TeenWriters parte I: “Un’espressione che mostrava un cuore lacerato”

La storia non è male. Scena prima. Benedetta incontra Sergio e capisce (dal suo sguardo) che qualcosa è accaduto: il nonno dell’amico è morto e Benedetta, dopo un momento di indecisione, si offre di accompagnare Sergio al funerale.
Scena seconda, il giorno seguente, in chiesa. Pur rimanendo tutto il tempo della funzione vicino a Sergio, Benedetta si percepisce isolata: la cerimonia e le persone che vi partecipano le sono estranee e i loro sentimenti, troppo intensi, la sovrastano. “La rendeva parte di quella gente solo la nervosa mano di Sergio intrecciata nella sua”. Benedetta piange.
Scena terza, al cimitero. È il momento “più toccante”, ci dice l’autore. Benedetta scoppia ancora in lacrime e poi mentre tutti sono (presumibilmente) concentrati sul nonno, lei invece nota altri uomini e altre donne e ne rimane incantata: “lenti, amorevoli, minuziosi, staccavano i petali delle rose ormai appassite, cambiavano l’acqua e pulivano tutto intorno, ognuno compiva le medesime azioni, ogni gesto a totale beneficio e nella totale perdita dell’amore per il defunto”. Fine? No.
Benedetta (che è anche il nome dell’autore) si lascia tentare: Benedetta (personaggio) capisce ora “che è possibile amare una persona anche quando non è più su questa terra”, che “il dolore è forse uno dei sentimenti che più difficilmente puoi controllare” e, infine, “imparò molte cose, provò emoizioni e sentimenti che non conosceva, apprese (…) il massimo dell’amore che si può provare”. Capisce, insomma, la morale della favola.

Benedetta (autrice) ha diciassette anni e scrive. Come lei, anche alcuni suoi compagni di classe. Una di loro ha già scritto un romanzo, altri sceneggiature per il teatro, altri ancora racconti. Leggono abbastanza e se gli chiedi cosa, ti sanno anche spiegare il perchè. Sono esibizionisti e teneramente insicuri. Sono “giovani scrittori”, o meglio, teenwriters. Se è vero infatti che esiste una certa confusione nell’interpretare termini come “giovane scrittore”, o “esordiente”, non lascia invece adito a dubbi la definizione – tutta anglosassone – di teenwriter: scrittore adolescente (alla lettera: tra i tredici e i diciannove anni). Sono teenwriters i ragazzi che scrivono racconti su foglio protocollo e li fanno circolare in classe, quelli che scrivono romanzi in coppia (generalmente si tratta di ragazze che scrivono romanzi d’amore) o storie satiriche su compagni e professori (sono spesso i maschi a farlo, come se lo humor fosse inconcepibile in una declinazione femminile). Sono teenwriters molti di quelli che postano racconti nei blog, che in rete hanno gruppi di discussione (come: groups.yahoo.com/group/teenwriters/) e che pubblicano in numerosi siti internet. Sul sito WhenTeensWrite, ad esempio, dove “l’età non è mai un ostacolo nella scalata al successo”, sono raccolti più di duemila testi, tra poesia e narrativa, scritti da adolescenti. Nello stesso sito troviamo anche tutto ciò di cui ha bisogno un aspirante scrittore: servizi di copyright, spazi aperti di discussione, consigli di scrittura. È questo ciò di cui hanno bisogno? È questo ciò che vogliono loro?

