Cronache terrestri

“Chiunque stesse bussando alla porta non era intenzionato a smettere.”

Nell’incipit de I terrestri, Ray Bradbury introduce subito il tema peculiare del racconto: s’insisterà, costantemente, per svelare una realtà a chi verso di essa è cieco.

I nostri protagonisti hanno appena attraversato cento milioni di chilometri di vuoto cosmico su un razzo spaziale per giungere su Marte; i primissimi marziani che il capitano Williams e i tre uomini del suo equipaggio incontrano non sembrano capire la portata di quello che sta accadendo: i terrestri su Marte! Arrivati lì proprio dalla Terra! Eppure nessun nativo sembra emozionato o anche solo vagamente impressionato.

Solo dopo numerosi tentativi i terrestri, sempre più allibiti, vengono indirizzati in una stanza dove sono finalmente accolti con festeggiamenti e schiamazzi. Per sfortuna del nostro equipaggio però la stanza in cui si trovano è un manicomio.

Ma com’è stato possibile? I nostri protagonisti scoprono in quella stanza che i marziani folli sono in grado di proiettare le proprie allucinazioni all’esterno:

Verso mezzanotte tutti quanti nella sala erano lì a fare prodigi con fiammelle viola, a mutare e trasformarsi, perché la notte era il momento del cambiamento e della pena.

Il capitano prende consapevolezza che, se i marziani sono in grado di creare allucinazioni così reali, allora per i marziani che avevano incontrato fino a quel momento era stato naturale credere che egli potesse aver fatto lo stesso, rendendo il frutto della sua follia — il suo aspetto umano e perfino il suo equipaggio — visibile agli altri. Per loro, ciò che per lui era reale al di fuori della sua mente, era soltanto nella sua mente.

L’ultimo tentativo disperato è mostrare a Mr Xxx, lo psicologo che dovrebbe curarli (o meglio, curare solo il capitano “pazzo”) il razzo, nella sua inconfutabile solidità e concretezza. E quando Mr Xxx arriva al razzo, lo vede, lo tocca, ne sente gli odori e i rumori, si potrebbe pensare che non ha più scelta: deve credere che la realtà è un’altra!

Strinse la mano al capitano. “Posso farle i miei complimenti? Come psicotico, lei è un genio! Ha fatto un lavoro straordinario e completo. è quasi impossibile proiettare telepaticamente la propria vita immaginifica nella mente di un altro essere, facendo sì che le allucinazioni non vadano via via indebolendosi dal punto di vista sensoriale. […] La sua pazzia è meravigliosa nella sua compiutezza!” 

Radicata com’è nei marziani l’abitudine a questa sorta di “costruttivismo telepatico”, per cui la realtà che un individuo si costruisce può essere mostrata agli altri attraverso le menti, ogni tentativo di svelare loro il colossale errore cui vanno incontro è un fallimento; cambiare tale convinzione sembra impossibile, e difatti lo è.

Mr Xxx uccide il capitano, poiché una follia di tale portata è curabile solo con la morte; ma quando quelle che ritiene essere allucinazioni non svaniscono il marziano si stupisce:

“Continuate a esistere? Ma è straordinario! Allucinazioni con persistenza spaziale e temporale!”

e spara anche ai tre terrestri rimasti. Dunque tutto dovrebbe svanire, eppure non lo fa. Perché?

“Contaminato!” sussurrò inorridito. “Mi è entrato dentro. Telepatia. Ipnosi. sono diventato pazzo io. Contaminato, Allucinazioni in tutti i sensi”.

L’unico modo per curarsi e far sparire tutto per sempre diventa l’autodistruzione: a Mr Xxx non resta che uccidersi.

Tutti i marziani della storia di Ray Bradbury si sono comportati, a rigor di logica, nel modo più naturale possibile e non è affatto paradossale (o forse sì?) che Mr Xxx sia andato perfino contro la regola basilare della natura, sopravvivere, pur di rimanere coerente con se stesso.

La coerenza e la logica sono elementi importanti che indirizzano azioni e relazioni, eppure rischiano di immobilizzare in una rigidità che impedisce qualsiasi cambiamento. Quando poi si incontra una realtà inconcepibile la scelta più facile finisce per essere la distruzione, perfino di sé: la mente prevale sui sensi e sul corpo stesso poiché ogni cosa finisce per essere creazione della mente.

Il razzo e i tristi cadaveri di quattro terrestri e di un marziano rimangono lì, anche quando non c’è più alcuna mente a pensarli. 

In miti e leggende, i grandi eroi messi di fronte a un’allucinazione devono riconoscere l’inganno e trovare il modo di scrollarsi di dosso una realtà creata per intrappolarli: proprio come ha fatto Mr Xxx, quantomeno nelle sue intenzioni. 

