Tendenze della letteratura italiana (appunti)

1) Settanta – Descrivere il panorama della narrativa italiana degli ultimi anni è compito abbastanza arduo. Tuttavia è possibile stabilire approssimativamente un punto di svolta simbolico tra un “prima” e un “dopo”: il 1980. Gli anni Settanta erano stati caratterizzati dal predominio del politico e del sociale e la letteratura era stata considerata come elemento pre-rivoluzionario dell'”impegno” militante e anti-elitario (Porci con le ali, Cani sciolti, Vogliamo tutto,…) oppure come praticamente inutile e “borghese” perdita di tempo (Pasolini metteva in guardia!). Uno degli effetti fu il prevalere della produzione saggistica su quella narrativa. Semmai vengono riscoperti, postumi, alcuni autori di valore (Saba, Satta, Morselli) e nel ’74-’75 affiorano le scritture contro-tendenza di Morante, Volponi e D’Arrigo.

2) Ottanta – Gli anni Ottanta sono gli anni del “riflusso” sul piano culturale, sociale e anche letterario. Il 1979 si chiudeva con la pubblicazione di Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino. Il 1980 è l’anno della pubblicazione del primo romanzo “postmoderno” italiano, Il nome della rosa di Umberto Eco e del romanzo generazionale Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli.

a) Eco e Calvino, pur diversi, sono uniti da una sorta di illuminismo scettico e da un’idea di letteratura combinatoria, citazionista, labirintica tra enciclopedia e cruciverba (e dunque da una sfiducia radicale per la narrazione!). Si può forse affermare che la “vendetta” del mercato su Eco è avvenuta nel 1994 con il successo della Tamaro (2 milioni di copie vendute) che, pur con toni da saggezza prêt à porter, ha il coraggio di mettere in scena sentimenti elementari, comuni. Con Eco comincia la marcia trionfale della scrittura euforica che accantona le problematiche profonde della letteratura, compresa quella della tensione linguistica, in favore di un’esibizione spavalda e geniale del lato comunicativo della parola applicato ad un congegno di fascinazione fabulatoria accattivante. L’aspetto positivo è il rinato gusto per il racconto. Si apre la stagione del romanzo di successo (e, a volte, anche di consumo).

b) con Tondelli si pone un articolato autobiografismo generazionale caratterizzato da:

– una netta distanza sia dalla letteratura “pura” (e dal laboratorio degli sperimentalisti della neo-avanguardia) sia dal documentarismo puramente socio-politico.

– un rinnovato bisogno di esprimersi tramite la mescolanza dei linguaggi di gruppo, le narrazioni “in presa diretta”, lo scardinamento delle regole grammaticali e sintattiche. La normalizzazione dei linguaggi gergali e trasgressivi e la loro “consumabilità” diventa una frontiera dell’editoria italiana

– l’esigenza di “farsi delle storie” in un clima di rinnovato interesse per la narrazione. La sede del significato non è più “la” storia, ma il quotidiano, il piccolo, il ravvicinato. Questo vuol dire che gli scrittori della nuova generazione sentono che c’è la “Storia”, ma ci sono anche le “storie”, personali, intense.

– l’esigenza imperiosa di scrivere, di entrare nel mondo della parola con la fedeltà al proprio mondo fatto non di citazioni dotte, ma di musica, cinema, letture, cartoons, gerghi, dialetti, costumi, tensioni e tradizioni. Si apre la stagione dei “giovani scrittori” (si assiste allo slittamento semantico del termine “giovane” in quello di “nuovo”). Questo frantoio linguistico mira a superare un linguaggio di pura conoscenza nella direzione di un linguaggio di potenza e di forte carica emotiva: il testo è una questione di ritmo (cfr. J. Kerouac).

c) altre linee significative all’interno della selva dei percorsi:

– il rapporto tra realtà e letteratura, scienza e arte (Del Giudice); – l’ossessione visiva, analiticamente fredda, da école du regard (De Carlo); – il fantastico-surreale e picaresco-onirico (Cavazzoni); – l’evocazione, in vario modo, di atmosfere interiori (Capriolo, Tamaro, Piersanti, Doninelli, Lodoli, De Luca); – il romanzo storico o la reinvenzione del passato (Consolo, Nigro, Loy, Maraini)