Pier Vittorio Tondelli fu tra i primi in Italia ad accettare la sfida di dare spazio ai cosiddetti giovani scrittori, pubblicando i racconti “dei giovinotti e delle ragazzine italiane” (era il 1985). Per non creare confusione fra giovani, esordienti, inediti e opere prime, propose il ferreo limite d’età: under 25. Oggi basterebbe dire under 20 ma è consolante, per un più che ventenne, sapere che non sei ancora troppo vecchio per continuare a scrivere. A questi scrittori adolescenti Tondelli consigliava: “Scrivete non di ogni cosa che volete, ma di ogni cosa che fate. Astenetevi dai giudizi sul mondo in generale ( ci sono già i filosofi, i politologi, gli scienziati ecc.), piuttosto raccontate storie che si possano oralmente riassumere in cinque minuti. Raccontate i vostri viaggi, le persone che avete incontrato all’estero, descrivete di chi vi siete innamorati, immaginatevi un lieto fine o una conclusione tragica, non fate piagnistei sulla vostra condizione e la famiglia e la scuola e i professori, ma provatevi a farli diventare dei personaggi e, quindi, a farli esprimere con dialoghi, tic, modi di dire”.

Fermiamoci per un attimo qui e torniamo a Benedetta. La storia non manca: è, in fondo, la storia di una ragazza che non rimane indifferente di fronte al dolore altrui, se ne fa in qualche modo carico e ne esce rafforzata. Le coetanee di Benedetta (autrice) preferiscono storie di fidanzamenti interrotti e ricongiungimenti, di avventure estive e sere d’estate tra una festa in piscina e una passeggiata nel buio. Anche qui le storie non mancano eppure i racconti, letteralmente, si perdono. Come e dove? Per lo più indugiando nella mente e nel cuore dei personaggi.
Torniamo alla scena del cimitero, nel racconto di Benedetta: “Una volta arrivati fu ancora peggio per lei, perché quello era il momento più toccante e quello il momento nel quale i mille pensieri di Benedetta si accanivano contro di lei nella sua testa, il cuore batteva forte e i sentimenti erano tanto amplificati da pensare di poterli fermare in qualsiasi momento, una morsa le attanagliava lo stomaco, si sentiva strana e inconsapevolmente cominciò a piangere nuovamente, ma ora era da sola e si asciugava gli occhi rossi per il pianto”. Il racconto iniziava quasi con le stesse parole: Benedetta non aveva incontrato Sergio, un Sergio in carne e ossa, ma aveva incontrato “Il suo volto triste, gli occhi rossi per il pianto e un’espressione che mostrava un cuore lacerato”. Benedetta (autrice) interrogata su quale sia “un’espressione che mostri un cuore lacerato”, ha esitato parecchio prima di darne una descrizione. Descrizione, descrivere. Ecco cosa raccomandava Tondelli: “Descrivete di chi vi siete innamorati” e non “quanto vi siete innamorati”. Aggiungiamo: descrivete cosa vi fa stare male, cosa vi rende felici, cosa vi preoccupa, di cosa avete paura. Descrivetelo. Fatelo accadere. Ma non dite quanto state male, quante lacrime state versando o quanto avete riso quel giorno. Se scrivete un racconto, la persona che deve piangere, o ridere, o provare un piacere immenso a seguire la vostra storia, non siete voi e non è il vostro personaggio, ma è il lettore. Lasciate perdere espressioni come “Ed eccola là, immersa dalle delusioni e dalle lacrime”, o “Erano passate già due settimane da quando aveva lasciato Alessandro eppure il dolore era rimasto inalterato, sempre lo stesso insopportabile tormento che le lacerava l’anima solo pensandoci”. Se scrivete che “quelli erano stati i sei mesi più belli della sua vita”, il lettore non ne rimane affatto impressionato e non si dispiacerà se lui e lei, nonostante quei “sei mesi più belli”, si lasceranno comunque. Fatevi testimoni e non giudici di ciò che raccontate, come consigliava Cechov. Non giudicate il mondo che state creando, non cercate a tutti i costi “la morale della favola”. A volte non c’è e se c’è, lasciate che ogn il lettore colga la sua. Le vostre storie dicono molto di più di quello che voi stessi potete immaginare quando le scrivete: non limitate le possibilità al vostro lettore. Non vi sentite limitati, quando a scuola, dopo la lettura di un libro, dovete dare l’unica risposta esatta su poetica e tematica dell’autore, su cosa voleva dire con quel libro? Non vorreste voi forse dire cosa dice a voi, se vi è piaciuto oppure no, se ha cambiato in qualche modo il vostro modo di vedere il mondo, o se l’ha rafforzato? Lasciate allo stesso modo libero il vostro lettore, dategli fiducia. Descrivete, descrivete, descrivete anche solo come esercizio. Provate a riscrivere una sola vostra pagina senza mai dire cosa prova e cosa pensa il personaggio, provate, in questa riscrittura, a non nominare mai i suoi sentimenti, ma a manifestrali attraverso gesti, azioni, parole.

