Verde

Il verde è il colore della natura rigogliosa, calda e umida. L’estate scorsa ero nel Sud degli Stati Uniti, a Milledgeville, un paesino della Georgia, un tempo addirittura capitale e adesso addirittura irraggiungibile con i mezzi pubblici. E’ il paese natale di Flannery O’Connor. Quando penso al verde, penso al clima caldo umido di quelle giornate di agosto, accompagnate da uno scenario intensamente e brillantemente verde. Nella mia memoria ci sono molti verdi, ma quello è il verde a cascata, necessario, caldo e umido, cioè vivo. I miei ricordi sono tutti tinti di verde. Brillanti al sole.

Il verde è il colore della vita, dei processi vitali, che hanno la loro maggiore manifestazione nell’età verde e acerba (gli anni “verdi”, gli artisti “in erba”,…). Se il rosso [Continua »]


… quando sentiamo la vita

Una vita non vissuta è quanto di più orribile ci possa accadere. È vita morta. E si tratta di esperienze negative che a tutti capitano. Ciò che importa è non subirle, ma elaborarle, per affrontare con rinnovato coraggio questa vita che merita di essere accettata ed amata. Ciò che rende umano il vivere dell’uomo è questo interesse per la vita che noi chiamiamo «amore»

di Jürgen Moltmann

Che cosa avrà mai da dire sull’amore e su una vita da vivere in pienezza [Continua »]


Gas-o-line n° 67 – Aprile 2007

Gas-o-lineCari Bombers, è stato pubblicato sul sito il quarto numero del 2007 della e-zine di BombaCarta: il numero 67 di Gas-o-line.

Lo trovate, come al solito insieme a tutti gli arretrati di Gas-o-line, con tutte le sue rubriche, nella pagina dedicata a Gas-o-line all’interno del sito: https://bombacarta.com/gas-o-line/.

Questo mese, insieme all’Editoriale “Che cos’è il blu” di Antonio Spadaro (con la traduzione in latino di Rosa Elisa Giangoia) (p.1), trovate la rubrica delle Poesie di Lisa Sammarco e Raffaele Ibba (p.2), quella dei Racconti del mese di Toni La Malfa e Manuela Perrone (p.3), quella delle Recensioni di Rosa Elisa Giangoia (p.7), quella di BombaCucina sempre di Rosa Elisa Giangoia (p.7) e infine la rubrica Dal mondo di BC di Angelo Leva (p.8 )

Auguriamo quindi buona lettura a tutti!

La Redazione


Are you writing from the heart?

Trentadue anni, sette album alle spalle e un progetto davanti: realizzarne cinquanta, uno per ognuno degli Stati Uniti d’America. Progetto troppo ambizioso? Sufjan Stevens, giovane promessa statunitense, non se ne preoccupa.

Nato a Detroit, nel Michigan, ha rafforzato carattere e talento nelle fredde terre nord americane, imparando a suonare gli strumenti più vari e a non farsi spaventare dalle sfide. Il primo album che registra in casa ai tempi del college è ispirato ai nove pianeti, i dodici apostoli, i quattro elementi; il vero album d’esordio, A sun came, è autoprodotto, fondando insieme al patrigno l’etichetta, Asthmatic Kitty Records che tuttora promuove artisti emergenti.
Il progetto di mettere in musica gli Stati Uniti è già avviato: Greatings for Michigan è del 2003, Come on! Feel the Illinois del 2005.
Cosa vuol dire mettere in musica un luogo? Vuol dire percepirne umori, atmosfere, raccogliere storie, vuol dire attingere alla più diverse esperienze per mostrare come quel luogo possa influenzare le relazioni umane e, perché no, i rapporti con il sacro. Vuol dire insomma uscire da se stessi, da un musica capace solo di autocelebrazione, o di ripiegamento nei (propri) sentimenti, che tanto va di moda, e aprirsi invece all’ascolto, all’osservazione, persino alla contemplazione. È quanto fa Stevens in questi album, dove, con note folk e minimaliste, ci racconta paesi, paesaggi, personaggi, in un memorabile poema della middle-class statunitense.
È legittimo però chiedersi se non sia anche questa una forma di autocelebrazione, sia pure collettiva. Ma è da vedere cosa e chi viene celebrato. Una delle canzoni più intense dell’album dedicato all’Illinois, «John Wayne Gacy jr.», celebra con toni struggenti l’uomo che negli anni Settanta a Chicago, ha seviziato, stuprato e ucciso decine di bambini, il brav’uomo vicino di casa di cui nessuno mai avrebbe sospettato, quello che fa dire: «And in my best behavior I am really just like him». Sotto il mio “miglior comportamento” io sono esattamente come lui. Noi siamo come lui, o lui è uomo come noi, perché «A good man is hard to find», un brav’uomo è difficile da trovare, come scriveva Flannery O’Connor e come ci ricorda Stevens nell’omonima canzone, quando lo stesso omicida della O’Connor celebra la propria condanna: «Once in the backyard / She was once like me / Twice when I killed them / They were once at peace / They were once like me».
L’album in cui è inserita la canzone, Seven Swords, è una vera e propria meditazione sulla fede e sul manifestarsi di Dio nella storia dell’uomo.
Proprio perché Dio si manifesta nella storia di uomini niente affatto bravi e buoni, che Stevens si interessa a loro: sono loro che vengono celebrati, e proprio in loro Dio, un dio in carne e ossa che ama e che rimprovera, che prende e che dona (come nella struggente «Casimir Pulaski Day»). È un Dio che calza le nostre scarpe, indossa i nostri vestiti, entra nel nostro quotidiano e nei nostri pensieri, senza chiedere di fare nulla, se non di lasciarlo fare.

