Autobiografia di un rivoluzionario
Continua la primavera italiana di Chesterton. Dopo la riedizione di L’uomo eterno (Rubbettino), fuori commercio da oltre 70 anni, le doppie nuove traduzioni del San Francesco d’Assisi e del San Tommaso d’Aquino (Mursia, Lindau, Fede&Cultura), torna finalmente il suo romanzo-capolavoro: Uomovivo (Morganti, pp. 251, € 15). Era riapparso nel 1997 per Piemme nella traduzione, pure pregevole ma ormai stagionata (1933), di Emilio Cecchi In questa nuova versione di Paolo Morganti la preoccupazione filologica è ben presente fin dal titolo – l’originale è Manalive, cioè proprio Uomovivo – finora tradotto con Le avventure di un uomo vivo. E dire che lo stesso Chesterton dava grande importanza a questo soprannome del suo protagonista, tanto da precisare: «dovete scriverlo tutto attaccato, oppure lui si arrabbia davvero».
Ma chi è, dunque, questo “Uomovivo”? È Innocent Smith, vitale come una scimmia, fisico colossale e testa piccola, che compare d’improvviso in una locanda dove un pugno di giovani inquilini spreca la propria esistenza nell’indecisione. Smith è bufera umana. Al suo passaggio, folle e smisurato, avvengono episodi inspiegabili: improvvise proposte di matrimonio, furti, rapimenti e pistolettate a chi non festeggia il proprio compleanno.
L’onda di avvenimenti anomali preoccupa le autorità e alla pensione viene improvvisato un processo surreale per capire chi è Innocent Smith. Un rivoluzionario, uno «che ha spezzato le consuetudini, ma ha conservato i comandamenti», come vuole la difesa? Oppure – come sostiene l’accusa – uno che «ha lasciato nel mondo, dietro di sé, una lunga scia di sangue e di lacrime», un «grande diavolo fantastico» da rinchiudere [Continua »]
Che cosa caratterizza un “genio”? L’ingegno? La sapienza? La cultura? L’intuizione? L’analisi? La sintesi? Credo tutte queste cose o almeno alcune di esse. Certamente almeno qualche opposto. Per esempio: l’intuizione e l’analisi, oppure la creatività e il metodo. Ma queste sono le “doti” di un genio, le parti di sé che lui possiede e che ha sviluppato nel tempo e che lo fanno essere quel che è. Ma non basta questo per essere un genio.
Il personaggio, creato dalla matita di Altan, è divenuto via via sempre più popolare al punto da esordire in televisione e in teatro, vincere premi internazionali, essere tradotto in diverse lingue straniere, senza contare i prodotti incentrati sulla Pimpa che nelle librerie si vanno moltiplicando. È inoltre prevista, proprio in questi giorni, l’uscita di Piccole storie , quattro narrazioni riadattate in formato più grande e in cartone leggero (Modena, Franco Cosimo Panini Editore, 2009, pagine 22, euro 4,50). Le avventure di Pimpa, che vive in campagna con Armando, un signore mite, con due baffoni e sempre in cravatta, prendono tutte inizio dalla curiosità della loro protagonista. Più precisamente, a mettere in moto l’azione sono un costante interesse e stupore verso il mondo circostante. Pimpa vuole sapere dove e cosa ci sia al centro della terra, si chiede il motivo delle stelle cadenti, non capisce perché il sole divenga rosso al tramonto. Si tratta di una domanda messa in moto da un sussulto, da un’intuizione “francescana” di bellezza, da quel senso di meraviglia per il creato che Aristotele, nel primo libro della Metafisica, stabilisce essere una condizione essenziale per il cammino verso la saggezza. Una domanda che sprigiona energie creative in modo immediato, naturale, spontaneo: la Pimpa va a vedere, indaga, si mette in gioco; non si chiude a rimuginare, ma esperisce in libertà.
