Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani

Fabio Geda, Per il resto del viaggio ho sparato agli indianiCon la sua opera prima “Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani” il torinese Fabio Geda si presenta come uno degli autori più interessanti dell’anno. Tra i pregi del suo romanzo, che compensano ampiamente ingenuità scontate per un esordio e peraltro trascurabili, il più evidente è la capacità di dare anima e cuore al suo protagonista, Emil, raffigurato con tali accenti di verità da renderlo difficilmente dimenticabile. Emil è un ragazzino romeno di tredici anni, orfano di madre, entrato clandestinamente in Italia su un camion carico di riso parboiled e vive precariamente a Torino. Dopo il rimpatrio forzato del padre, in seguito ad una rissa, trova temporaneo rifugio presso un architetto che assume la compagna del padre come cuoca e donna delle pulizie. Emil ha imparato l’italiano leggendo gli album di Tex Willer (di qui il titolo), ha l’audacia di chi non ha nulla da perdere e l’incoscienza dei suoi pochi anni, e soprattutto non ha più nessun motivo per restare a Torino, dopo che l’architetto ha manifestato torbidi interessi nei suoi confronti. [Continua »]



Appunti sul cuore

(Questi appunti personali sul tema del “cuore” sono stati scritti da Marta Falcone, studentessa del 5^ ginnasio del liceo Pilo Albertelli di Roma, e sono stati raccolti dal suo professore, Andrea Monda)

Quando penso alla parola cuore una serie di immagini, alcune senza senso, mi passano per la mente. Un pezzo del documentario “Cuore” del “Corpo Umano”, visto quand’ero piccola, un corpo con tante linee rosse al posto delle vene, il cuore lampeggiante di E.T., la copertina del libro di De Amicis, il fondo di un vaso e il rosso. Il colore rosso sembra luccicare in tutta la sfilza di immagini-ricordi proposte dalla mia mente. Cuore, basta una sola parola a scatenare un inaspettato vortice di sensazioni contrastanti: dolore, amore, odio, gelosia, gioia, rabbia, felicità… Non associamo forse al cuore tutti i sentimenti che proviamo? Il nostro linguaggio non è ricco di modi di dire costruiti intorno [Continua »]


Sdegno della nullità e fuoco elettrico

Giacomo Leopardi, Zibaldone 195-6, 1 agosto 1820

Sebbene è spento nel mondo il grande e il bello e il vivo, non ne è spenta in noi l’inclinazione. Se è tolto l’ottenere, non è tolto nè possibile a togliere il desiderare. Non è spento nei giovani l’ardore che li porta a procacciarsi una vita, e a sdegnare la nullità e la monotonia. Ma tolti gli oggetti ai quali anticamente si era rivolto questo ardore, vedete a che cosa li debba portare e li porti effettivamente. L’ardor giovanile, cosa naturalissima, universale, importantissima, una volta entrava grandemente nella considerazione degli uomini di stato. Questa materia vivissima e di sommo peso, ora non entra più nella bilancia dei politici e dei reggitori, ma è considerata appunto come non esistente. Frattanto ella esiste ed opera senza direzione nessuna, senza provvidenza, senza esser posta a frutto (opera perchè quantunque tutte le istituzioni tendano a distruggerla, la natura non si distrugge, e la natura in un vigor primo freschissimo e sommo com’è in quell’età) e laddove anticamente era una materia impiegata e ordinata alle grandi utilità pubbliche, ora questa materia così naturale, e inestinguibile, divenuta estranea alla macchina e nociva, circola e serpeggia e divora sordamente come un fuoco elettrico, che non si può sopire nè impiegare in bene nè impedire che non iscoppi in temporali in tremuoti ec.


Presentazione a Messina

Oggi alle 18:00 appuntamento presso il comando militare autonomo della Sicilia Circolo Unificato di Messina, dove Annunziata Antonazzo, responsabile delle Officine di Messina, presenterà il suo libro “La letteratura dimenticata”.


