Niger color
Nuper mihi parvam bulgam nigram donaverunt. Pulchra ornataque est. Si rubra, viridis vel lutea, tam compta et perpolita, sed colorata, non fuisset. Mecum quaero: mea nigra bulga colorata an non est? Postea cogito de imaginibus albis et nigris vel contra coloratis quae se in tabula moventes rem narrant. Colligere nigrum colorem non esse auderem.
Postea, libero notionum in mente mea nexu, rerum coloratarum nigrarum combustarum mihi in mentem veniunt: si colores inflammamus, focus eos in nigro colore extinguit. “Ut nihil post sensuum exstinctionem, ut aeternum silentium sine futuro et sine spe, nigri coloris intimus sonus est” dicit ille clarus pictor Kandinsky. [Continua »]
Le voci nere vanno ascoltate quando risuonano, come Lucia di Lammermoor?
Capita, discorrendo magari di un tema squisitamente culturale, che scappi un’inflessione dialettale. Molti, e tra questi il purista, inorridiscono a quella che è, a tutti gli effetti, una caduta di stile. Altri se ne compiacciono. Cercare le motivazioni di tanta ostilità verso il dialetto – voce imponente dei nostri paesi – esigerebbe, forse, un viaggio a ritroso – magari un percorso alla Conrad di “Cuore di tenebra”. Io comunque mi diverto da sempre a cogliere le reazioni che balzano dagli stridori di un meticciato linguistico.
In Adam, Kapoor creates an area of pure darkness in a flat face of pinkish sandstone. It is an unsettling work, partly because it is unclear what we are looking at. How deep does the hollow extend? Is it really a three-dimensional space, or a surface of impossibly black paint? While for some, the void may suggest nihilistic absence, for the artist it signifies potential. It might represent the womb, or the moment just before the creation of the universe.
Mi hanno appena regalato una valigetta nera. E’ bella, elegante. Se fosse stata verde, rossa o arancione non sarebbe stata così elegante e raffinata, ma sarebbe stata colorata. Mi chiedo: la mia valigetta nera è colorata? Poi penso ai film in bianco e nero contrapposti ai film a colori. Mi verrebbe da concludere che il nero non è un colore.
Quando alcuni anni fa lessi Bianco su nero di Ruben Gallego (Adelphi), il racconto autobiografico di un orfano quasi completamente paralizzato sopravvissuto agli istituti per minori dell’Unione Sovietica, mi sorprese sopratutto lo sguardo pieno di meraviglia dello scrittore. Questo ragazzo destinato a una rapida morte riusciva ad esprimere sulla propria realtà una parola di stupore e di intima gratitudine, per quanto drammatica fosse la sua vita. I suoi occhi erano in grado di riconoscere la presenza della bellezza e della bontà in microeventi, incontri con persone o cose, che hanno avuto il potere di alimentare in lui il motore più potente e misterioso che un uomo possa avere per andare avanti nella vita: la speranza.