Viaggio attraverso l’Eneide

Come preannunciato da Rosa Elisa Giangoia sul primo numero di BombaMag vi proponiamo una lettura-passeggiata all’interno del testo di Virgilio, con l’intento “di allargarne le sfaccettature di lettura dall’ambito storico-mitologico a quello più profondamente umano”.

Speriamo che sia l’occasione per tanti per risfogliare o scoprire un’opera di straordinaria modernità, che ci racconta la storia di un uomo sostenuto dalla sua speranza e da una tenace forza di volontà, così ci è sembrato leggendolo e così ve lo proponiamo.

Mercurio incita Enea a lasciare Cartagine

Mercurio incita Enea a lasciare Cartagine

Arma virumque cano” inizia l’Eneide, cioè “canto le armi e l’uomo”. Fin dal principio è evidente che l’oggetto del poema non sarà semplicemente un eroe ma un’intera collettività, in relazione alla quale il singolo può anche distinguersi ma rimanendo ad essa legato. Ciò che conta – e che l’autore ricorda nel suo proemio – è il percorso compiuto dall’eroe. Un percorso che assume senso non in relazione al singolo ma alla collettività, al punto che Enea dà sì il titolo all’opera ma non vi è esplicitamente nominato prima del verso 92. [Continua »]


Il suicidio non è trendy

Suicidio bananaSu Il Giornale dell’arte di maggio l’implacabile pungiglione di Achille Bonito Oliva si abbatte rovinoso sul politically correct. Provocazione estrema, d’accordo, ma chissà, magari fa riflettere anche su scrittori ed editoria…

«Perché gli artisti non si suicidano più? La storia è funestata da suicidi d’autore: Bronzino, Borromini, Van Gogh, Rothko, Lo Salvio, Tancredi, Palermo. Dopo gli anni Settanta più niente. Gli artisti tutti felici? Piuttosto un sistema dell’arte che ha adottato la notte americana del cinema, una illuminazione a full time sulla vita dell’artista che non lascia spazio a un gesto così intimo e privato. Qui vengono bandite melanconia e depressione, ogni traccia di privacy che rallenti l’integrazione del personal nel global. Niente, dunque, deragliamenti, rallentamenti o ripiegamenti. È ammessa solo l’happy end, una vita smart e un eterno smile a segno di buona riuscita e di successo raggiunto. Se ne fanno garanti, tutti trendy, galleristi, collezionisti, direttori di musei, con l’auspicio di critici e di curatori. La circolazione sostituisce l’universalità, l’istante l’immortalità. Prima si aveva un occhio all’arte e due alla vita. Ora la vista è monoculare e la performance assolutamente ciclopica. E i ciclopi, si sa, non si suicidano mai. Al massimo, come Polifemo, si lasciano accecare».


Mai placato tormento / di non sapere

La nuova silloge poetica di Elio Andriuoli (Per più vedere, Genesi Editrice, Torino 2007), già dal titolo dantesco (Par. III, 66) ci fa entrare nel nòcciolo della problematica più importante per l’autore, cioè nell’ intimo desiderio che è non solo suo, ma dell’uomo, nella sua più alta consapevolezza, di vedere di più rispetto all’apparenza sensibile per poter intendere e saper interpretare quanto nell’ambito del sensibile, l’unico di dominio umano, avviene.

Per piu vedere, Elio AndriuoliSempre al di là va il cuore;
sempre si affisa
oltre le apparenze la mente
per più vedere.
[Continua »]


An ordinary miracle

Living in every city
among somebody else’s clothes

Are these the days of our lives?