Nell’episodio Licenza di sbarco di Star Trek, il capitano Kirk e il suo equipaggio si ritrovano in una situazione diametralmente opposta a quella del capitano Williams: atterrano su un pianeta quasi paradisiaco e, passeggiando e lasciando vagare la mente in un distratto fantasticare si ritrovano improvvisamente in mezzo a queste stesse loro fantasticherie, perfettamente reali e perfettamente inspiegabili; alcune di esse divengono sempre più pericolose finché un cavaliere su destriero nero non arriva ad uccidere McCoy.

Solo a questo punto compare un uomo, il Custode, colui che dirige tutto e che tutto è in grado di spiegare: quello che vedono sono invenzioni della loro fantasia, capace di trasportare nella realtà tutto ciò a cui pensano perché si trovano in un parco divertimenti, costruito appositamente per questo. La morte dunque non è reale — questa volta — e McCoy può riaprire gli occhi sano e salvo.

Rassicurato dalla conoscenza della realtà, consapevole di poter distinguere ciò che è da ciò che appare evocato dalla sua mente, il capitano Kirk concede licenza di riposo al suo equipaggio sul pianeta.

A differenza di Cronache Marziane, in Star Trek le allucinazioni sono vere e soprattutto c’è una spiegazione, la quale rientra perfettamente negli schemi di conoscenza dei protagonisti: è lineare e accettabile che cose non reali circolino nella realtà, in un luogo fatto appositamente per questo.

L’opera di distinzione però non sempre è così facile: nessuno viene da noi a indicarci cosa è reale anche al di fuori di noi e cosa lo è soltanto dentro di noi. Per alcuni, non fa alcuna differenza. Eppure la differenza c’è, e non consiste in una realtà “più vera” dell’altra, ma in qualcosa di più complesso. 

Lo psicologo Paul Watzlawick spiegherebbe tale differenza in questi termini: esistono una realtà di primo ordine, immutabile e priva di interpretazione, e una realtà di secondo ordine, mutabile e in continua interpretazione, che spinge il mondo alla ricerca del significato da dare di se stesso.

Spesso l’errore fondamentale in cui si incappa è credere la realtà di secondo ordine statica e assoluta quanto o addirittura più la prima.

Scrive Watzlawick nel saggio La costruzione di “realtà” cliniche:

“Uno dei più scioccanti principi di questa scuola di pensiero [costruttivismo] è probabilmente quello per cui la realtà “vera” possiamo al massimo sapere che cosa non è […] solo quando le nostre costruzioni della realtà falliscono, ci accorgiamo che la realtà non è come pensavamo che fosse.”

Perché dunque Mr Xxx davanti al totale fallimento delle proprie costruzioni persiste nel credere in una realtà così come lui la interpreta? E dato che la realtà di secondo ordine subisce un processo di interpretazione così determinante per le nostre azioni, cosa ci impedisce di credere, amplificando l’esperienza marziana, che ogni cosa non sia in verità allucinazione, ipnosi, sogno?

Innanzitutto, dobbiamo imparare ad accettare il fallimento delle nostre costruzioni e concedere la possibilità al mondo di mostrarsi, attraverso gli occhi dell’altro, diverso da come lo pensiamo. Anche senza essere un alieno venuto da un altro pianeta, l’altro è sempre in qualche modo diverso da noi e soprattutto ci mostra cose al di fuori di noi.

Credere fermamente in qualcosa non è negativo né crea solo illusioni che finiscono per intrappolarci e immobilizzarci. E cambiare (forma, idea, vita) è in effetti parecchio terrorizzante. La paura è un elemento potente e fa profondamente parte di noi, poiché fin dagli albori dell’umanità ha guidato i nostri passi su cammini sicuri, salvandoci spesso la vita: per questo ci fidiamo così ciecamente.

In “Change”, sempre Watzlawick dice che la fiducia è qualcosa di spontaneo che non può essere ottenuto o prodotto o richiesto; ma scrive anche è un fenomeno interpersonale estremamente elusivo.

È facile fidarsi spontaneamente — e ciecamente — della paura. Quando si tratta di affidarsi agli altri, invece, la fiducia diventa più scivolosa, più sfuggente.

Fidarsi di qualcuno è vitale, perché se capita che la realtà venga dimenticata, e se siamo spaventati o perfino terrorizzati, bisogna avere qualcuno che ci ricordi quest’unica cosa.

Forse un suggerimento ce lo può dare Patricia di Florence and the Machine:

I drink too much coffee and think of you often
In a city where reality has long been forgotten
And are you afraid? ‘Cause I’m terrified
But you remind me that it’s such a wonderful thing to love.

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