L’infinito in una frase
Quante parole possono stare in una frase? È un interrogativo buffo, ma non certo privo di senso e incredibilmente ricco di spunti. A proporlo (indirettamente) è nientemeno che Piergiorgio Odifreddi, professore ordinario di logica matematica presso l’Università di Torino. Sull’ultimo numero del mensile “Le Scienze”, Odifreddi punta l’attenzione sul’eclettico letterato francese Raymond Queneau e sul suo “Fondamenti della Letteratura secondo David Hilbert” (1973).
Ne “I fondamenti della geometria” (1899), il celebre matematico tedesco David Hilbert presenta gli assiomi che costituiscono i fondamenti della geometria, perfezionando dopo due millenni il lavoro di Euclide.
Ma la Matematica è meravigliosa perchè le sue leggi sono invarianti rispetto all’oggetto del contendere. Se al posto di “punti” e “rette” si trattasse di “parole” e “frasi”, gli assiomi matematici rimarrebbero comunque validi. Si passerebbe solo da una sistemizzazione della Geometria a una della Letteratura. “Voilà” deve aver pensato monsieur Queneau, che nel suo libro ha effettuato esattamente questa trasposizione, cercando poi di comprenderne le implicazioni. [Continua »]
“Ti sento che parli del mio dolore, ma tu non conosci la mia pena. Tu sai che c’è una specie di intimo dolore. Signore, che fa sempre cantare i blues alle donne…”. E’ un verso di Ego Rock, espressione di un pensiero più volte sviscerato dall’icona rock Janis Joplin durante la sua carriera discografia. Celebre per il suo impegno politico a difesa dell’uguaglianza fra bianchi e neri; la Janis ha mostrato interesse soprattutto per la sofferta condizione della donna. Il libro “Mistica della femminilità” scritto nel 1963 da Betty Friedan, ridefiniva il ruolo della donna in ambito sociale, economico e politico. Janis Joplin, con una capacità vocale e interpretativa straordinaria, diede forma e sostanza al dolore di ogni femmina americana. In qualche modo, i suoi dischi sono conseguenze del patriarcato, considerato un sistema oppressivo contro le donne. Quattro album (dal ’67 al ’71) segnati dal vocativo “Oh Signore”, un uso copioso della declinazione del nome di Dio che avvicinò il blues della Joplin ai generi “spiritual” e “gospel”. Lei cantava e pregava per la liberazione della donna dalla schiavitù degli uomini.
La letteratura è un fatto umano e non è mai qualcosa di neutro nei confronti della vita: questa è una lezione che lo scrittore emiliano Pier Vittorio Tondelli – nato nel 1955 e prematuramente ucciso dall’aids a soli 36 anni – ha dato con lealtà e coerenza fino ad avvertire i propri scritti, come leggiamo nel suo ultimo romanzo, Camere separate, con gelosia e vergogna: «Sente insomma quel libro, o altri che ha scritto, come il suo corpo spogliato. Non una emanazione di sé, una proiezione, un transfert, ma proprio, realmente, il suo corpo». Mi sono occupato della sua opera per anni, a partire dal 1995, colpito dal profondo desiderio si salvezza che esplode in quelle pagine, assumendo ora accenti dionisiaci ora forme legate profondamente a simboli religiosi e a una vita di fede compiuta. Ho voluto studiare Tondelli nella sua biblioteca privata di Correggio, nella quale sono stato accolto dai suoi familiari. Nel totale rispetto dei ricordi dei suoi cari e della vita personale dello scrittore, ho potuto aggirarmi tra i suoi libri, i suoi appunti, le sottolineature… alla ricerca del suo volto più profondo.
Che cosa caratterizza una persona che si possa definire “geniale”? Certamente l’ingegno, la sapienza, la cultura, l’intuizione, la capacità di analisi e di sintesi: tutte queste cose o almeno alcune di esse. Una persona geniale possiede anche caratteristiche apparentemente contraddittorie, per esempio l’intuizione e la capacità di analisi, oppure la creatività e il metodo. Ma queste sono le doti di un genio, ciò che lui possiede in se stesso, che ha sviluppato nel tempo e che lo fanno essere la persona che è. Ma non basta questo per essere una persona geniale. Infatti sono necessarie anche le idee, cioè, anche etimologicamente, le “visioni”, le grandi prospettive piene di contenuti. Nel suo Journal d’une passion il gesuita François Varillon aveva definito la genialità come “il dono sublime che consente, a chi ne è il fortunato possessore, di comprendere la vita e di esprimerne in modo armonioso la verità e l’universalità”.
Intitolata Andremo a rubare in cielo è in libreria, per la casa editrice Ancora, la prima traduzione italiana delle poesie di Patrick Kavanagh (1904-1967), poeta contadino, cantore di una terra d’Irlanda trasfigurata da un’immaginazione visionaria. In una brillante prefazione, il curatore e traduttore dei versi, Saverio Simonelli, introduce il lettore alla conoscenza di un artista di fama internazionale, convenzionalmente ritenuto “il più grande poeta irlandese dopo Yeats”, ma inspiegabilmente sconosciuto nel nostro paese.
La nuova stagione del