3) Novanta – Tondelli aveva varato un progetto tra il letterario e il sociologico, che aveva lo scopo di far emergere le scritture giovanili e registrare il bisogno di “farsi delle storie” nei giovani “under 25”. Il progetto fu un successo e ha generato tre antologie di testi scritti da giovani autori, alcuni dei quali oggi sono ben noti (ed è divenuto un modello anche per la generazione successiva, quella di E. Brizzi, per fare un nome). Leggendo i testi di questi “post-under 25”, vi si possono comunque scorgere alcune fondamentali linee di tendenza interessanti della generazione dei 35/40enni, così come si sono espressi negli anni Novanta:

– La linea delle “Inquietudini della formazione” – nasce dal passaggio da una giovinezza di tipo adolescenziale a una più adulta. Sono scritture che partono picaresche e percorrono le tappe dell’iniziazione e della formazione fino a una “crisi” e ad un addio al mondo della prima giovinezza. La questione dell’identità personale e del proprio mondo è in primo piano. In alcuni casi, stilisticamente e linguisticamente, la narrazione è resa da impasti che miscelano italiano “colto”, gergo, anglismi e forme dialettali: si genera un codice comunicativo che sembra essere una nuova koinè. (Silvia Ballestra, Giuseppe Culicchia, Romolo Bugaro). Questa è stata la linea più riconoscibile nei primi anni Novanta.

– La linea delle “Cifre dell’esistenza” – determinata da un atteggiamento più maturo nei confronti della vita. Sono scritture che si immergono nella vita adulta, che emergono da essa cercando di intuirne le cifre, di darne interpretazioni, visioni d’insieme, valutazioni disincantate. Lo scrittore prova a decifrare le relazioni, le azioni, arrivando a sintesi o addirittura a “formule” quasi geometriche di comprensione o almeno di descrizione. Non ci offrono trame potenti o affascinanti, ma vivono nella linea d’ombra delle questioni di senso (Romagnoli, Canobbio).

– La linea delle “Scritture di provincia e di periferia” – costituita da trame che si immergono nelle periferie o nelle province, presentando un bagaglio di lessico, di immagini, di toni, di ispirazione che trae la propria linfa e il proprio significato da un mondo geograficamente caratterizzato, nel quale l’io risulta assorbito a livello di valori e simboli (Claudio Camarca, Guido Conti).

Al di là di ogni etichetta identificativa e assemblante, emergono:

– una tentazione: il remake, una sorta di manierismo superficiale e facile di genere giovanilista (riscrivere all’infinito Il giovane Holden), ingigantito da un can can pubblicitario

– alcuni interrogativi: il rapporto con la storia e la contemporaneità, la rappresentatività generazionale, il linguaggio letterario, la ricerca dei modelli (che non si trovano in Italia)

– una certezza: la scrittura non è frutto della ricerca di un prestigio sociale, nè del vacuo status di scrittore, ma di un inestinguibile bisogno di comunicare, di un sentire all’interno del quale conoscersi, interpretarsi e raccontarsi.

4) Creative Writing – Il fenomeno degli esordienti ha liberato il desiderio e l’interesse di molti nei confronti della “scrittura creativa”. Negli USA le prime cattedre di creative writing nascono negli anni Venti. La tradizione italiana è troppo aulica per esperienze similari. Tuttavia il clima rinnovato permette la nascita e, in breve tempo, la proliferazione di scuole di scrittura creativa e la pubblicazione di saggi, manuali, raccolte su questo tema. Negli anni ’80 erano nate molte riviste cartacee di varia qualità. Negli anni ’90 esse consolidano le loro posizioni e diventano luoghi in cui anche le grandi case editrici “pescano” nuovi autori. Nascono alcune riviste di “nuova” critica letteraria. Dal 1995 circa l’attività, spesso legata al sottobosco cartaceo, si apre alla Grande Rete con la nascita di siti internet capaci di raccogliere un numero elevato di testi e di diffonderli a costo zero. Nascono anche alcune mailing list letterarie evengono pubblicati carteggi via e-mail. Esiste anche qualche esempio italiano di racconto ipertestuale e qualche esempio di scrittura collettiva (con incipit pre-fissato e svolgimento per accumulo aperto a chiunque). Si pongono vari problemi critici: il senso dell’opera come “fatto”, l’individuazione del suo autore e la tutela del copyright (cfr a questo proposito fenomeno “Luther Blisset”).

