Da Barth a… Bart

In origine fu Happy Days. L’America anni ’70, già ossessionata da invasioni baccellari e incubi apocalittici, ancora impantanata nella guerra del Vietnam, turbata dal (mal)affare Watergate, trovava rifugio nelle vicende leggere e evanescenti di una famigliola media, che più media non si può. Una riscrittura – quella di Fonzie e soci – degli anni ’50, l’età dell’innocenza, che dava corpo (o meglio casa) a un sogno: l’illusione di un mondo cristallino e trasparente, scevro di tensioni, nel quale l’irrimediabile non esiste, il conflitto è bandito, la morte epurata, la passione ridotta a ossequioso perbenismo, la famiglia murata nel tranquillo ripetitivo teatro del sentimentalismo. Era l’american way of live che abbracciava l’intero globo.

Fu solo l’inizio: altre famiglie avrebbero raccolto il testimone. Come quella stretta attorno al piccolo Arnold: il racconto del sogno dell’integrazione, ma in versione paternalistica. O come la famiglia Robinson – una famiglia nera, borghese, che diventava (finalmente) uguale ad una bianca (ma con l’aggiunta di una buone dose di jazz). Era, da qualunque punto lo si osservi, il trionfo della famiglia in formato tv. E del mezzo su cui essa viaggiava: la serialità. Il suo segreto? La serialità – la vera legge di gravità dell’intero mondo del racconto televisivo e non – rassicura: assicura cioè che alla fine, nonostante intoppi equivoci sbandate, nulla cambi (veramente).

Anni dopo un’altra famiglia ha fatto irruzione con altrettanta spavalderia (e ha guadagnato la scena mediatica mondiale). Ma una famiglia – rispetto ai Cunningham di Happy Days – che più agli antipodi non si può. Innazitutto perché di cartoon,  e non di carne e ossa (con tutte le libertà rocambolesche che il medium offre). Una famiglia, i Simpson, che sembra il rovescio – comico – dell’altra. Se il mondo di Happy Days era regolato dalla laboriosità, quello di Springfield è in tutto e per tutto s-regolato. Papà Cunningham? Tutto casa e lavoro. Homar? Tutto divano, birra e ciambelle. Eccessivo, carnevalesco, perennemente stanco, riottoso al lavoro, sboccato, irriverente, anti-tutto: quello che non è il padre famiglia di Happy Days, è Homar. E che dire di “ciucciati il calzino” Bart? Asino, sempre irresponsabile, campione indiscusso della marachella, tale da far fare allo stesso Fonzie la figura del citrullo. Ma come tutti i componenti della famiglia gialla, irresistibilmente e tremendamente simpatico.

Ma, come scrive nel suo bel libro dedicato ai Simpson il teologo Brunetto Salvarani – una cosa non è cambiata: l’istituzione-famiglia permane “saldamente al centro di tutto il plot narrativo: sbeffeggiata di continuo, certo, ma anche riconosciuta come l’unico (e estremo) autentico punto di riferimento in chiave sociale, e a conti fatti il più solido, con un reciproco e granitico attaccamento fra ogni suo membro”. Ma i Simpson, come nota lo studioso di religione Usa Paolo Naso nella postfazione, “più che a un’egemonia culturale e politica” rimandano a “una crisi: Springfield non è un’isola felice, ma un sobborgo attraversato da tutti i problemi di una società postindustriale”. Se dunque Happy Days pretendeva di avere i toni dell’elegia, i Simpson si aggrappano saldamente a quelli dell’irrisione. Lì trionfava l’ottimismo, qui zampilla – sommersa dalle risate – la disperazione.

La prospettiva che il teologo sceglie per raccontare l’universo delle creature giallognole è originale. Se i Simpson sono uno sguardo dissacrante sull’America – dei suoi tic delle sue piccolezze dei suoi vizi dei suoi orrori – è la qualità del loro sguardo che li riscatta (e ci riscatta). Uno sguardo ironico e auto-ironico, capace di essere una diga (sorridente) al fanatismo. Quello stesso sguardo – ecco la chiave di Salvarani – che si appunta, con sorprendente frequenza, sul sacro. L’autore passa in rassegna tutti gli episodi in cui il sacro/la religione fa irruzione nel racconto. Ne esce una rassegna di casi, sulla quale Salvarani costruisce una teologia a prova di sorriso. Dal “fanatismo o obbedienza cieca al comando divino” del vicino di casa Ned, all’occhio disinibito e sedotto dal mercato del reverendo Lovejoy, allo scetticismo di Margie, alla sfrontatezza di Bart che arriva a vendersi l’anima (per poi pentirsene), al confronto a affollarsi di credi diversi e spesso fai-da-te, all’ansia del miracolo e al ricorso costante alla preghiera (per quanto sempre sopra le righe), all’invocazione e al colloquio a tu per tu con Dio: insomma il religioso non è per nulla periferico nel mondo dei Simpson. Di qui l’occasione di farne uno strumento. Salutare. Addirittura di catechesi. Perché, scrive Salvarani, l’universo Simpson ci consegna una verità (e una lezione) terribilmente attuale: “Che l’improbabile, il soprannaturale e le deviazioni patologiche fanno parte a pieno titolo del teatro della quotidianità, ed è assai più intrigante imparare a gestirli che temerli ossessivamente, producendo ansie e fobie”.

Brunetto Salvarani, Da Bart e Barth. Per una teologia ad altezza dei Simpson. Claudiana