Jan Twardowski e la fretta di amare

Twardowski(il presente articolo è uscito il 12 ottobre su Roma7)

Nel suo recente viaggio nella Repubblica Ceca il Papa ha affermato che: “Buono ed onesto è colui che non copre con il suo “io” la luce di Dio, non mette davanti se stesso, ma lascia trasparire Dio”. Le parole di Benedetto XVI vengono subito in mente al termine della lettura delle sessanta poesie di Jan Twardowski raccolte nel volume Affrettiamoci ad amare che finalmente permetto al pubblico italiano di conoscere un altro grande esponente della poesia polacca, all’altezza di Herbet e dei premi Nobel Milosz e Szymborska.

Il carattere più immediato che risalta prepotente da questi versi sobri e scarni è la “trasparenza”, che è anche il titolo di un componimento in cui il poeta, [Continua »]


U2 in concerto su YouTube

Qui si fa la storia del rock: il primo concerto trasmesso in streaming live sul web e con gli U2. Novantamila spettatori paganti in uno stadio, milioni di fans collegati ad internet per la diretta del 25 ottobre dal “Rose Bowl America’s Stadium” di Pasadena, in California (ore 20.30). In Italia saranno le 4.30 del mattino di lunedì. Il “Global Live Webcast” degli U2 potrà essere visto integralmente su YouTube U2official e sul sito della band di Dublino, U2.com. Sarà bello esserci… con un click.


Verso una “nuova epica”? Riflessioni critiche sulle posizioni di Wu Ming

(ho pubblicato questo articolo in: La Civiltà Cattolica 2009 IV 137-149)

New Italian EpicTutti a scuola abbiamo studiato «epica»: storie di dèi ed eroi, storie mitiche, proiettate in un passato senza tempo o in epoche lontane segnate radicalmente da grandi scenari e da grandi conflitti, che davano vita ad affreschi di ampio respiro. La lotta e la guerra sembravano essere il motore di ogni grande storia o la sua conseguenza. Nella sua monumentale Estetica, pubblicata nel 1832, Hegel considerava la guerra un evento opportuno per la letteratura, anzi «la situazione più appropriata» (1) al genere epico. Il motivo fornito dal grande pensatore tedesco è preciso: l’epica deve rappresentare una totalità capace di dar conto, da un lato, di uno sfondo universale; dall’altro, degli avvenimenti degli individui o, meglio, dell’eroe. Essa presenta uno scenario drammatico di sconvolgimenti (a volte coinvolgenti anche gli dèi) e la vicenda personale di uomini che in questo sfondo si stagliano a tinte forti o deboli, a seconda dei casi. Hegel, parlando dell’epica, in realtà ha illustrato uno dei motivi che rendono, a nostro avviso, significativa un’opera letteraria in generale: la possibilità di raccontare una storia particolare che si dispiega entro un orizzonte ampio, per entrare nel quale è necessario un respiro profondo.

Ma che cos’è la letteratura? «Un libro esiste nella storia dell’umanità proprio come una battaglia, e Renzo non è meno popolare, influente e cruciale nella storia d’Italia di quanto lo sia Garibaldi. La letteratura dunque ha un peso nel mondo reale, e sebbene ci sia in larga parte sconosciuto il processo alchemico per cui le parole diventano fatti, nondimeno sappiamo per esperienza che così accade. La letteratura è l’insieme di tutti i mondi inventati dagli scrittori, e questi mondi — assai più delle stelle del cielo — influiscono sulle vicende della terra» (2). Queste considerazioni di Fabrizio Rondolino, per quanto estremamente sintetiche e giornalistiche, risultano efficaci. Un personaggio «epico» come Renzo Tramaglino dei Promessi Sposi, cioè un personaggio le cui vicende si stagliano su un ampio affresco storico e teologico, può avere un impatto popolare di significato più profondo di un personaggio storico. Del resto, nessuno si può sentire ingannato dall’Odissea («finta»), ma può esserlo da un reality show («vero»). I mondi inventati influiscono sulle vicende della terra, forse più degli stessi astri.

Una Terra «essiccata»?