An ordinary miracles is all we really need
an ordinary miracle you and me

Ma chi ti credi di essere? È quello che viene da chiedere quando un personaggio di “successo” non concede interviste né fotografie, non appare in pubblico e vive isolato chissà-dove. Sei una star, dovresti brillare, «bello mio, sei in tv!», come risponde un fan al noto presentatore che non vuol essere importunato in strada (The weather man). Se vuoi essere lasciato in pace non fare televisione, non fare l’artista, non suonare, non cantare, non scrivere libri. Non fare nulla di notevole, altrimenti diranno di te quello che dicono dello scrittore che fugge la folla: «Quando scrive tenta di dirci qualcosa sulla vita. Non può andare a nascondersi. Scrivendo, ha già rinunciato al diritto alla privacy» (La follia delle muse).
Sarà vero? Sul serio non si può aspirare a un’esistenza solitaria, privata, pur essendo personaggi pubblici? Eppure Greta Garbo era detta divina anche per la sua nota inavvicinabilità, J. K. Salinger nessuno l’ha più visto da quando è Salinger; rifuggivano da interviste e svendite di sé Lucio Battisti, Glenn Gould e Frank Zappa. Timidi e schivi o snob e altezzosi, caratteri diversi hanno percorso strade simili: rimanere invisibili nell’era della visibilità totale.
Questa la scelta anche dei Blue Nile, trio scozzese la cui fama aumenta ad ogni album che non esce. Il primo, A walk across the rooftops, è del 1984: un successo di cui non si accorgono; chiusi in studio, senza promuovere l’album, lavorano già di cesello al futuro. Servono cinque anni per il successivo e per la prima apparizione in pubblico: pensavano che non sarebbe venuto nessuno e invece è un trionfo. Il terzo, Peace at last, esce dopo sette anni e ne passano altri otto prima dell’ultimo, High, per un totale di 33 canzoni scritte e registrate in 22 anni di carriera. Scritte e abbandonate saranno state centinaia, dice Paul Buchanan, autore e voce del gruppo.
Troppo poca visibilità? Secondo una logica strettamente commerciale sì. Ci vuole buona memoria per ricordarsi di loro, o passione, o fiducia nell’arte che lavora in sotterraneo con ritmi e tempi suoi, non governabili da contratto. «Ho scritto tante brutte canzoni», dice Buchanan, «ma proprio perchè abbiamo un così severo controllo sulla qualità, nessuna di queste ha mai visto la luce. Non puoi prevedere quando arriverà una buona canzone: viene e basta». An ordinary miracle, un miracolo nel quotidiano, come conclude in The days of our lives, ascoltata durante il primo incontro di BombaMusica.
Paul Buchanan ha cantato a Novembre a Dublino. Timido, schivo, si schermiva alle battute di chi gli gridava affettuosamente «Cantaci quella del prossimo album!», mentre lui ascoltava stupito il pubblico che lo seguiva in coro. «È una prova riuscire a mantenere la credibilità quando ti esponi, per questo non canto in pubblico molto spesso. La mia voce non è un giocattolo e non voglio metterla a servizio di qualcosa che non sia assolutamente vero».
Sarà questa rigorosa fedeltà al proprio, quotidiano talento, a renderci felici?

Happiness, happiness
I wanted more, but live with less
Live again
Happiness



Premio letterario "Chiara Mazzuccato"

Il Comitato Ulisse e il Comitato Palio Uboldo, con il patrocinio della fam. Mazzuccato presentano il Premio Letterario “Chiara Mazzuccato” III Edizione
Consegna elaborati: 2 Giugno 2007 – Concorso Letterario a tema: I colori della libertà[Continua »]


La selva oscura di Dante era verde?

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
questa selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

La selva oscura di Dante era verde?
Verde in gabbia (di Grenar)Penso proprio di sì. Quel verde oscuro e cupo che sembra oscurità viva.
Almeno un volta in vita, suppongo, sia capitato a tutti di perdersi e ritrovarsi in un intrico di alberi e di sottobosco, di rovi e di spini, che feriscono il corpo ma mettono in ebollizione lo spirito: riuscirò, fra muschi e licheni, fra alberi frondosi e cespugli rigogliosi a ritrovare il sentiero? Esiste davvero il sentiero?
Eppure, tutto è verde, tutto è speranza, tutto è vita. Nel buio cupo. Come nello Scharzwald, come nelle selve dei Carpazi. [Continua »]