, preferendo ignorare quest’ultima osservazione.

«Certo» rispose il Ghiro, «nel fondo profondo del pozzo».

Questa risposta mandò talmente in confusione la povera Alice che il Ghiro poté continuare la sua storia per qualche minuto senza essere interrotto. 

«Imparavano a disegnare» diceva il Ghiro, sbadigliando e strofinandosi gli occhi, poiché gli era tornato un gran sonno, «e disegnavano ogni genere di cose, tutte le cose che cominciano con una M».

«Perché con una M?» domandò Alice.

«E perché no?» rispose il Leprotto Marzolino.

Alice tacque. A questo punto il Ghiro aveva già chiuso gli occhi e si stava appisolando; ma, sotto i pizzicotti del Cappellaio, si risvegliò di nuovo con un lieve strillo, e proseguì: «Tutto ciò che cominciava con una M, come mollica di pane, e montagna della luna, e memoria, e molteplicità – sai che parlando di tante cose si dice che sono una molteplicità – ti è mai capitato di vedere una cosa che fosse il disegno di una molteplicità?».

«A dire la verità, adesso che mi ci fai pensare» rispose Alice, estremamente confusa, «non mi sembra».

«E allora cosa parli a fare?» obiettò il Cappellaio.

Alice entra in una tana ed esce in un mondo fatato. Off center lo siamo diventati; qualcuno lo era già.

E, in fondo, tra un’attesa e una nuova condizione tutta scoprire, il “fuori fase” di stand-by potrebbe non essere così male.

Per chiudere con un off-topic ma completamente in tema, ci preme confessare che, in accordo con le fasi, questo editoriale rispetta le prescrizioni di impiego dei DPI: ovvero è stato scritto con la mascherina, i guanti e ad una distanza di 4 metri dalla tastiera.

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