È singolare che le parole citate siano frutto del fiume di inchiostro versato intorno al febbraio 2009, subito dopo la pubblicazione di un volume dal titolo New Italian Epic (3). I suoi quattro autori costituiscono un collettivo che ha assunto il nome di «Wu Ming», che in cinese significa «Senza Nome». Il gruppo è molto riconoscibile nel panorama letterario italiano sin dal gennaio del 2000. È autore di opere tradotte in molti Paesi: quattro romanzi collettivi, alcuni saggi, oltre ai romanzi «solisti» (4). I singoli scrittori restano formalmente anonimi e si identificano con un numero (1, 2, 3 e 4). La definizione di New Italian Epic è stata coniata da Wu Ming 1 nel marzo 2008, durante i lavori di un seminario sulla letteratura italiana contemporanea [Continua »]


Vado a prendere d’anticipo il mattino

Molti inizi sono figli di uno strappo, di una sconfitta, di una disattenzione ed hanno in sé la cifra della necessità. Inizi obbligati, dovuti e indispensabili. Spesso si è costretti ad iniziare – per non dire ricominciare – solo perché non si è stati bravi a conservare, tutelare e dare respiro a ciò che si aveva. Il sonno, la disattenzione, la mancanza di cura e la superficialità, portano, di frequente, le cose verso la loro fine. E allora, in questi casi, si è tenuti, purtroppo, a dover ricominciare, da capo, ex novo; perché sì, non c’è scampo:  quando ci si assopisce placidamente sulle cose, sulle verità di dentro e sulle bugie comode come i migliori cuscini sul mercato, si paga. Sempre. Perché, quando tutto è messo a tacere e tutti sono a dormire,  le cose, nel frattempo, vanno, da sole, lungo strade che, quasi sempre, corrono troppo veloci per poi poter  essere riacciuffate.
Tre anni fa Vinicio Capossela raccontava veramente tanto nel suo album Ovunque proteggi. Tra mostri, lanterne, processioni, fragilità, attese, scoppi di gioia e lacrime, si fa strada anche la figura di Nutless (Dove siamo rimasti a terra Nutless), l’amico fratello, suo fedele compagno di cuore.
Di notte, nell’ora delle confessioni più feroci, il telefono diventa l’abbraccio tra i due amici, colpevoli, probabilmente, di  essersi lasciati troppo soli nel momento in cui il grosso pensavano di averlo fatto, quando invece…Il dialogo con l’amico Nutless diventa per Vinicio preziosa occasione per riprendere le fila dei propri errori.  La sua storia d’amore è finita, senza che né i suoi occhi, né quelli dell’amico fratello, si fossero sgranati in tempo per evitare che il vuoto si aprisse sotto i suoi piedi  “Potevamo aiutarci un poco di più, tu eri mio fratello. Dovevamo starci un poco più vicini, lasciarci meno soli – recita all’amico Nutless in una lettera che accompagna il testo  – senza perdere il tempo a ricordare mentre intanto,  avanti, si stava preparando un altro rimpianto.” [Continua »]


Il fantasma di Woody Guthrie

Sul palco, tra gli altri, ci sono John Legend, Bon Jovi e Bruce Springsteen. Nuove, giovani e decisamente non più giovani (tra tutti spicca il 93enne Peter Seeger) star della musica americana. C’è da omaggiare il neo presidente Barack Obama, quando mancano poche ore al suo insediamento. Dal “cilindro” viene estratto il brano This land is your land, capolavoro di Woody Guthrie, inno dell’ “altra” America, quella che si è sempre rifiutata di rispecchiarsi nella parole – fin troppo indulgenti – di God bless America di Isach Berlin. Per una canzone a lungo maltrattata – censurata, privata della sua carica eversiva, ridotta a immaginetta – è una sorta di riscatto. Dell’America che tacciava di anti-patriottismo il suo autore, qui, non c’è traccia. A 42 anni dalla morte, il fantasma di Guthrie – figura estremamente complessa e ancora inesplorata del panorama musicale Usa – continua a ossessionare la cultura americana.

