Addio, Alda!

Alda MeriniLa poesia «è una forza che nasce in me, è come una gravidanza che deve andare a termine». È un impulso travolgente e necessario ad aver caratterizzato la magmatica produzione poetica di Alda Merini, i cui poveri versi – ella avvertiva – sono brandelli di carne che saltano agli occhi impetuosi (I miei poveri versi). La sua voce è una bomba che esplode nel buio e produce ora scoppi, ora intensi bagliori, ora lampi, ora sottili fenditure nell’oscurità. Tra i maggiori poeti italiani contemporanei, la Merini vanta una produzione vastissima, circondata dall’apprezzamento dei critici, ma anche da un vero e proprio culto di fans senza distinzione di età. Nasce a Milano il 21 marzo 1931 (Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta) ed ha avuto il suo esordio poetico in volume cinquant’anni fa, nel 1953, con la raccolta La presenza di Orfeo: da quel momento la sua produzione ha raggiunto una qualità della quale si può forse avere un’idea leggendo almeno l’antologia Fiore di poesia, curata da Maria Corti, e notando i premi da lei ricevuti, fino alla candidatura al Nobel.

La Merini ha scritto versi da quand’era bambina. Le sue poesie di quindicenne attirarono [Continua »]


Necare

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

Quidam, auri inquisitor, cum socio suo, cui nomen Bill est, iter per immensam rigentem planitiem conficit. Ambo imbecilli et faticati, humeris utensilia et magni pretii metallum sustinentes, sunt. Alter cum crus sibi luxaverit auxilio petit ab altero qui contra abit et iter suum facere pergit. Boni Samaritani parabolae simile contra est. Ante virum saucium immensa dolenda tristitia  eum oppressura stat. Vir  intremiscit et pavescit, sed non consistit neque spem relictus dimittit. Animo suo fingit socium Bill processurum et postea mansurum esse.  Quod certum habebat ne vanus labor  esset neque mori mallet. Si vir “sodalicium” amittit mori mavult. [Continua »]


L'altro fuoco (Il Regno)

Con L’altro fuoco Antonio Spadaro, critico letterario di Civiltà Cattolica e docente di Introduzione all’esperienza della letteratura alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, chiude un lavoro che in Abitare nella possibilità. L’esperienza della letteratura (Jaca Book, 2008) aveva il suo presupposto e al tempo stesso il suo “trampolino di lancio”. Una ricerca – quella composta dai due volumi – “sinfonica”, perché continuamente e sapientemente intrecciata a voci di critici e scrittori, tesa a risalire verso quel luogo – insondabile perché custodito nel mistero – che è la scaturigine della parola poetica.

Evaporata la stagione dell’ideologizzazione della letteratura, svanite le tentazioni strutturaliste che tendevano a ridurre la parola a mero gioco combinatorio, consumatasi in fretta la stagione dei cosiddetti cannibali, resta aperta – e abissale – la domanda sull’essenza della letteratura. O come, scrive Spadaro, sulla “verità” della letteratura. Cosa rende la parola letteraria autenticamente creativa? Come distinguere, come scegliere tra una parola che sia viva e rigenerante da quella invece solo caduca e anestetizzante? Spadaro offre subito una chiave di lettura: la parola “poetica”  “brucia ma non si consuma, rivelando una presenza permanente che la abita. Quando la parola è davvero “poetica” – cioè creativa – diviene come un biblico roveto ardente. Quando è letta, diventa attiva nel lettore, comunica la sua potenza espressiva, ma non si disperde, non si infiacchisce nella lettura: è un fuoco che il suo ardore rigenera (Mario Luzi).”

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La gloria in un bullone

bulloneIl 5 febbraio 1852 Henry David Thoreau, scrittore e maestro del «rinascimento americano», registra nel suo diario: «Sospetto che il bambino colga il suo primo fiore con una percezione della sua bellezza e del suo significato che il futuro botanico non mantiene mai». C’è qui l’indicazione di una conoscenza sorgiva che si nutre di un primo immediato contatto con qualcosa di bello. Se il fiore può sembrare oggetto fin troppo prezioso, possiamo ricordare la passione che il pensatore gesuita Pierre Teilhard de Chardin da bambino nutriva per gli oggetti di ferro: un bullone d’aratro, la testa metallica esagonale di una colonnetta di rinforzo, schegge di proiettili di un tiro a segno… «Fanciullaggini» le definisce lo stesso Teilhard da adulto, il quale però non può non riconoscere che «in questo gesto istintivo che mi faceva, in senso rigoroso, adorare un pezzo di metallo, erano racchiusi e raccolti un’intensità di tono ed un corteo d’esigenze dei quali l’intera mia vita spirituale è stata solo lo sviluppo». Come si fa dunque a «vedere» veramente la realtà, che sia essa un fiore o un bullone di ferro? Come mantenere uno sguardo sempre fresco sugli oggetti? Il poeta, premio Nobel, irlandese Seamus Heaney direbbe, citando il titolo di una sua raccolta, che si tratta di imparare a Seeing Things, a «veder cose». L’espressione in inglese significa non solamente «veder cose», ma anche «avere visioni». È in questo duplice senso che è da cercare la risposta. La densità di visione è tipica dell’ispirazione creativa di cui l’uomo ha bisogno per vivere appieno la sua vita.

