Millecinquecento. La lucida follia degli utopismi

«In principio era il Caos, e il Caos era presso Dio, e il Caos era Dio – la realtà»: comincia così Kristus, l’ultimo romanzo di Robert Schneider (Neri Pozza, 2006, pagg. 550). Anno 1500: la follia regna sull’Europa, sprofondata in una schizofrenia sociale tra l’ordine agognato e la tragicità del presente. L’ottimismo umanistico naufraga, come testimoniano Il vascello dei pazzi di Sebastian Brandt (1494) e l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam (1509), mentre torna alla ribalta il millenarismo. Nuovi spiritualisti recuperano il progetto della Città utopica. Alcuni la teorizzano, altri tentano di realizzarla. Ed ecco Utopia di More (1516), la Ginevra di Calvino (1541), La Città del Sole di Campanella (1603) e soprattutto Münster, roccaforte degli anabattisti (1534), proclamata nuova Sion, eppure così simile a una tela di Jeronimus Bosch. Münster ne è l’epicentro: gli anabattisti se ne impadroniscono, scacciano cattolici e protestanti dopo aver meditato di massacrarli, poi la proclamano Gerusalemme celeste. La rivolta è guidata da un sarto di Leida improvvisatosi profeta chiliastico prima, identificatosi poi col redivivo re Davide e pronto, tra l’altro, a proclamare la completa divisione dei beni e la poligamia, accasandosi ben diciassette mogli, una delle quali decapiterà di propria mano. Ma il sogno – o l’allucinazione? – dura poco più di un anno: il vescovo-conte Franz Waldeck e le sue truppe di lanzichenecchi espugnano la città grazie a un traditore, la votano all’eccidio, catturano i responsabili, tra cui il ventottenne Jan di Leida, li torturano e ne espongono i cadaveri in gabbie di ferro appese al campanile del duomo, tutt’oggi visibili. Una storia troppo romanzesca per non attirare gli scrittori, e basti nominare L’Opera al nero di Marguerite Yourcenar e Q di Luther Blisset. Schneider è il primo a tracciare una biografia di Jan di Leida, e lo fa nella prospettiva della melanconica religiosità di un uomo smarritosi nella ricerca di se stesso: bambino illuso di diventare Cristo, studente di teologia presuntuoso ma disorientato dalla multiformità del mondo, uomo atterrato dal disincanto incapace però di arrendersi ai compromessi dell’ordinario. Il romanzo di Robert Schneider, però, non è soltanto la rocambolesca cronaca di un sogno messianico annegato nel delirio e nel sangue, come avviene per ogni utopia scambiata da mezzo a fine. Attraverso la biografia di Jan da Leida egli ricostruisce la genesi di un’angoscia esistenziale che andrà ingigantendosi nei secoli successivi, delineando così la fisionomia della religiosità moderna. Per questa ragione le pagine più intense sono i dialoghi di Jan, vanamente impegnato a cercare il proprio preciso posto nel mondo, con il certosino Gerrit tom Kloister, una specie di mistico renano che gli confida di aver trovato la pace proprio rinunciando a una ricerca frontale di Dio e sopportando «la Verità nella sua inafferrabile ingiustizia». Parole inaccettabili per il giovanissimo Jan – morirà ad appena 28 anni – che si rifugia con ancora maggiore ardore nel fanatismo, sbraitando con sempre maggior furia le proprie farneticanti profezie quasi a voler colmare il silenzio divino. Il monaco lo accompagnerà silenziosamente in tutte le allucinanti vicende di Münster – le esecuzioni sommarie, la profanazione delle chiese, la distruzione dei campanili, la poligamia obbligatoria, l’eccidio finale – quasi a incarnare la presenza di quel Dio che, sebbene non parli più chiaramente come pare facesse nei secoli addietro, resta tuttavia a fianco dell’uomo in ogni frangente della sua vita, soprattutto quando egli non riesce a giustificare se stesso ai propri occhi.

[rielaborazioni di articoli comparsi su «Letture» 634 e Jesus 2/2007]

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