Un fascino che ha contagiato intere generazioni. Il giovane Bob Dylan costruisce una delle sue primissime “maschere” sul modello di Guthrie: girovago, senza legami, sempre pronto a saltare sul primo carnival train. Nel 1982 Bruce Springsteen, che non aveva ancora conosciuto i fasti planetari di Born in the Usa, sale su un palco e intona “una delle canzoni più belle che siano mai state scritte”. This land is your land, neanhce a dirlo. Steve Earle dedica a Woody il brano Christmas in Washington. Al canzoniere del folksinger attingono artisti come John Mellecamp o gli irlandesi U2. Ma chi era Woody Guthrie? Quale patrimonio ha consegnato con le sue oltre tremila canzoni composte (e solo in parte registrate) alla cultura a stelle e strisce?

Siamo a New York, nel 1940. Guthrie va a vedere The Grapes of Wrath (Furore nella versione italiana), film che John Ford ha tratto dal romanzo omonimo di John Steinbeck. Né rimane folgorato. Scrive: “Va a vedere Grapes amico, vallo a vedere e non te lo perdere. Sei tu la star di questo film. Va’ a vedere te stesso, a sentire le tue parole e la tua canzone”. Pungolato dal film, compone il brano Tom Joad che rinarra l’intera epopea dei Joad, il loro peregrinare alla mercé delle tempeste di polvere, la tragica esposizione alle chimere della ricchezza da una parte, alla violenza dei vigilantes dall’altra. Come notava Alessandro Portelli nell’unica biografia uscita in Italia sul folksinger, Gutrhie valorizza “quanto di potenzialmente eversivo esisteva nella storia della famiglia Joad”. La ballata è un ottimo modo per accostarsi all’arte del cantante, alla sua capacità di condensare nello spazio a volte minimo di una canzone un’intera storia, con tanto di personaggi, profili psicologici, sviluppo narrativo. Quei volti che dalle pagine di The Grapes rimbalzano nella pellicola di Ford hanno qualcosa di familiare che riconosce subito: appartengono alla sua vita da sempre. Guthrie nasce nel 1912 a Okemah, nello stato dell’Oklahoma. La sua giovinezza è segnata da una serie di tragedie. La casa di famiglia fa a fuoco. Woody perde una sorella, spericolate speculazioni finanziarie del padre lasciano la famiglia sul lastrico. Le certezze su cui riposava un’esigenza agiata si disgregano. Il giovane Guthrie si consegna a una vita vagabonda. Non è il solo: la crisi economica del ’29 si abbatte violenta come un uragano, sradicando intere masse di lavoratori. Di questo “duro vagare” c’è traccia in numerosi brani (da Hard travelin’ a Goin’ down this road feeling bad): è l’eterno anelito al movimento che impregna la cultura american ma spogliato di ogni mitologia. I vagabondi cantati da Guthrie si trovano gettati su una strada, e non per scelta: “Non ho più una casa/ me ne vado in giro/ sono solo un lavoratore stagionale/ vado di città in città/ la polizia mi rende la vita impossibile ovunque io vada/ e non ho più una casa in questo mondo”. (I ain’t got no home in this wordl anymore). Con gli anni la capacità di Guthrie cresce: la sua arte unisce racconto personale e storia corale, fatto e rivendicazione, testimonianza e denuncia. Niente intellettualismi: la mia – dirà – è la voce della gente. “Preferisco avere il suono dei secchi di cenere buttati via la mattina presto, dei tassisti che si scambiano maledizioni, dei portuali che urlano, dei guardiani di bestiame che lanciano grida, e del lupo solitario che ulula”.

