Come si fa a essere un genio?

Che cosa caratterizza una persona che si possa definire “geniale”? Certamente l’ingegno, la sapienza, la cultura, l’intuizione, la capacità di analisi e di sintesi:  tutte queste cose o almeno alcune di esse. Una persona geniale possiede anche caratteristiche apparentemente contraddittorie, per esempio l’intuizione e la capacità di analisi, oppure la creatività e il metodo. Ma queste sono le doti di un genio, ciò che lui possiede in se stesso, che ha sviluppato nel tempo e che lo fanno essere la persona che è. Ma non basta questo per essere una persona geniale. Infatti sono necessarie anche le idee, cioè, anche etimologicamente, le “visioni”, le grandi prospettive piene di contenuti.  Nel suo Journal d’une passion il gesuita François Varillon aveva definito la genialità come “il dono sublime che consente, a chi ne è il fortunato possessore, di comprendere la vita e di esprimerne in modo armonioso la verità e l’universalità”.
Ma quali idee animano la persona geniale? Quelle “chiare e distinte”? Certamente esse sono necessarie, ma il vero “genio”, in realtà è innanzitutto mosso da idee indistinte e non del tutto chiare. I grandi protagonisti delle idee o dell’innovazione in ogni campo, anche di quella di ordine spirituale, in genere non sono mossi da idee prefissate ed evidenti, ma da intuizioni che, alla fine – sebbene prendano forma persino in invenzioni, istituzioni, opere d’arte o sistemi di pensiero – restano sempre mobili, attive, indefinite. La persona geniale ha intuizioni che sono sorgive, colte nel loro momento iniziale:  è visitata da una idea confusa e luminosa. Pierre Teilhard de Chardin, nel suo unico breve saggio sull’arte, ha tradotto questa esperienza con espressioni quali exubérance d’énergie, bouillonnement d’énergie, trop plein de la vie.
In quel che pensa, il genio è mosso da un’idea luminosa, confusa e ribollente per la quale non ha parole adeguate e forse neanche pensieri adeguati. Essa muove e illumina tutta la sua attività, a volte in maniera contraddittoria persino, rimanendo confusa fino alla [Continua »]


Kavanagh, il re dei terrapieni

Intitolata Andremo a rubare in cielo è in libreria, per la casa editrice Ancora, la prima traduzione italiana delle poesie di Patrick Kavanagh (1904-1967), poeta contadino, cantore di una terra d’Irlanda trasfigurata da un’immaginazione visionaria. In una brillante prefazione, il curatore e traduttore dei versi, Saverio Simonelli, introduce il lettore alla conoscenza di un artista di fama internazionale, convenzionalmente ritenuto “il più grande poeta irlandese dopo Yeats”, ma inspiegabilmente sconosciuto nel nostro paese.

Magro, trasandato, con un immancabile cappello spiegazzato in testa ed occhiali con montatura di corno, Patrick Kavanagh nasce a Mucker, nella contea di Monaghan; figlio di un calzolaio-contadino e di una casalinga, condurrà una vita di isolamento e emarginazione dagli ambienti letterari e dalle influenti cerchie salottiere di Dublino.

I suoi versi hanno come protagonista indiscussa la natura e in particolare quella parte di campagna irlandese, quel lembo di mondo, compreso nella contea natale di Monaghan. Ma l’elemento realistico, descrittivo, che caratterizza questi versi schietti e immediati è in realtà solo il punto di partenza per restituire una visione di una realtà “potenziata”, sempre rimandante ad un “altrove”. E così in Mattino di trebbiatura, [Continua »]


O’Connor su Anobii

La nuova stagione del laboratorio O’Connor di Bombacarta si apre con una novità!
Dopo una meticolosa ricerca all’interno dei nostri archivi, abbiamo deciso di aggiungere una nuova dimensione al laboratorio di lettura dedicato a Flannery O’Connor. È nato, così, il nostro profilo sulle pagine web di Anobii. Per chi non lo conoscesse, anobii.com è una community dove è possibile crearsi una personale libreria online, inserendo semplicemente i dati dei propri libri e condividere, così, pareri e consigli con gli altri utenti. Negli anni, il laboratorio O’Connor ha riempito i suoi incontri di molti titoli, tutti presi dalle librerie dei propri bombers, ed oggi ha deciso di riempire con quei titoli gli scaffali di Anobii!

Lo scopo di questa “integrazione” – nata un po’ per caso, ma non troppo – non è solo quello di rendere accessibile a tutti un elenco completo delle letture affrontate nei giovedì del laboratorio, ma anche di ripercorrere la storia stessa di questi incontri anno per anno, libro per libro, realizzando, proprio grazie alla struttura di Anobii, un archivio storico ma sempre in continuo aggiornamento… uno strumento in più, dunque, per seguire meglio le nostre attività, rivolto sia ai vecchi bombers sia a chi bomber non è ancora diventato!

È possibile consultare la libreria del laboratorio e l’omonimo gruppo di discussione ai seguenti indirizzi:

Ma prima di andare a vedere, provate a indovinare: chi è stato l’autore più letto in questi primi otto anni nei laboratori? E l’autrice? (Su, non è difficile!)

[Le attività del laboratorio riprenderanno il 26 novembre 2009, alle 21:00, nella nuova sede di Via Panama 9 (Roma).]


Addio, Alda!

