Un dollaro mille chilometri

Da Abramo a Ulisse, da Steinbeck a Kerouac, da Marco Polo a Chatwin, il viaggio, reale o immaginario, ha dato vita a grandi pagine di letteratura. Alcune di queste sono composte da diari, trascrizioni di viaggi esteriori che spesso divengono cartografie dell’anima, itinerari interiori, sfide.

Un dollaro mille chilometri di Dominique Lapierre umane e spirituali. E’ da collocare in quest’ultima categoria. Fondatore dell’associazione Action pour le enfantes des lépreux di Calcutta, egli è il ben noto autore di libri come La città della gioia, Più grandi dell’amore, Mille soli e di altri cinque volumi scritti a quattro mani con Larry Collins. «Questo libro è un diario di viaggio di un giovane europeo di diciotto anni sfuggito da poco alle minacce e alle privazioni della Seconda guerra mondiale, che parte per la scoperta del Nuovo mondo», afferma lo stesso Lapierre nell’«Introduzione». E’ il 1949: gli aerei non attraversavano ancora l’Atlantico e parlare al telefono non era ancora cosa così comune. Quattro mesi prima del suo baccalauréat – noi diremmo la «maturità» – egli apprende che il fondatore delle importanti miniere Zellidja in Marocco aveva donato una cifra per creare un sistema di borse di studio da investire in un viaggio per giovani coraggiosi, capaci di realizzarlo con una somma modestissima: un viaggio duro, non una scampagnata. Lapierre, nonostante le difficoltà, conquista la borsa solo grazie alla sua ostinazione. Vende persino il suo motorino per ricavare qualche soldo in più. Scrive: «Avevo diciassette anni, ottomila franchi in tasca convertiti in venticinque dollari. La vita era bella».
Iniziano così tre mesi intensi e coinvolgenti trascritti nelle pagine del suo diario. La meta è il Messico, ma egli percorre circa trentacinquemila chilometri a causa delle difficoltà nel trovare una compagnia di navi che gli desse un passaggio pagato solo dal suo lavoro a bordo. Così arriva a New Orleans e da qui, attraversando su una Ford blu in compagnia di due nuovi amici i polverosi deserti del Texas, a Citta del Messico. Ma poi anche Chicago, New York, le foreste del Quèbec,… distanze immense percorse in autostop, corriere sgangherate e treni di lusso offerti da benefattori. Fa di tutto: lavamacchine, lucidatore di parquet, giardiniere, giornalista e marinaio. Ciò che trapela da ogni pagina è il senso della sfida positiva («A noi due, America», annota appena sbarcato), dell’entusiasmo e della grinta vitale, tesa non ad una vaga avventura, ma alla conquista di uno spazio di vita: «quel primo grande viaggio fu il più bel regalo che il cielo potesse offrirmi all’alba del mio destino di uomo», commenta. C’è nel giovane Lapierre autore di Un dollaro mille chilometri una forte consapevolezza dell’inizio, dell’avvio di un’esistenza, della conquista di una maturità.

Egli parla qui di un viaggio che fa esplodere la sua esistenza borghese da figlio di una notabile famiglia, che tradizionalmente aveva ricoperto importanti cariche pubbliche. Lapierre definisce l’esperienza un «detonatore»: «in mezzo agli orsi della mia foresta canadese, lustrando le vetrate nella cappella del convento delle suore domenicane di New Orleans, attraversando i deserti del Texas, sentii altre voci. Voci che mi consigliavano di allargare il campo delle mie ambizioni a tutto il pianeta. E fu proprio ciò che feci».

E il viaggio esteriore diventa anche occasione per un primo viaggio spirituale, interiore, grazie alle esperienze fatte e alle circostanze nelle quali si trovare. Nel Middle West, ad esempio, la valigia che contiene le sue carte di diario gli viene rubata. Egli si sente impotente, smarrito: «Andai a pregare nella chiesetta: In seguito mi resi conto che quella prova mi aveva fatto un gran bene, perché avevo spazzato via ogni mio orgoglio. In quella chiesetta mi sentii una nullità. Nonostante tutto quello che avevo fatto fino a quel momento, ero come gli altri, niente più degli altri». Per recuperare le sue note egli, col solo conforto di una medaglietta di Santa Teresa stretta in pugno, non esiterà ad addentrarsi in quartieri malfamati di Chicago. Da ciò si nota l’importanza che Lapierre attribuisce alle sue note: insieme trofeo, documento e traccia profonda del suo entusiasmo di vivere.

La scrittura è cristallina nella sua semplicità e precisione descrittiva, vivace e felice: ogni frase non si perde in fronzoli, ma è frutto di una grande carica emotiva e vitale che si manifesta nel contrappunto tra attesa e sorpresa, tra incanto e necessità di trovare qualcosa da mangiare e un letto in cui dormire. Fanno riflettere – ora che Lapierre ci ha già dato dieci volumi – le lucide parole del suo coraggioso editore di allora, Bernard Grasset, che scrisse nella nota all’edizione francese del ’50: «Non ho la pretesa di rivelare qui un nuovo Radiguet. Non so neanche sicuro che Dominique Lapierre intenda continuare a scrivere. Aveva qualcosa da dire ed è riuscito a dirlo. Tutto qui».

Dominique LAPIERRE, Un dollaro mille chilometri, Milano, il Saggiatore, 2003.