Dal vangelo secondo Nick Cave
«Comprai la mia prima Bibbia (nella versione di King James) perché mi piaceva un sacco il Vecchio Testamento, con quel Dio maniacale e punitivo che infliggeva castighi al suo popolo eternamente sofferente. Mi lasciò a bocca aperta, incredulo per l’intensità della vendetta. Mi appassionai sempre più alla letteratura violenta, oltre che a una vaga sensazione della presenza divina nel mondo. Avevo vent’anni e il Vecchio Testamento toccava quella parte di me che protestava, scalpitava e sputava sul mondo. Credevo in Dio, ma credevo anche che fosse malvagio. Se il Vecchio Testamento era il testamento di qualcosa, era il testamento del male. Il male affiorava in superficie, il male era così vicino: sentivi il suo odore prepotente, vedevi le spirali di fumo giallo che si levavano dalle pagine e sentivi i gemiti agghiaccianti e disperati. Era un libro meraviglioso e terribile, era un libro sacro. [Continua »]
La paura da vincere il 26 Maggio scorso può chiamarsi paura di mettersi in gioco, paura di confrontarsi con gli altri, paura di esporsi, paura di esprimersi davanti agli altri; un modo inconsueto di farsi conoscere basato sul dialogo di argomenti, temi, sensazioni ed emozioni che non espongono in prima persona ma mostrano l’individuo così com’è.
Immaginare di viaggiare in un universo dominato dal nero, talora, significa sprofondare in un abisso di non-colore. Si cerca di aggrapparsi ad un appiglio che freni la discesa. Ci si affanna a non perdere la centralità del cammino.
Alessandra Montrucchio, Macchie rosse, Farfalle, Venezia, Marsilio, 2001.
Riceviamo e pubblichiamo un contributo di Harriet Agnes Nnamutebi su