Alda MeriniLa poesia «è una forza che nasce in me, è come una gravidanza che deve andare a termine». È un impulso travolgente e necessario ad aver caratterizzato la magmatica produzione poetica di Alda Merini, i cui poveri versi – ella avvertiva – sono brandelli di carne che saltano agli occhi impetuosi (I miei poveri versi). La sua voce è una bomba che esplode nel buio e produce ora scoppi, ora intensi bagliori, ora lampi, ora sottili fenditure nell’oscurità. Tra i maggiori poeti italiani contemporanei, la Merini vanta una produzione vastissima, circondata dall’apprezzamento dei critici, ma anche da un vero e proprio culto di fans senza distinzione di età. Nasce a Milano il 21 marzo 1931 (Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta) ed ha avuto il suo esordio poetico in volume cinquant’anni fa, nel 1953, con la raccolta La presenza di Orfeo: da quel momento la sua produzione ha raggiunto una qualità della quale si può forse avere un’idea leggendo almeno l’antologia Fiore di poesia, curata da Maria Corti, e notando i premi da lei ricevuti, fino alla candidatura al Nobel.

La Merini ha scritto versi da quand’era bambina. Le sue poesie di quindicenne attirarono [Continua »]


Necare

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

Quidam, auri inquisitor, cum socio suo, cui nomen Bill est, iter per immensam rigentem planitiem conficit. Ambo imbecilli et faticati, humeris utensilia et magni pretii metallum sustinentes, sunt. Alter cum crus sibi luxaverit auxilio petit ab altero qui contra abit et iter suum facere pergit. Boni Samaritani parabolae simile contra est. Ante virum saucium immensa dolenda tristitia  eum oppressura stat. Vir  intremiscit et pavescit, sed non consistit neque spem relictus dimittit. Animo suo fingit socium Bill processurum et postea mansurum esse.  Quod certum habebat ne vanus labor  esset neque mori mallet. Si vir “sodalicium” amittit mori mavult. [Continua »]


L'altro fuoco (Il Regno)

Con L’altro fuoco Antonio Spadaro, critico letterario di Civiltà Cattolica e docente di Introduzione all’esperienza della letteratura alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, chiude un lavoro che in Abitare nella possibilità. L’esperienza della letteratura (Jaca Book, 2008) aveva il suo presupposto e al tempo stesso il suo “trampolino di lancio”. Una ricerca – quella composta dai due volumi – “sinfonica”, perché continuamente e sapientemente intrecciata a voci di critici e scrittori, tesa a risalire verso quel luogo – insondabile perché custodito nel mistero – che è la scaturigine della parola poetica.

Evaporata la stagione dell’ideologizzazione della letteratura, svanite le tentazioni strutturaliste che tendevano a ridurre la parola a mero gioco combinatorio, consumatasi in fretta la stagione dei cosiddetti cannibali, resta aperta – e abissale – la domanda sull’essenza della letteratura. O come, scrive Spadaro, sulla “verità” della letteratura. Cosa rende la parola letteraria autenticamente creativa? Come distinguere, come scegliere tra una parola che sia viva e rigenerante da quella invece solo caduca e anestetizzante? Spadaro offre subito una chiave di lettura: la parola “poetica”  “brucia ma non si consuma, rivelando una presenza permanente che la abita. Quando la parola è davvero “poetica” – cioè creativa – diviene come un biblico roveto ardente. Quando è letta, diventa attiva nel lettore, comunica la sua potenza espressiva, ma non si disperde, non si infiacchisce nella lettura: è un fuoco che il suo ardore rigenera (Mario Luzi).”

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La gloria in un bullone

bulloneIl 5 febbraio 1852 Henry David Thoreau, scrittore e maestro del «rinascimento americano», registra nel suo diario: «Sospetto che il bambino colga il suo primo fiore con una percezione della sua bellezza e del suo significato che il futuro botanico non mantiene mai». C’è qui l’indicazione di una conoscenza sorgiva che si nutre di un primo immediato contatto con qualcosa di bello. Se il fiore può sembrare oggetto fin troppo prezioso, possiamo ricordare la passione che il pensatore gesuita Pierre Teilhard de Chardin da bambino nutriva per gli oggetti di ferro: un bullone d’aratro, la testa metallica esagonale di una colonnetta di rinforzo, schegge di proiettili di un tiro a segno… «Fanciullaggini» le definisce lo stesso Teilhard da adulto, il quale però non può non riconoscere che «in questo gesto istintivo che mi faceva, in senso rigoroso, adorare un pezzo di metallo, erano racchiusi e raccolti un’intensità di tono ed un corteo d’esigenze dei quali l’intera mia vita spirituale è stata solo lo sviluppo». Come si fa dunque a «vedere» veramente la realtà, che sia essa un fiore o un bullone di ferro? Come mantenere uno sguardo sempre fresco sugli oggetti? Il poeta, premio Nobel, irlandese Seamus Heaney direbbe, citando il titolo di una sua raccolta, che si tratta di imparare a Seeing Things, a «veder cose». L’espressione in inglese significa non solamente «veder cose», ma anche «avere visioni». È in questo duplice senso che è da cercare la risposta. La densità di visione è tipica dell’ispirazione creativa di cui l’uomo ha bisogno per vivere appieno la sua vita.

William Blake ci viene in soccorso con una manciata di [Continua »]