I always knew you
In your mothers arms
I have called your name
I have an idea
Placed in you mind
To be a better man
I’ve mad a crown for you
Put it in your room

[…]
And when you write a poem
I know the words
I know the sounds
Before you write it down
Only wear your clothes
I wear them too

[…]
(«Vito’s ordination song»)

«E quando scrivi una poesia Io conosco le parole, Io conosco il suono, prima che tu la scriva… Indossa soltanto i tuoi abiti, li indosso anch’io». Il che non significa sottrarsi alla responsabilità dell’essere, in questo caso, artisti. Ne è un esempio la canzone che da il titolo all’album Come on! Feel the Illinois: dopo una prima parte che celebra l’Illinois con toni epici, gioiosi e ironici, ne segue una seconda che si conclude con un ripetuto «Are you writing from the heart?», stai davvero scrivendo dal cuore? Stai davvero sentendo con il cuore?


Verde

Il verde è il colore della natura rigogliosa, calda e umida. L’estate scorsa ero nel Sud degli Stati Uniti, a Milledgeville, un paesino della Georgia, un tempo addirittura capitale e adesso addirittura irraggiungibile con i mezzi pubblici. E’ il paese natale di Flannery O’Connor. Quando penso al verde, penso al clima caldo umido di quelle giornate di agosto, accompagnate da uno scenario intensamente e brillantemente verde. Nella mia memoria ci sono molti verdi, ma quello è il verde a cascata, necessario, caldo e umido, cioè vivo. I miei ricordi sono tutti tinti di verde. Brillanti al sole.

Il verde è il colore della vita, dei processi vitali, che hanno la loro maggiore manifestazione nell’età verde e acerba (gli anni “verdi”, gli artisti “in erba”). Se il rosso è il colore del sangue, che indica una connotazione della vita, quella più pulsante, il verde è il colore della vita nella sua dimensione vegetativa, basilare. E’ il colore della manifestazione concreta della vita. E il massimo è raggiunto quando il verde è riflesso dall’acqua. Allora il verde acquista luce che brilla, come ha scritto in una sua poesia K. Wojtyla:

Posa un attimo lo sguardo sulle gocce di fresca pioggia: vedi, in esse concentra la sua luce tutto il verde delle foglie di primavera.

L’attenzione alla precisione del dettaglio si spalanca nella visione di tutto il verde della primavera in una piccola goccia di pioggia, che sembra traboccare dai propri confini: è una bella immagine per dire la natura più intima di ogni essere umano. Per dire, in fondo, che l’inquietudine umana non può trovare altro spazio di riposo che nella meraviglia.

Dunque verde è simbolo di salute, freschezza, giovinezza, perché sono queste le dominanti dei processi vitali. Viridis deriva da vir, cioè il maschio e l’energia vitale che esso significa. Così Tolkien presenta Barbalbero, il pastore di alberi: «Aveva il fisico di un uomo, alto però più del doppio, molto robusto con una lunga testa e quasi senza collo, occhi lenti e solenni, ma molto penetranti, erano marrone picchiettati di luci verdi. Sembrava che dietro le pupille un enorme pozzo pieno di secoli di ricordi e di lunghe, lente e costanti meditazioni, ma in superficie sfavillava il presente». In queste parole c’è tutto un radicamento profondo nella natura, del substrato biologico dell’uomo.

Dunque il verde è il colore della continuità e della persistenza nel processo lento della vita e del destino fiorente e paradisiaco della vita stessa: “paradiso” significa etimologicamente giardino. La vita è permanenza in vita, è stabilità radicale nella condizione vitale. E il verde partecipa ed esprime questa costanza, ma con all’interno una dimensione dinamica, dove il giallo e il blu, come diceva Kandinsky, sono presenti e potenzialmente attivi in qualunque momento. E in natura spesso il verde si mescola pure al marrone e così cambia connotazioni e significati:

Ecco di nuovo il verde; prima fresco, poi maturo, poi spento come una candela. La terra polacca scorre nel verde, negli autunni e nelle nevi. (K. Wojtyla, Stanislao)

Il verde dunque è il colore di una stabilità dinamica, quella di una pianta che è viva: vive e, vivendo cresce e si sviluppa.

Ma fino a dove il verde è in grado di arrivare nella sua potenza di espressione della forza costante e silente della vita? Fino a che punto il verde può veramente saziare i nostri occhi? Risponde Wojtyla con i versi di Rive piene di silenzio:

Lontane rive di silenzio cominciano appena di là dalla soglia. Non le sorvolerai come un uccello. Devi fermarti a guardare sempre più in profondità finché non riuscirai a distogliere l’anima dal fondo. Là nessun verde sazierà la vista

C’è una profondità dove nessun verde è in grado di saziare la vista. E forse proprio questo fondo custodisce la vita, attingibile ma inesauribile perchè sempre fresca, quella dearest freshness deep down things (G. M. Hopkins), quella “cara freschezza che vive in fondo alle cose”.



Blu est un drainage émotionnel

di Maria Angela Masino

A proposito di Film Blu…

Blu est un drainage émotionnel, è Julie che, in un incidente stradale perde il marito Patrice e la piccola figlia Anna e sprofonda nella disperazione. Ma Blu nel film di Krzysztof Kieslowski non è solo dolore. E’ luce soffice che nasce lenta dall’oscurità. E’ risalire la china della coscienza da viaggiatori incerti, ma resi forti dall’amore. Blu è abbandonare l’anima che si ritrae e piange per intraprendere un altro viaggio. [Continua »]