5) Pulp fiction – Alla fine degli anni ’90 alcune case editrici (Einaudi-Stile Libero soprattutto), oltre a seguire con estrema attenzione questi fenomeni, hanno saputo cavalcare la new wave, creando dei “casi” letterari di effimera durata. Il più “esemplare” di questi è il caso della letteratura “pulp”, che spesso si associa a quella detta splatter o anche splatterpunk. Il termine pulp per sé fa riferimento ai pulp magazines della cultura di massa, quei giornali dozzinali e di rapido consumo, stampati su carta di bassa qualità. Violenza, volgarità, aberrazioni sessuali sono gli elementi che in genere ne costituiscono la trama. Possiamo isolare tre elementi chiave che danno vita a questo tipo di narrativa: le immagini e le situazioni violente e sanguinolente; i toni e il linguaggio tra l’anarchico, il provocatorio e la volgarità ostentata; l’assoluto antiaccademismo tipico dei giornali e dei romanzetti di bassa qualità. Troviamo una sorta di “inferno estetico”: il vortice delle immagini “registra” il caos della vita e la sua violenza, ma alla fine esprime soltanto un distacco anestetico che “gira a vuoto”, lasciando paradossalmente il gusto amaro e leggero dell’artificio retorico. Il rischio alla fine è di pensare la vita fuggendo dal suo spessore e dalla sua “corposità”. Il pulp è impalpabile. La morte è la vera grande assente. Figura di questo “genere” è lo “zombi”: ciò che è più diametralmente opposto all’eroe romantico. Lo zombi è vivo, ma insieme è morto e soprattutto non ha identità. Se tra Ottocento e Novecento l’uomo è dialetticamente preso tra i suoi mille volti, cangianti sulla base delle relazioni che intrattiene, qui non c’è relazione significativa con nessuno e anche quel principio di identità che è il corpo viene ad essere chiuso nel caos del disfacimento e nell’assemblaggio. (cfr il primo Ammaniti, Nove, Scarpa).

Prospettive e problemi

La critica sembra oscillare tra due estremi:

la posizione di reazione di G. Ferroni (Dopo la fine), che considera la letteratura come giunta a un punto “finale” per cui la comunicazione attuale ci colloca “dopo” una storia che appare esaurita. La sola risposta possibile sarebbe una fedeltà alle esperienze del passato, nella piena coscienza che esse non possono “rinascere”, ma devono “sopravvivere”, mantenendo la loro forza vitale nell’atto stesso in cui avvertono di essere condotte alla fine.

la posizione di esaltazione di R. Paris (Romanzi di culto), che ritiene la critica impreparata a comprendere il nuovo perché chiusa in salottini piccoli-borghesi. La letteratura invece, a suo giudizio, è diventata un mezzo di comunicazione di grande impatto e di forte valore antropologico.

A me sembra di riconoscere almeno le seguenti dialettiche:

– La possibilità che la letteratura valorizzi l’immaginario come luogo di simboli e metafore della vita e il rischio che essa possa ridursi a un catalogo di fantasie futili e gratuite e di storie da raccontare all’infinito.

– La possibilità che la letteratura recuperi il valore specifico dello scrivere e il rischio che essa sia subalterna ad altri linguaggi e modelli.

– La possibilità di “inventare” la realtà e il rischio di un appiattimento sulla cronaca.

– La possibilità di costruire “strumenti ottici” per guardare in direzione del reale e il rischio di perdere la dimensione dell’interpretazione per carenza di modelli (es. il tema del “male”).

– La possibilità di essere ancorati alla vita, alla storia, all’esperienza “umana” e il rischio di perdere il legame fisico con l’esperienza e acquistare quello con la manipolazione (telematica, informatica, pubblicitaria,É).

– La possibilità di recuperare il senso della soggettività narrante e il rischio di perdere il valore e il senso dell'”autore” come soggetto.

La possibilità di valorizzare, al di là di folklorismi, in maniera “divergente” le tradizioni culturali del nostro paese e il rischio dell’assoluta omologazione nazionali a modelli ed etichette (cfr. soprattutto la narrativa del Sud e le posizioni divergenti Fofi/Trecca)

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