La parola "storia" impigliata nei pensieri…

«Qualche secondo dopo essere passato accanto alla libreria, Arthur Daane si rese conto che la parola Geschichte, storia, gli era rimasta impigliata nei pensieri, e che nel frattempo l’aveva tradotta nella propria lingua in modo che, all’istante, aveva assunto il suono geschiedenis, meno minaccioso che in tedesco. Si domandò se fosse dovuto a quell’ultima sillaba. Nis: una parola stranamente breve, non volgare e aspra come altre parole brevi, anzi, rassicurante. Nis voleva dire “nicchia”, un luogo in cui si poteva cercare rifugio, o dove si poteva trovare qualcosa di nascosto». Cees Nooteboom, olandese, nato nel 1933, così avvia il suo romanzo del 1998 dal titolo Il giorno dei morti (Milano, Iperborea). La parola «storia» si impiglia nella testa ed evoca la necessità di un luogo in disparte, una nicchia rassicurante. Il romanzo è stato definito un «libro-cinepresa» e a ragione. Si tratta di una splendida prova narrativa della quale è protagonista Arthur Daane, [Continua »]



L’itinerario di Dave Matthews verso Dio

“Che cosa avviene quando sorge la fede?”. Lo scriveva il filosofo Romano Guardini nel suo saggio “La vita della fede” (Ed. Morcelliana, p. 11). L’autore, tra i più grandi pensatori europei del ventesimo secolo, s’interroga sulle originali manifestazioni di Dio ad ogni persona e le conseguenze spirituali che tale epifania provoca negli uomini. Secondo Guardini “un al di là” invade la vita di un uomo, che non conosce niente di Dio, compresso tra il desiderio di soddisfare le sue esigenze e realizzarsi nell’incontro con gli altri. Ad un certo punto, qualcosa o “Qualcuno” spezza la routine esistenziale, fatta di solitudine e di precarietà oltre che di corrispondenze. Non basta una famiglia, una compagna, una carta di credito, l’affermazione professionale e dei figli. Il suo mondo non è più limitato perché c’è qualcosa di sacro, di non conosciuto, che lo attrae misteriosamente. Cerca delle risposte ai tanti “perché”; “per qual fine vivo?”. Inizia una ricerca a partire da ciò che gli è più vicino; il mondo, “per cercare di cogliere quanto sta lontano ed è difficilmente accessibile”. La riflessione del teologo tedesco spiega il dinanismo religioso e le brusche fermate sulla via di Damasco di un artista tormentato e ispirato: Dave Matthews. [Continua »]


I teoremi d’Euclide e l’elisir di eterna giovinezza

Era il 1931 quando il matematico italiano Vito Volterra scriveva in calce ad una cartolina che lo raffigurava: “Muoiono gl’imperi, ma i teoremi d’Euclide conservano eterna giovinezza”.
Il riferimento era all’Italia e alle vicende della nostra nazione nel periodo del fascismo di Mussolini.

Vito Volterra

Vito Volterra

In verità, in questa frase è racchiusa la bellezza dell’opera di Vito Volterra: un uomo di pensiero, di scienza che non definiva la matematica un sistema (theoria) da osservare nelle sue singole parti, ma un mezzo che si completa unendosi ad altri mezzi. Un mezzo pieno di vita, dotato di anima, di un guizzo destinato a non spegnersi e a farsi portatore di uno dei sogni più “inseguiti” dall’umanità: quello della giovinezza eterna.

Per qualcuno, probabilmente solo per gli addetti ai lavori, Vito Volterra è un nome noto. Per molti altri può diventare una piacevole conoscenza, una lettura estiva, a metà fra la biografia, la storia e la saggistica. Vito Volterra. Storia di un matematico straordinario, di Judith R. Goodstein è da poco uscito nella collana dei Saggi della Zanichelli: un percorso che si articola attraverso documenti d’archivio e che disegna nei particolari sì un’esistenza straordinaria, ma anche un’epoca davvero eccezionale per il nostro paese. E non solo.

Vito Volterra, nasce ad Ancona nel 1860 e muore a Roma nel 1940. Una vita lunga, segnata da una grande passione, quella per la matematica, e da un indiscusso “genio” che gli vale notevoli riconoscimenti da parte del mondo scientifico ed intellettuale. Un uomo che prima di compiere vent’anni è già un riferimento per i colleghi matematici. Origini ebree, presidente dell’Accademia dei Lincei, fondatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Volterra non fu soltanto il professore universitario votato alla disciplina dei numeri.

Un animo da combattente, uno di quegli spiriti che non si chiude in se stesso, ma che si apre ai mondi possibili, politica compresa se questa è strumento prezioso per raggiungere traguardi importanti. Pilastro della comunità scientifica italiana, nel primo decennio del XX secolo approda in America. Cicli di conferenze e visite alle principali università d’oltreoceano gli rivelano la forza di un paese in via di formazione, dove convergono razze diverse, con caratteristiche diverse che nutrono e contribuiscono alla crescita di un nucleo prosperoso, straordinario ed indescrivibile.

