Comedìa: un elogio del Giudizio

Diavolo
Ancora una volta l’alleanza dei meschini vuole esiliare i Grandi. Un’organizzazione di ricercatori – consulente speciale dell’Onu – ha chiesto che la Divina Commedia sia rimossa dai programmi scolastici, poiché presenta «contenuti offensivi e discriminatori sia nel lessico che nella sostanza». Richiesta tanto inconcepibile da provocare imbarazzate prese di distanza dalle stesse presunte minoranze “discriminate”. Certo, se la “discriminazione” fosse il vero problema, occorrerebbe in primis bonificare la cultura novecentesca dai tanti cult compromessi con i totalitarismi del secolo. E allora perché prendersela proprio con la Comedìa?
Forse perché a risultare indigeribile è il suo stesso presupposto: e cioè l’idea di Giudizio. Perché Dante prende posizione. Sempre.

«In Dante tutto diventa questione personale», nota José Bergamín nel saggio Frontiere infernali della poesia. Dante continuamente si schiera. Pronuncia giudizi. Condanna, salva. O meglio, non lui, ma «la divina Podestate, / la somma Sapïenza e ‘l primo Amore» (Inf. III 4-6). Esiste un giudizio a cui tutti sono sottoposti, presto o tardi. Perfino i suoi padri, i suoi maestri, i grandi dell’era classica. Coloro che Dante ammira e ama.

Ma l’eroismo non basta più. E nemmeno la scienza non basta. Non basta l’arte stessa. «La “Comedìa” impone – Dante lo sa e lo vuole – un marchio severo sulla memoria e sulla dignità di tutti, prima e dopo: chi è stato un grande maestro non è stato un grande uomo (Brunetto, Guinizelli), chi è stato un grande uomo ha peccato fino alla morte (Farinata, Ulisse, Tristano), chi è stato grande prima di Cristo – anche Platone e Aristotele, anche il “padre” Virgilio – non vedrà Dio»: così sintetizza la questione Massimo Sannelli nel suo appassionato e intenso commento alla Comedìa (Fara 2010, pp. 730, € 24). L’era cristiana ha introdotto un altro paradigma. Completamente nuovo. La santità è un’altra cosa. «L’uomo spirituale giudica ogni cosa senza poter essere giudicato da nessuno», scrive Paolo ai Corinti (1Cor 2,15), ma Dante sa bene di essere distante dalla meta. È proprio questa consapevolezza a muoverlo, a farlo andare consapevolmente incontro al suo stesso Giudizio.

Nel primo canto Dante si trova nella «selva oscura» senza neppure sapere come vi è entrato, tanto «pien di sonno» da abbandonare la «verace via» (Inf. I 11-12). La disattenzione, la capacità di giudizio offuscata, il mancato discernimento lo hanno portato fuori strada. E nello smarrimento si va dove non si vorrebbe, ciecamente guidati dalla «paura» (il termine torna ben cinque volte nei soli vv. 6-53). Qui si apre il bivio: arrendersi alla selva, decidere che ogni strada è buona in un mondo che è perdizione senza uscita; oppure riconoscersi persi, lasciarsi guidare da qualcuno, andare incontro alla fatica di una strada diversa. «Ma tu perché ritorni a tanta noia? / perché non sali il dilettoso monte / ch’è principio e cagion di tutta gioia?» (Inf.. I 76-78): la domanda che Virgilio pone allo smarrito poeta è la stessa che Dante rivolge alla Letteratura stessa.
Dante sa di possedere un talento poetico unico, sa che di esso dovrà rendere conto. Che può adoperarlo per essere solo un letterato – anche il più grande di tutti loro – oppure per volgere se stesso, e i suoi lettori, all’Assoluto. E così domanda: Lettore, cosa intendi tu fare? Cosa significa, per te, leggere? Continuare a girare nella ruota da criceto di un divertissment senza fine, che non lascia traccia? O affrontare la lotta con l’Opera, scontrandosi, faticando, pure ferendosi reciprocamente; ma alla fine guadagnando intuizione della gioia più alta?

La «viltà» contro la quale Virgilio mette continuamente in guardia Dante è proprio quella di chi non osa, delle «anime triste di coloro / che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo» (Inf. III 35-36). Parole dure per un’epoca di politically correct sentimentale e cieco, che ha perduto «il ben de l’intelletto». Proporre di togliere dai programmi scolastici un’Opera capitale per la letteratura mondiale significa pigiare l’acceleratore sull’annichilimento della capacità critica. Significa togliere di mezzo l’imbarazzo del confronto, della scoperta della differenza e del dovere del giudizio, della presa di posizione e della responsabilità. Perché il contrario della differenza non è l’uguaglianza: è l’in-differenza. E l’indifferenza è la breccia nelle mura attraverso la quale entrano al galoppo gli eserciti della barbarie.

 [articolo comparso su Roma Sette, 3 aprile 2012]