Scriveva Flannery O’Connor: “La narrativa opera tramite i sensi. Lo scrittore di narrativa deve rendersi conto che non è possibile suscitare la compassione con la compassione, l’emozione con l’emozione, o i pensieri con i pensieri. A tutte queste cose bisogna dar corpo, creare un mondo dotato di peso e di spessore”. Il mondo, per un ragazzo tra i tredici e i diciannove anni, è estremamente concreto ed è, forse, dotato di più peso e spessore di quanto non lo sia per un adulto. Molte cose accadano per la prima volta, tra i tredici e i diciannove anni, molte altre si ripetono con una tale frequenza e regolarità da assumere la dimensione sacra, o magica, di un rito. Il mondo, il loro mondo, gli sta come “appiccicato addosso”. Scrive Samanta: “Mentre Alex vedeva i giri del suo motore alzarsi e la sua Honda superare una dopo l’altra le macchine che incontrava, gli sembrò ad un tratto che delle braccia lo stringessero forte, precisamente le braccia della sua Sora, come faceva ogni volta che correva troppo e una volta rimesso piede a terra gli mostrava il viso imbronciato per cui lui impazziva… non lo vedrà più”. Un ragazzo stretto alla moto che ancora sente su di sé la ragazza che ha appena perso: è un’immagine perfetta per dire quanto intenso e fisico sia il loro legame col mondo. Alcuni si mostrano freddi, cinici, distaccati o disinicantati, ma non lo sono affatto. Non in tutto, almeno, e quando decidono di raccontare qualcosa che li tocca veramente, allora per loro è molto più difficile scrivere ed essere allo stesso tempo distaccati da ciò che stanno scrivendo, perchè le intensità del mondo reale e quelle del mondo fittizzio coincidono perfettamente (tra l’altro quello dell’essere “distaccati” è un atteggiamento che si consiglia spesso a un “giovane scrittore”). Lo stesso Tondelli, consapevole di questa difficoltà, suggeriva: “Dite quello che non va e quello che sognate attraverso la creazione di un io narrante che non deve, per forza di cose, essere in tutto e per tutto simile a voi. Iniziate a fingere, a dire bugie, a creare sulla carta qualcosa che parta dal vostro mondo, ma che diventi poi il mondo di tutti, nel senso che tutti noi che leggiamo possiamo comprenderlo”. Comprendere il loro mondo e il mondo da loro creato: non sarà proprio questo ciò che vogliono e di cui hanno bisogno (oltre a consigli, pubblicazione e gloria se non eterna almeno universale)? Forse hanno bisogno di ricreare, sulla carta, quel peso e quello spessore che il mondo ha per loro, che non sembra avere per gli adulti e che non gli viene offerto da altra letteratura (perchè raramente li riguarda direttamente). Hanno bisogno di fissare l’intensità di quel mondo correndo il rischio di farlo nel modo più rapido che conoscono: attraverso “cuori lacerati, occhi pieni di lacrime, sorrisi fantastici, sguardi meravigliosi che ti trafiggono l’animo”. Hanno bisogno di lettori.
Ma a questo punto si aprono altre questioni: quante volte, ad esempio, scrivono di cose che li toccano nel profondo? È poi così necessario scrivere di “cose che toccano nel profondo?” E, visto che comunque questi ragazzi leggono, sarà vero che la letteratura non li riguarda direttamente? Sono questioni che esigono un po’ di tempo di riflessione. O una risposta da parte loro.