È questo il secondo volume (L’altro fuoco. L’esperienza della letteratura II, Jaca book, pp. 300) in cui Spadaro mette a fuoco le sue esperienze letterarie, quelle del suo sito “Bomba-carta” e delle sue innumerevoli letture, tutto sorretto dalla sua teoria critica su cos’è la letteratura – in cui, a mio avviso, confondendo cristianesimo ed ermetismo aveva scelto la poetica di Carlo Bo come estetica. In questo nuovo libro di critica militante Spadaro ci insegna cose stupende: per esempio che entrare nella poesia, in questo altro fuoco, è come varcare la soglia, “andare lontano dentro se stessi” che è bisogno di consolazione, è la poesia come vita altra e esperienza dell’attesa. Il volume interviene su questi autori: Cesare Pavese, Stig Dagerman, Rowan Williams, Oscar Wilde, Alda Merini, Bartolo Cattafi, Mario Luzi, Gerard M. Hopkins; e si chiude con una serie di figure: il viaggio, la frontiera, la lotta, il germoglio, le cose, il Logos. Insomma un libro di critica a tutto tondo, che non mancherà di interessare il lettore. In Pavese Spadaro scopre il nervo scoperto in questa sua ricerca della “possibilità aperta”, per ricercare o aspettare il futuro bensì riscoprire i segni di un passato: “lo stupore vero è fatto di memoria, non di novità”. In Oscar Wilde riscopre il senso del peccato e la visione di Dio nella Ballata del carcere di Reading. Purtroppo non possiamo toccare tutte le tematiche e gli autori, ma almeno vorrei soffermarmi su una figura che forse è la più poetica di tutte: il viaggio (basti per tutti Omero, Dante, Coldridge, Melville e tanti americani).
Subiectum, praedicatum et complementum: haec sunt tria sententiae in qua vis insit firmamenta. Quorum firmamentorum verbum (id est ad verbum pertinens) unum, vere medium, est. Sententia non grammaticae, sed vitae res est. Sententiae vitae verae frusta sunt. Si dico: “Mamma emptum ivit” re vera sententiam dico, sed amorum, actionum vitae communium universum patefacturus sum. Loqui vitam dicere est. In verbo inest motor, qui est quod hominis quem ad aliquid faciendum pellit vitam movet. Verba vitam quem numquam eadem est, sed quae semper excurrit, semper mutat describunt.
Soggetto, predicato e complemento: sono queste le tre colonne di una frase di senso compiuto. Il verbo (il predicato verbale) è una di queste colonne, quella centrale. La frase non è una cosa della grammatica: è una cosa della vita. Le frasi sono pezzi di vita vissuta. Se dico “Mamma è andata a fare la spesa” in realtà non sto dicendo una frase, sto aprendo un mondo di affetti, di azioni ordinarie della vita.
C’è un filo rosso, una sorta di campo magnetico, che attraversa l’intera storia della canzone americana. Una tensione che oscilla tra due poli: il desiderio di salvezza e l’ineluttabilità della caduta, il salto verso la salvezza e la vertigine della dannazione. Questo campo di forze cattura in qualche modo l’animo americano e le sue contraddizioni. Non è un caso che uno studioso come Rodney Clapp abbia scelto Johnny Cash – una delle “voci” più importanti e paradigmatiche della canzone Usa – per illuminare gli orli dell’animo americano: i suoi conflitti, i suoi demoni ma anche la sua inesauribile volontà di riscatto. Cash (1932-2003) racchiude questa costellazione di senso, questa serie di opposizioni binarie – salvezza caduta, individualismo comunità, colpa innocenza, morte vita – all’interno della quale si dispiega il discorso della canzone americana. “So cantare canzoni di morte. Ne ho vista tanta – ha detto una volta lo stesso cantante – ma sono ossessionato dalla vita”. Queste lacerazioni – gli eccessi del successo, la dipendenza dalle droghe, persino l’esperienza del carcere – che attraversano tanto la sua biografia che la sua arte sono però illuminate dalla fede che costituisce la vera cifra poetica di Cash: l’oscurità è sempre rischiarata dalla luce, la caduta è riscattata nella redenzione, la contraddizione si scioglie nell’affidamento, nella fede.