Iniziare
Che cosa caratterizza un “genio”? L’ingegno? La sapienza? La cultura? L’intuizione? L’analisi? La sintesi? Credo tutte queste cose o almeno alcune di esse. Certamente almeno qualche opposto. Per esempio: l’intuizione e l’analisi, oppure la creatività e il metodo. Ma queste sono le “doti” di un genio, le parti di sé che lui possiede e che ha sviluppato nel tempo e che lo fanno essere quel che è. Ma non basta questo per essere un genio.
Per essere un vero genio ci vogliono le idee, le “visioni”. Ma quali? Quelle “chiare e distinte”? No. Il vero genio è mosso da idee indistinte e non del tutto chiare. Perchè il genio è colui che vive l’inizio e lì, in maniera instabile, si ferma. Il genio è come un uomo che attinge acqua alla sorgente e non al rubinetto. L’acqua sgorga senza regole e canali ma con la forza e la purezza dell’inizio. L’acqua alla sorgente sprigiona in maniera confusa e irregolare. Il genio è colui che, pensando, agendo, creando, componendo, resta sempre lì alla sorgente, in equilibrio instabile. Inizia sempre.
Ma bisogna stare attenti a non confondere l’inizio con il caos, con la confusione. L’inizio è quel momento “x”, forse impossibile da pensare veramente, che ferma la confusione e fa partire un processo di ordinamento, di orientamento. Ma il genio vive su quella “x”. Quell’inizio è luminoso: è il momento dell’esplosione, della luce… Il genio è colui che è visitato da una idea confusa e luminosa. In quel che pensa è mosso da questa idea per la quale non ha parole adeguate e forse neanche pensieri adeguati. Quest’idea muove e illumina tutta la sua attività, a volte in maniera contraddittoria persino, ma rimanendo confusa fino alla fine.
Ma questa esperienza è riservata a pochi eletti? No. [Continua »]
Il personaggio, creato dalla matita di Altan, è divenuto via via sempre più popolare al punto da esordire in televisione e in teatro, vincere premi internazionali, essere tradotto in diverse lingue straniere, senza contare i prodotti incentrati sulla Pimpa che nelle librerie si vanno moltiplicando. È inoltre prevista, proprio in questi giorni, l’uscita di Piccole storie , quattro narrazioni riadattate in formato più grande e in cartone leggero (Modena, Franco Cosimo Panini Editore, 2009, pagine 22, euro 4,50). Le avventure di Pimpa, che vive in campagna con Armando, un signore mite, con due baffoni e sempre in cravatta, prendono tutte inizio dalla curiosità della loro protagonista. Più precisamente, a mettere in moto l’azione sono un costante interesse e stupore verso il mondo circostante. Pimpa vuole sapere dove e cosa ci sia al centro della terra, si chiede il motivo delle stelle cadenti, non capisce perché il sole divenga rosso al tramonto. Si tratta di una domanda messa in moto da un sussulto, da un’intuizione “francescana” di bellezza, da quel senso di meraviglia per il creato che Aristotele, nel primo libro della Metafisica, stabilisce essere una condizione essenziale per il cammino verso la saggezza. Una domanda che sprigiona energie creative in modo immediato, naturale, spontaneo: la Pimpa va a vedere, indaga, si mette in gioco; non si chiude a rimuginare, ma esperisce in libertà.
È questo il secondo volume (L’altro fuoco. L’esperienza della letteratura II, Jaca book, pp. 300) in cui Spadaro mette a fuoco le sue esperienze letterarie, quelle del suo sito “Bomba-carta” e delle sue innumerevoli letture, tutto sorretto dalla sua teoria critica su cos’è la letteratura – in cui, a mio avviso, confondendo cristianesimo ed ermetismo aveva scelto la poetica di Carlo Bo come estetica. In questo nuovo libro di critica militante Spadaro ci insegna cose stupende: per esempio che entrare nella poesia, in questo altro fuoco, è come varcare la soglia, “andare lontano dentro se stessi” che è bisogno di consolazione, è la poesia come vita altra e esperienza dell’attesa. Il volume interviene su questi autori: Cesare Pavese, Stig Dagerman, Rowan Williams, Oscar Wilde, Alda Merini, Bartolo Cattafi, Mario Luzi, Gerard M. Hopkins; e si chiude con una serie di figure: il viaggio, la frontiera, la lotta, il germoglio, le cose, il Logos. Insomma un libro di critica a tutto tondo, che non mancherà di interessare il lettore. In Pavese Spadaro scopre il nervo scoperto in questa sua ricerca della “possibilità aperta”, per ricercare o aspettare il futuro bensì riscoprire i segni di un passato: “lo stupore vero è fatto di memoria, non di novità”. In Oscar Wilde riscopre il senso del peccato e la visione di Dio nella Ballata del carcere di Reading. Purtroppo non possiamo toccare tutte le tematiche e gli autori, ma almeno vorrei soffermarmi su una figura che forse è la più poetica di tutte: il viaggio (basti per tutti Omero, Dante, Coldridge, Melville e tanti americani).
Subiectum, praedicatum et complementum: haec sunt tria sententiae in qua vis insit firmamenta. Quorum firmamentorum verbum (id est ad verbum pertinens) unum, vere medium, est. Sententia non grammaticae, sed vitae res est. Sententiae vitae verae frusta sunt. Si dico: “Mamma emptum ivit” re vera sententiam dico, sed amorum, actionum vitae communium universum patefacturus sum. Loqui vitam dicere est. In verbo inest motor, qui est quod hominis quem ad aliquid faciendum pellit vitam movet. Verba vitam quem numquam eadem est, sed quae semper excurrit, semper mutat describunt.
Soggetto, predicato e complemento: sono queste le tre colonne di una frase di senso compiuto. Il verbo (il predicato verbale) è una di queste colonne, quella centrale. La frase non è una cosa della grammatica: è una cosa della vita. Le frasi sono pezzi di vita vissuta. Se dico “Mamma è andata a fare la spesa” in realtà non sto dicendo una frase, sto aprendo un mondo di affetti, di azioni ordinarie della vita.
C’è un filo rosso, una sorta di campo magnetico, che attraversa l’intera storia della canzone americana. Una tensione che oscilla tra due poli: il desiderio di salvezza e l’ineluttabilità della caduta, il salto verso la salvezza e la vertigine della dannazione. Questo campo di forze cattura in qualche modo l’animo americano e le sue contraddizioni. Non è un caso che uno studioso come Rodney Clapp abbia scelto Johnny Cash – una delle “voci” più importanti e paradigmatiche della canzone Usa – per illuminare gli orli dell’animo americano: i suoi conflitti, i suoi demoni ma anche la sua inesauribile volontà di riscatto. Cash (1932-2003) racchiude questa costellazione di senso, questa serie di opposizioni binarie – salvezza caduta, individualismo comunità, colpa innocenza, morte vita – all’interno della quale si dispiega il discorso della canzone americana. “So cantare canzoni di morte. Ne ho vista tanta – ha detto una volta lo stesso cantante – ma sono ossessionato dalla vita”. Queste lacerazioni – gli eccessi del successo, la dipendenza dalle droghe, persino l’esperienza del carcere – che attraversano tanto la sua biografia che la sua arte sono però illuminate dalla fede che costituisce la vera cifra poetica di Cash: l’oscurità è sempre rischiarata dalla luce, la caduta è riscattata nella redenzione, la contraddizione si scioglie nell’affidamento, nella fede.