Su Jovanotti, la solitudine e il respiro del mondo

Il seguente articolo è di Valerio De Felice, studente della classe III A del Liceo Albertelli ed è stato “provocato” da una mia domanda: “scrivete un commento alla canzone Fango di Jovanotti”. Eccolo qua, buona lettura!

Bimbi e fangoTrattenete il respiro. Tappatevi il naso e serrate le labbra. Potete resistere due minuti, due minuti e mezzo con un po’ d’allenamento, poi il vostro cervello implorerà nuovo ossigeno e vi sembrerà di morire. La sensazione è corretta, se aspettaste ancora potreste effettivamente morire. È un dato certo, l’uomo non può sopravvivere senza ossigeno. Potete ricominciare a inspirare, ora.

Per le idee è diverso. È possibile sopravvivere anche se si è preda dei pregiudizi. La maggioranza delle persone, una volta creato un pensiero di cui sia convinta, non sente alcun bisogno di aprire la bocca per far entrare aria, ossigeno, nuovi pensieri che possano mettere in dubbio l’idea tanto faticosamente ottenuta. E costruisce, per tanto, delle gabbie, delle casseforti che possano proteggere il tesoro, l’anello del potere che permette di capire cosa sia giusto e cosa sbagliato. È un modo di sopravvivere, non di vivere. È ovvio che lasciare sempre aperta la porta della gabbia è impossibile, così come non si può solo inspirare. E allora si può tentare di aprirla di tanto in tanto, come si fa la mattina con la finestra della propria camera. Una boccata d’aria fresca.

Di recente nella mia gabbia è entrato un venticello leggero e impertinente che ha scosso polvere e ragnatele. E, improvvisamente, mi è apparso, come in una visione mistica, coronato da raggi di luce e con sottofondo d’organo, Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Un tempo Jovanotti si collocava nel grande recinto delle stupide mode giovanili. Era uno che cantava versi come “stai con me forever”, in un’orrenda commistione di italiano e inglese. Uno che, come scrive Baricco, detto il nome era detto tutto. Eppure. Eppure “Serenata rap” intenerisce e “Chissà se stai dormendo” commuove. Jovanotti nel genere melenso-romantico ci sguazza come in uno stagno. E soprattutto sa che quello è esattamente lo stesso stagno del suo pubblico, adolescenti che vogliono ascoltare quelle storie e vogliono ascoltarle proprio in questo modo. Poi, la maturazione. “Buon Sangue”, ovvero il disco che cancella definitivamente le ingenuità giovanili, sul genere de “La mia moto”, e ci restituisce un vero cantante. Siamo costretti ad ammettere di averlo sottovalutato. I brani si susseguono uno dopo l’altro, uno migliore dell’altro. “Mi fido di te”, “Tanto3” (canzone che pochi hanno compreso a fondo, forse distratti dal ritmo eccessivamente sincopato), “La valigia” e molte altre. È ufficiale, Jovanotti è cresciuto. Forse anche il suo pubblico lo è, e probabilmente le due cose sono collegate tra loro. Ad ulteriore conferma, ecco il nuovo disco, “Safari”. E i suoi tre singoli, “Fango”, “A te” e, per l’appunto, “Safari”.

La storia è semplice. Jovanotti è un po’ confuso (“c’è un safari qui nella mia testa”), triste e smarrito (“a te che mi hai trovato all’angolo coi pugni chiusi/con le mie spalle contro il muro pronto a difendermi/con gli occhi bassi stavo in fila con i disillusi”). Eppure è salvato, come spesso avviene, dall’amore. È la vicenda di “A te”, canzone bellissima perché adattabile non solo a una fidanzata/moglie, ma a chiunque possa amare ed essere amato, seppur in forme diverse (amici, figli, genitori, fratelli). Insomma, Jovanotti ha ricominciato a vivere. Di colpo riscopre la bellezza del mondo ed entra in comunione con la natura. Eccoci arrivati a “Fango”. E al suo ritornello.

“Io lo so che non sono solo/anche quando sono solo/io lo so che non sono solo/e rido/e piango/e mi fondo con il cielo e con il fango.” In questi versi è contenuto tutto il disco. Il tema della solitudine sconfitta dall’amore. Il ritorno alla nostra origine, il fango. La bellezza del mondo che ci circonda. La gioia, ovvero l’unica emozione che ci fa ridere e piangere al tempo stesso. È un’atmosfera da resurrezione.

Un’altra comunione con la natura, questa invece improvvisa e dolorosa, è descritta da Edvard Munch nei suoi diari. Ci sta raccontando l’origine de “Il grido”. “Camminavo lungo la strada con due amici- quando il sole tramontò. I cieli diventarono improvvisamente rosso sangue e percepii un brivido di tristezza. Un dolore lancinante al petto. Mi fermai- mi appoggiai al parapetto, in preda a una stanchezza mortale. Lingue di fiamma come sangue coprivano il fiordo neroblu e la città. I miei amici continuarono a camminare- e io fui lasciato tremante di paura. E sentii un immenso urlo infinito attraversare la natura.”

Torna alla mente un gioco da cruciverba. Ci sono due immagini apparentemente uguali, fatta eccezione per un certo numero di dettagli. Lo scopo è trovare le differenze. Immaginiamo di avere nella vignetta di destra Jovanotti e in quella di sinistra Munch. Entrambi diventano tutt’uno con il respiro del mondo, ma dove il pittore sente un urlo angosciante, l’altro sente musica. Dove Munch rimane solo, abbandonato dagli amici, probabilmente più distratti che malvagi, Jovanotti no. Abbiamo trovato la differenza tra i due. La solitudine.

Cosa vuol dire solitudine? Non certo essere soli. Gli amici di Munch sono distanti appena pochi metri, non un abisso insondabile. Lo stesso Jovanotti ci dice, in maniera sibillina, che anche senza compagnia non è solo. Esistono persone che ritengono di essere incomprese, abbandonate, e continuerebbero a pensarlo anche in mezzo a una folla. Solitudine vuol dire sentirsi soli. Jovanotti era solo, disperato, contro il muro. Poi è arrivata lei, chiunque sia, e gli ha mostrato la bellezza del mondo. Forse non è vero che per lui sia andata così. Capriccio d’artista. Ma è una storia reale ancor prima che realistica. E comunque la questione è un’altra, ed è contenuta tutta nelle parole “Io lo so”. Non si tratta di ciò che è veramente, ma di ciò che pensiamo sia. Munch non era solo, ma si sentiva solo. Era lui a creare l’abisso incolmabile tra sé e gli altri (gli amici, l’umanità), non viceversa.

Un’altra storia. Un altro ponte. È sera tarda, un uomo in piedi sul parapetto fissa l’acqua nera sotto di sé come se fosse preda di una magnetica attrazione. Ma ecco giungere qualcuno a impedire il suicidio. Un angelo, o più semplicemente un uomo di cuore, come la protagonista di “A te”. Tu, che stai per suicidarti, perché lo fai? non hai visto come è bello il mondo? dici di non avere più nulla, che ti sembra del mare, del sole, dell’amore? Cioè, inspira. Lascia entrare il mondo nella tua anima. E non sarai mai solo.

Meraviglioso.