Che cosa rende straordinaria una vita, che cosa la catapulta fuori dall’ordinario, dal quotidiano, dal solito?

Uno sguardo non convenzionale, un approccio altro, una semplicità che invece di concentrare, amplifica.

In Vito Volterra lo “straordinario” è la capacità di applicare la matematica ad altre discipline, rendendola utile e utilizzabile nella quotidianità. Non più l’astrattismo dei numeri, ma il pragmatismo della misurabilità dei fenomeni, in economia, in biologia, in medicina, in fisica.

È qui l’eterna giovinezza della matematica e dell’operato di Vito Volterra: “Il passaggio di una scienza dall’epoca che dirò prematematica a quella in cui essa tende a divenire matematica, resta caratterizzato da ciò: che gli elementi, che essa studia, vengono esaminati in modo quantitativo anziché qualitativo; onde in questa transizione le definizioni che richiamano soltanto alla mente l’idea degli elementi stessi con una immagine più o meno vaga, cedono man mano il posto a quelle definizioni o a quei principi che li determinano, offrendo invece il modo di misurarli“.

E questa capacità altro non è che lo sguardo “d’artista” sul mondo. Ovvero l’altro punto di vista con cui andare incontro alle cose, all’universo, al loro stesso modo di esistere.

Con questo spirito, ad esempio, guardò al futuro dei giovani, alla loro formazione. Nel 1905 pronunciò il suo primo discorso al Senato italiano, quando un comitato senatoriale promulgò un nuovo disegno di legge per la fusione fra il Regio Museo Industriale e la Regia Scuola di Applicazione per gli Ingegneri per formare il Regio Politecnico di Torino: il programma curricolare italiano, secondo Volterra, privilegiava gli studi teorici a scapito delle materie applicative. Arrivò a criticare la matematica affermando che l’eccesso di studi matematici e teorici assorbiva tempo prezioso e cominciò a propugnare, sulla spinta dell’esempio contemporaneo tedesco, la necessità di introdurre corsi con pratica in laboratori dotati di macchinari funzionanti.

È così che un matematico è anche un artista. È straordinario che a quattordici anni si immergesse nella lettura del “Calcolo differenziale” di Bertrand e che a tredici, dopo aver letto Verne, cercasse di risolvere il problema della traiettoria di un proiettile nei campi gravitazionali combinati della terra e della luna?

Probabilmente sì, così come straordinaria è la nobiltà del carattere con cui non si piegò alle leggi razziali emanate negli anni ’30.

A noi, che semplicemente leggiamo questa vita, viene un potere altrettanto straordinario: uscire dal nostro per immergerci in un altro mondo e assaporare il gusto della modernità che, senza l’ausilio di dimostrazioni matematiche, non ha tempo. Proprio come gli eterni teoremi d’Euclide.


Pecuniam solvere

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

Est nostri diei tempus quo in cuiusdam qui nobis aliquid donat oculos incidimus cuique nobis aliquid pro re accepta dandum est. Igitur tempus liberum non est, donandi, sed tempus quo qui dat se contra et quot accepturum esse vere scit. Tamen, quamvis hoc certum commercium intersit, quo manus ipsae momento se leviter stringant, duo homines se liberos esse sentiunt, etiam alius alio arridere aut non potest. Plerumque est mutuum oculorum commercium, cum nummorum vel tesserarum commercio.

[Continua »]



Pagare

Esiste un momento nella nostra giornata nel quale incontriamo lo sguardo di una persona che ci dà qualcosa e alla quale dobbiamo dare qualcosa in cambio per quel che riceviamo. Non è dunque un momento libero, di dono, ma un momento in cui chi dà sa di ricevere e sa esattamente quanto. E tuttavia, nonostante questa precisa relazione a tu per tu, in cui persino le mani a volte si sfiorano per un istante, le due persone si sentono libere, persino di sorridersi o meno. Vi è uno scambio di sguardi, in genere, accompagnato da uno scambio di monete o di banconote. E’ il momento dell’acquisto, anzi del pagamento di ciò che si è acquistato.

In realtà l’acquisto avviene prima del pagamento. E’ quasi una decisione interiore. Avviene nel momento in cui entriamo nel negozio e decidiamo che cosa prendere. In quel momento noi “acquisiamo” quell’oggetto e sentiamo che ci corrisponde, che corrisponde al nostro desiderio o, più semplicemente, al nostro bisogno: ci “serve”. Quando lo paghiamo è già nostro, in realtà. Se qualcuno ce lo “rubasse” di mano prima [Continua »]