Urbs

Nunc scribo postquam oculos meos  extra fenestram meam conieci. Quartum haec de urbe verba scribere conor et quotiescumque incepi antea oculos meos extra fenestram conieci. Cur hoc facio, e me quaero?
Ego scribo e interiore urbis parte, cubiculum meum domi cuiusdam  in interiore urbe est. Contra mihi inspiciendum extra fenestram est, ut si extra urbs essem et ego animi inflammationem illuc extra quaererem, ut si Roma extra esset et ego alio loco essem.
Aedem sacram Sancto Petro dicatam e finestra mea prospicio, sed antequam oculi mei usque ad tholum perveniant, duos homines, quorum solas formas perspicere possum, ad domus cuiusdam tectum struendum intendentes cerno. Illi in urbe sunt. Ego ubi sum?
Me cogitante oculi mei vagant in scriptorio meo ubi liber quidam stat. Qui The Secret of New York Revealed inscriptus est. Alia dicit, non quae vos pro certo ponitis. Non de secretissimo Eboraco Novo peregrinatoribus incognito, de tabernis et de locis ubi vita vera est hoc liber dicit. Sed de Eboraci Novi anima dicit hoc liber cuius ille Thomas  Howard qui illius clarissimi C. S. Lewis scripta curavit auctor est. Tunc animo alias urbes quas novi quod in quibusque totum mensem vixi fingo: Sanctum Franciscum, Neapolim, Genuam, Patavium, Augustam Taurinorum, Londinium, Lutetiam Parisiorum, Messanam. Omnes urbes meae. Quarum cuique anima est, quam descriptiones describere non possunt, quam nullum itinerarium adnotatum explanare potest, ad quam intelligendam contra maxima admixtio et vera corporis contagio necessariae sunt. Cuique urbi natura propria est, quae solum in necessitudinibus nota est. Igitur contra urbs locus qui coniunctiones patet, societates conficit est.
Quomodo hoc facit? In primis cum posita et defixa in radicibus meis sit, si illic, in quadam urbe defixae sunt. Si ego in quadam urbe natus sum, illa urbs hometown mea, id est mea natalis urbs fit.
Urbs natalis mea naturam meam format, me notat; ingenium et mores meos fingit, quid de vita sentiam constituit. Adducere me ad fugiendum vel ad manendum atque adeo potest
Si in maxima urbe nascor, fugere in parvum pagum forsitan cupiam, si contra in vico, in tumultuosam urbem fugere cupiam.
In agresti vico nasci, necessitudinem cum humo, cognationes et usus certos et angustos habere, necesse esse scire ad discendum et ad comparandum labore et industria victum longe ire postulat.
Ruri nasci in animo semper alia loca habere, quod pondus (mihi ad victum comparandum proficiscendum est!) , sed etiam liberatio (proficiscor!) est postulat.
In urbe nasci contra necessitudinem cum itineribus, viis, officinis, tabernis, agribus consaeptis habere et scire te vitam tuam illic, in hoc locorum quibus vis non pulchritudine sed frequentia est reticolo,  agere posse postulat.
Cum urbem primum lustramus ab necessitatibus quae e frequentiis memoriisque nascunt alieni sumus. Tunc vel oritur aliquid quo nobis domi esse videatur (quamvis causam nesciamus) vel extranearum rerum fascinum animadvertimus: res nos quod ipsae pulchrae, non quod frequentes sunt percutiunt. Dum hoc sensus permanet, illa urbs numquam nostra erit.
Sed aliquid subito oriri potest et ergo illa urbs , si nostra natalis urbs non est, urbem electam fieri potest, ubi oculi nostri locos domesticos et ad subigendum faciles videre mirifice possunt. Intellegis non rerum alienarum pulchritudinem loci ignoti venustatem, sed maximum cum vita ipsa, oribus, itineribus, caelo ipso consensum te percuotere. Animadvertis illam urbem sponte sua tecum congruere. Tunc urbs locum ipsum necessitudinem esse, non solum contextum in quo ipsa necessitudo se esplicare (studio et humanitate, negotiis, ludis, etc.) potest ostendit.
Mihi quaestio prima occurrit: ubi sum si mihi ad urbem perspiciendam extra fenestram inspiciendum est? Ita est! Extra mihi inspiciendum est, quod mihi Roma contra intuenda est, facies mea efferenda est ad eam intuendam etiam si in intus ea sum. Ad eam intuendam mihi exire nocesse est, etiam si intus sum. Sum in media necessitudine patente quae me in orbem terrarum immittit.


L’arte della scrittura

A cura di Marianna Barilari

Il Wen Fu di Lu Ji è la prima grande dissertazione in cinese antico sull’arte della scrittura, composta in quella che, potrebbe essere meglio definita come poesia in prosa. Se l’inventore della forma fu non è certo Lu Ji, fu comunque lui ad utilizzarla in maniera assolutamente innovativa. In precedenza il fu era stato una forma popolare impiegata quasi esclusivamente nei poemi discorsivi a carattere storico o di elogio nei confronti di capi politici e militari.

Il primo testo cinese dedicato all’uso della lingua è il Da Xue (o Grande Apprendimento) di Kong Zi (Confucio). Il maestro Kong Zi era convinto che tutta la saggezza risiedesse nell’imparare a chiamare le cose con il loro giusto nome e che solo attraverso la “rettificazione dei nomi” fosse possibile progredire verso un’esistenza illuminata. Intuizione doppiamente rimarchevole, se pensiamo che Kong Zi viveva in una nazione più avanzata del pianeta, con una lingua ricca di locuzioni emblematiche, di eufemismi, doppi sensi e ambiguità stratificate carche di polivalenze. [Continua »]