Guthrie è un cantastorie, e del cantastorie incarna la vocazione: essere strumento di una memoria condivisa. Canta la vita spezzata dei clandestini messicani che bussano alla porta del benessere, trovandola sbarrata: ” Siamo morti sui vostri colli, siamo morti nei vostri deserti/ siamo morti nelle vostre valli e siamo morti nelle vostre pianure/ siamo morti sotto i vostri alberi, siamo morti nei vostri cespugli/ sulle due rive del fiume siamo morti ugualmente” (Deportee). In una azione che ha sempre mitizzato l’individualismo, disconoscendo l’esistenza di classi sociali, Guthrie narra le lotte operaie (1913 Massacre) e la violenza dei vigilantes (Vigilante man). la sua posizione non ammette sfumature: “Ve lo dico chiaro e tondo a voi fascisti/ la gente si sta organizzando/ e voi siete destinati a perdere” (All you fascist). In una terra che si proclama la patria del sogno, del multiculturalismo e dell’accoglienza, canta la tragedia di Sacco e Vanzetti, condannati alla pena capitale  dal loro essere immigrati e anarchici. E in This land attacca quello che è un dogma inscalfibile per gli americani: la proprietà privata: “ E mentre camminavo/ un cartello mi fermò/ c’era scritto proprietà privata/ ma dall’altro alto/ non c’era scritto nulla/ Questo lato è stato creato per me e per te”.

C’è un “altro” Guthrie spesso troppo frettolosamente dimenticato. E il Guthrie che intitola una canzone a Gesù (Jesus Christ) e fa del suo “personale” Messia un’incarnazione della lotta per la giustizia. Gesù – canta Guthrie attingendo ai Vangeli con grande attenzione filologica – “aveva viaggiato in lungo e largo” (Mt 8,20 e Lc 9,58), era un falegname (Mc 6,3), venuto a “portare non la pace ma la spada (Mt 10, 34), il cui insegnamento è “di dare tutto ai poveri” (Mt 19,21 – Mc 10,21 – Lc 18,22). E la convinzione che ispira il brano – i poveri un giorno erediteranno il mondo – trova la sua base scritturale nel Discorso della Montagna.

Il Gesù che ammalia Guthrie è quello profetico. La sua parola è accolta “da tutti i lavoratori” e rigettata dai “banchieri” e dagli “uomini di religione”. Nella sua visione, il male si annida in ogni forma di potere istituzionalizzato. Sono “lo sceriffo” e il “predicatore” – percepiti come i custodi dell’ordine – a inchiodare Cristo alla sua Croce. In Jesus Christ la storia non è il luogo del progresso ma della caduta: “Se Gesù fosse qui a predicare quello che predicava in Galilea/ credo proprio che gli farebbero il funerale”. In un altro brano (Jesus Christ for president) il folksinger arriva a auspicare che Cristo diventi “presidente”, la sua visione è ora messianica: Cristo significa giustizia e la giustizia può accadere solo con il capovolgimento radicale delle logiche di potere che governano il mondo.

Ma per Guthrie Cristo è solo l’emblema del rivoluzionario? Di chi vuole “togliere ai ricchi per dare ai poveri”? O invece, il corpo a corpo con la figura di Cristo apre uno squarcio su una spiritualità più ricca e complessa? Se si insiste solo sul Guthrie “politico”, non si rischia di ignorare una parte importante della sua figura? In realtà sono diversi i brani del folksinger che custodiscono un senso religioso, di commossa contemplazione che si allarga fino ad abbracciare l’intero creato. Brani come Airway to heaven, Heaven e Heaven my home testimoniano come – accanto alla  tensione utopica che ha sempre permeato la musica di Woody (“Combatteremo/ e combatteremo fino a vincere” – Peasture of plenty), nella sua opera viva una vena altrettanto ricca, che potremmo definire escatologica. “Chi ha orecchie per sentire ascolti/ chi ha occhi per vedere guardi/ volgete lo sguardo al Signore dei cieli/ saltate su questo volo di linea/ vi riporterà a casa/ nella vostra casa al di là dei cieli” (Airway to heaven). Ritroviamo qui quella prossimità tra casa e paradiso che costituisce uno dei luoghi più frequentati dalla canzone Usa. Una tensione che non oblitera il reale, non cancella la “verità” da cui Woody non si discosterà mai: “il giocatore d’azzardo è ricco/ il lavoratore povero”. Il mondo cantato da Guthrie – nonostante le ingiustizie che lo lacerano – non è disertato da Dio. In God’s  promise, l’autore canta la promessa di Dio agli uomini: “Vi ho dato la verità di cui avevate bisogno/ il mio aiuto dall’alto/ la mia amicizia senza fine/ il mio amore infallibile”. Un senso del sacro si irradia anche in This land, laddove si canta di “spiagge spumeggianti e deserti cristallini: E’ tutto intono a me/ una voce risuonava/ questa terra è stata creata per te e per me”.

