La selva oscura di Dante era verde?
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
questa selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
La selva oscura di Dante era verde?
Penso proprio di sì. Quel verde oscuro e cupo che sembra oscurità viva.
Almeno un volta in vita, suppongo, sia capitato a tutti di perdersi e ritrovarsi in un intrico di alberi e di sottobosco, di rovi e di spini, che feriscono il corpo ma mettono in ebollizione lo spirito: riuscirò, fra muschi e licheni, fra alberi frondosi e cespugli rigogliosi a ritrovare il sentiero? Esiste davvero il sentiero?
Eppure, tutto è verde, tutto è speranza, tutto è vita. Nel buio cupo. Come nello Scharzwald, come nelle selve dei Carpazi. [Continua »]
A volte è un flusso, una corrente, come un enorme fluido che ti scorre accanto, insensibile alla forza di gravità. Arriva da lontano, ti sfiora, poi scivola via, lontano, di nuovo.
Ed ecco sul tronco
Laetae, aestuantis, madidae naturae viridis color est. Praeterita aestate fuit Foederatarum Americae civitatum meridie, in parva Georgiae urbe cui nomen Milledgeville est, olim ipsud regionis caput sed quem nunc non vehiculis publicis consequi possumus. Illae optimae mulieris quae multa optima scripsit, cui nomen Flannery O’ Connor, urbs natalis fuit. Cuius loci cum animo meo viriditatem fingo, eo naturam aestuantem et madidam illis Augusti mensis diebus in spectaculo magnopere fulgenti viridantique effingo. In mea memoria multi colores virides sunt, sed ille viridis redundans, aestuans madidusque, id est vivus, est. Meae memoriae omnes tinctae sunt viridibus coloribus, qui sole micant.
«Molta scrittura sembra fare tarantelle intorno alle questioni centrali del nostro vivere. Non mi interessa far evadere il lettore. Mi interessa invaderlo. E mi interessa una letteratura più simile al morso della vipera che ad un acquarello di fantasie». Roberto Saviano, diventato famoso con Gomorra, romanzo e insieme cronaca sulla camorra a Napoli, l’altra sera a Milano in un convegno letterario ha pronunciato un intervento che – in bocca a un ventinovenne il cui libro è un caso letterario – colpisce. E pare quasi un abbozzo di “manifesto”, una ventata d’aria nuova nella stanchezza di molta letteratura italiana contemporanea. Da lettori, ci è capitato spesso di entrare affamati in una libreria.