La polemica su Spoon River prosegue…

Spoon River Anthology by Edgar Lee MastersIn un post precedente mettevo on line un dibattito pacato che si era sviluppato sulle pagine del quotidiano Avvenire (qui la pagina in questione) circa l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Il dibattito era stato ripreso anche da Il Giornale. Infine aveva avuto una reazione da parte di Giorgio De Rienzo sul Corriere della Sera. Ed è questo intervento che mi ha, lo devo dire, ferito. Io in genere preferisco non indignarmi ma argomentare, specialmente davanti a posizioni argomentate, anche se non condivise.

Nella mia breve intervista apparsa su Avvenire ho cercato di fare così, argomentando nello spazio limitato a mia disposizione. Certo io e De Rienzo abbiamo una visione diversa della critica letteraria. Per me la lettura è pratica di coinvolgimento e compromissione radicale con il testo, che diventa carne della mia carne, e come tale dunque certamente viene anche assimilato. O meglio: io vengo assimilato dal testo, in qualche modo. Non c’è libro senza lettore, dice un critico a me caro. Ma non è di questo che intendo parlare qui, ovviamente. E le differenze di impostazione critica per me sono solamente una ricchezza.

Dico che la mia posizione era frutto di una posizione maturata a lungo nel confronto con l’Antologia. Avevo anche scritto un saggio sul tema (per questo sono stato intervistato), apprezzato anche da Fernanda Pivano (che non so come l’abbia avuto), anche se il saggio proponeva una lettura che non era del tutto in linea con quella da lei testimoniata. E questo mi ha fatto molto piacere, ovviamente. ha riconosciuto la serietà delle argomentazioni, come io ho fatto con le sue. Devo dunque dire che leggere quelle espressioni di De Rienzo («moralismo cattolico», anzi «gossip culturale» e «violenza interpretativa») legate al mio nome – perchè così è stato in quanto coinvolto pienamente nella “condanna” – mi hanno ferito. Sarò ipersensibile, ma non posso negarlo. Forse si sarebbe dovuto almeno distinguere le due posizioni in ballo, più che archiviare il dibattito o attribuirlo a enti superiori tirando in ballo ironicamente in Papa, etc…

Credo che chi fa questo mestiere di “critico” (al di là poi del modo in cui i giornali montano le dichiarazioni e i possibili fraintendimenti) con serietà non si meriti questo e penso francamente che chi ha letto il pezzo del Corriere si sia fatto un giudizio su di me che non risponda almeno allo sforzo (fallibile, ovviamente) che metto nel fare le cose.

Su Avvenire domenica 6 luglio è apparsa una replica a firma del poeta Davide Rondoni.

Io, a mia volta, ho così scritto questa Lettera al responsabile della pagina culturale del Corriere della Sera:

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A proposito di due pareri differenti sull’Antologia di Spoon River espressi da Giovanni Romano su Studi Cattolici e da me su Avvenire, Giovanni De Rienzo ha replicato con una breve nota polemica sul Corriere senza entrare nel merito della discussione. Ciò che sembra averlo turbato è il fatto che due critici letterari che scrivono su testate cattoliche abbiano potuto prendere in considerazione la famosa Antologia di Edgar Lee Masters e che lo abbiano potuto fare all’interno di un dialogo che esprimeva pareri differenti. De Rienzo si è accorto, dunque, che il mondo cattolico non è un monolite del pensiero omogeneo. Lo turba anche il fatto che nella loro discussione uno di questi due critici citi ampiamente Pavese, in passaggi in cui egli, a proposito di Spoon River, parla di «saggezza biblica» e «dramma sacro». De Rienzo sembra credere infatti che un cattolico non possa e non debba citare Cesare Pavese, perché anche il solo nominarlo significherebbe inevitabilmente «appropriarsene».

Il senso di fastidio che egli prova è tale da impedirgli di considerare che la discussione cercava di toccare i nervi scoperti di Spoon River, le sue tensioni fondamentali, la sua relazione con la vita del lettore, le domande che è in grado di sollevare: domande di fondo, sì, anche quelle sul senso della vita. Torno adesso da un paese dell’Est. Pare che lì a scuola fosse proibito dal regime di dire «io penso» a proposito di un testo letterario: si doveva parlare di un libro in maniera oggettiva ed evitare ogni domanda o riflessione che potesse significare relazione di quel libro con la mia persona, la mia vita, il mio destino. Adesso, mutatis mutandis, De Rienzo si adombra perché due critici discutono su quale immagine della (mia) vita e del (mio) destino Spoon River sia in grado di comunicare. Considera questo infatti «moralismo cattolico», anzi «gossip culturale» e «violenza interpretativa». Che Spoon River se ne stia pacifico tra gli scaffali di una biblioteca o nelle mani di un lettore esteta, ma che non ponga domande impertinenti a una vita umana!, sembra bacchettare De Rienzo.

No, De Rienzo, non si può chiudere un’opera letteraria in riserve indiane immuni dalle domande radicali di una vita, neanche da quelle che un cattolico si pone. Se due critici sono in grado di esprimere opinioni differenti, pur essendo entrambe cattolici, e di discutere e dibattere su un libro come Spoon River cercando di coglierne il significato per la (loro) vita, portando argomentazioni e riflessioni, significa che quel libro l’hanno preso sul serio. Se non si è d’accordo sulle loro opinioni, allora si portino argomenti senza limitarsi a dire con fastidio: no, a voi non è lecito esprimervi.

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Ho ricevuto una risposta di Giorgio De Rienzo con la quale i toni del dibattito si sono fatti più corretti e segnati da rispetto e cordialità. Certo, sarebbe bello se la dialettica culturale, prima di diventare quel che deve essere, potesse evitare di essere trascinata sui sentieri della polemica di costume che salta e fraintende le argomentazioni serie.