Il brano nel quale meglio si accordano questi motivi – il senso altissimo della giustizia, la spinta comunitaria e la visione anticipatrice del regno – è This train is bound for glory, un riadattamento dello spiritual This train. Sul “treno che viaggia verso la gloria”, non c’è posto per “giocatori d’azzardo, prostitute o vagabondi”, non c’è spazio per “razzismo e discriminazioni”. Sul “treno diretto verso la gloria” – canta Guthrie – “possono salire solo i santi”. La visione della bellezza non è mai disgiunta dall’imperativo della giustizia.


Incipere

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit.

Quid viri magni ingenii proprium est? mentis acies? Sapientia? Doctrina? Veri perspicientia? Explicatio? Coniunctio et comprehensio? Existimo omnia vel saltem horum aliqua. Certe quidem nonnulla opposita. Exempli gratia: veri perspicientia et coniunctio comprehensioque, aut procreandi vis et via ratioque. Quae viri magni ingenii laudes sunt, partes quae ei sunt et quas tempore explicavit et quae ut sit qui ipse est efficiunt. Quod non ut quidam vir magni ingenii sit sufficit. Ut quidam magni ingenii vir vere sit ideae imaginesque necessariae sunt. Sed quae? Quae clarae et distinctae? Ita non est. Qui magni ingenii vir vere est ideis non distinctis et non omnino claris movetur. Quod magni ingenii vir est qui initium vivit et eo loco firme manet. Magni ingenii vir est ut homo qui aquam e fonte non ex epistomio haurit. Aqua e fonte  nullo ordine incompositeque erumpit. Magni ingenii vir est qui cogitando, agendo, creando, componendo, semper ad fontem manet, instabile aequilibrio. [Continua »]


Autobiografia di un rivoluzionario

Continua la primavera italiana di Chesterton. Dopo la riedizione di L’uomo eterno (Rubbettino), fuori commercio da oltre 70 anni, le doppie nuove traduzioni del San Francesco d’Assisi e del San Tommaso d’Aquino (Mursia, Lindau, Fede&Cultura), torna finalmente il suo romanzo-capolavoro: Uomovivo (Morganti, pp. 251, € 15). Era riapparso nel 1997 per Piemme nella traduzione, pure pregevole ma ormai stagionata (1933), di Emilio Cecchi In questa nuova versione di Paolo Morganti la preoccupazione filologica è ben presente fin dal titolo – l’originale è Manalive, cioè proprio Uomovivo – finora tradotto con Le avventure di un uomo vivo. E dire che lo stesso Chesterton dava grande importanza a questo soprannome del suo protagonista, tanto da precisare: «dovete scriverlo tutto attaccato, oppure lui si arrabbia davvero».

Ma chi è, dunque, questo “Uomovivo”? È Innocent Smith, vitale come una scimmia, fisico colossale e testa piccola, che compare d’improvviso in una locanda dove un pugno di giovani inquilini spreca la propria esistenza nell’indecisione. Smith è bufera umana. Al suo passaggio, folle e smisurato, avvengono episodi inspiegabili: improvvise proposte di matrimonio, furti, rapimenti e pistolettate a chi non festeggia il proprio compleanno.

L’onda di avvenimenti anomali preoccupa le autorità e alla pensione viene improvvisato un processo surreale per capire chi è Innocent Smith. Un rivoluzionario, uno «che ha spezzato le consuetudini, ma ha conservato i comandamenti», come vuole la difesa? Oppure – come sostiene l’accusa – uno che «ha lasciato nel mondo, dietro di sé, una lunga scia di sangue e di lacrime», un «grande diavolo fantastico» da rinchiudere [Continua »]