William Blake ci viene in soccorso con una manciata di [Continua »]


Uccidere

Minerva impedisce ad Achille di uccidere Agamennone

Minerva impedisce ad Achille di uccidere Agamennone

Un uomo, un cercatore d’oro, cammina con il suo compagno, Bill, per l’immensità di una distesa di ghiaccio. Sono entrambi deboli e stanchi, col loro carico di masserizie e di metallo prezioso sulle spalle. L’uomo si sloga una caviglia e chiede aiuto all’altro che invece se ne va per la sua strada, come in una sorta di parabola invertita del buon samaritano. Davanti all’uomo ferito resta l’immensità della paurosa e terribile desolazione pronta a schiacciarlo. L’uomo comincia a tremare ma non si ferma né si lascia vincere dal pensiero dell’abbandono. Si convince che Bill lo avrebbe atteso più avanti: era costretto ad aggrapparsi a questa convinzione, altrimenti non avrebbe avuto senso tutta quella fatica, e si sarebbe lasciato cadere per morire. Se l’uomo perde la “compagnia” si lascia morire.

Nel frattempo i lupi con i loro ululati vagano avanti e indietro per quella desolazione, tessendo nell’aria un velo di minaccia. Nel suo tragitto l’uomo incrocia le tracce di un altro uomo. Poi vede un mucchio di ossa. Era ciò che era rimasto di Bill dopo il passaggio dei lupi. L’uomo prosegue come un fantasma, guidato dalla visione di un miraggio irraggiungibile: il mare che si intravede alla fine dei ghiacci e una nave. L’ultimo atto è la lotta con un lupo, stremato tanto quanto l’uomo: una lotta estrema, lenta, affannata di due corpi senza più energie. L’uomo l’avrà vinta ma senza alcun trionfo. [Continua »]


BombaFoto, il laboratorio fotografico di Bombacarta

Salve a tutti,

Flickrho il piacere di annunciarvi la nascita di Bombafoto, il laboratorio fotografico di Bombacarta. È un laboratorio un po’ particolare, che vivrà principalmente su internet, approfittando del fatto che il supporto informatico è ormai la forma principale di esistenza delle foto.

Siete tutti invitati, e approfitto per esprimere lo spirito che vorrei animasse il laboratorio; un paio di concetti che spero si autoalimentino in un circolo virtuoso:

  • le cose vanno fatte bene, ma soprattutto vanno fatte
  • non c’è ragione di faticare più del necessario

Sfrondiamo la nostra tecnica da tutto ciò che non è necessario e che ci appesantisce (un piccolo corollario a questo è: avere una macchina da pochi megapixel non è una scusa per non partecipare; non avrò una foto abbastanza definita per una grande stampa, ma sullo schermo sarà più che adeguata).

Entriamo a questo punto nel vivo della questione.

Il primo tema per il laboratorio sarà “Iniziare”. Cosa vuol dire “Iniziare” in fotografia? [Continua »]


Il sacro oltre lo scandalo

ongHo il piacere di annunciarvi che è appena uscito il volume: Walter ONG, Il sacro oltre lo scandalo. Hopkins, il sé e Dio (Milano, Medusa, 2009) per il quale ho scritto la postfazione.

Walter Jackson Ong, celebre per i suoi studi sulla storia della scrittura e della oralità, allievo di Marshall McLuhan, è una figura interessantissima nel panorama multidisciplinare della letteratura intesa come meditazione, uno scenario, dunque, non afflitto da specialisti ma aperto alla poesia intesa come via d’accesso al bello e al bene, alla beatitudine. In questo volume, Ong attraversa con densità e partecipazione i meandri e gli slanci dell’opera di Gerald Manley Hopkins, il grande poeta e mistico dell’Ottocento, riscoperto con ardore nel primo dopoguerra e assunto tra i maestri di intere generazioni. Ma l’originalità delle letture di Ong consiste soprattutto nel porre in luce l’elemento fondativo dell’arte di Hopkins, il suo insistere sull’identità, il Self, come chiave per meditare la presenza reale, incarnata, dì Dio nell’intimo di ciascuna persona.

Hopkins non fu l’unico dei poeti dell’età vittoriana a mettere in luce la questione del sé o del “paesaggio interiore”; ma l’intensità e l’acuto senso di pienezza esistenziale che emerge dai [Continua »]