[Report] Officina di gennaio 2018

Paolo – The Bomb Theory

L’attesa sembra un tema minore, rispetto ad altri affrontati quest’anno; perfino un tema “passivo” se posto a confronto con la precedente Officina su “conflitto”. Sembra evocare soltanto un palco vuoto. Eppure il grande regista Roberto Rossellini scriveva: «A mio modo di vedere l’essenziale nel racconto cinematografico è l’attesa: ogni soluzione nasce dall’attesa. È l’attesa che fa vivere, l’attesa che scatena la realtà, l’attesa che – dopo la preparazione – dà la liberazione […]. L’attesa è la forza di ogni avvenimento della nostra vita: e così anche per il cinema». Senza attesa non c’è trama che regga. Abbiamo poi analizzato un caso speciale di “attesa cinematografica”, ossia la suspence, spiegata dal maestro Alfred Hitchcock:

Contrariamente da quello che pensiamo, la suspence non nasce dall’avere poche informazioni, ma dal sapere troppo… o per lo meno, dal saperne più dei protagonisti. Proprio il troppo sapere scatena in noi una “ansia da impotenza”: sappiamo, ma non possiamo avvertire i personaggi… non possiamo fare nulla, se non aspettare che l’ineluttabile accada. Ecco perché ci piace poco attendere: perché ci pone in una condizione di dipendenza. Farsi attendere è una prerogativa di chi può esercitare un potere su di noi.

Valerio

A partire da un paio di pagine del libro di Boris Vian, La schiuma dei giorni, che descrivono l’attesa precedente un appuntamento, esperienza più immediata dell’attendere nella vita quotidiana, notiamo subito alcune caratteristiche: quando si attende tutto il mondo attende con noi (“anche il sole aspettava Chloé”), gli eventi che si presentano quasi sempre ci colgono di sorpresa (“Chloé era arrivata da dietro”), la realtà è spesso migliore di quello che immaginavamo (la nuvola rosa che scende a circondare i due, in contrapposizione ai tanti pensieri e dubbi di Colin prima dell’appuntamento).

In un’attesa, ci sono sempre due poli, vicendevolmente illuminati: chi attende e chi (o cosa) è atteso. L’uno è motore dell’altro, quando non addirittura ragione di esistenza (o sopravvivenza, come nel caso del racconto di Buzzati, dal titolo Utilità dell’attesa, nel quale un principe di ritorno a casa è spinto a procedere fintanto che riceve notizie di un’attesa da parte dei suoi cari).

Chi attende per eccellenza è invece Penelope, così narrata in una canzone di Capossela:

L’attesa, / è un inganno l’attesa, / ma preferisco l’attesa / è più dolce che non vederti tornare. / Nell’attesa mi conosci così bene, / ma poi non riconoscerò te“. Quando si attende non si conosce con esattezza l’oggetto della nostra attesa, nel senso che si può avere – al più – un’immagine, una proiezione, di esso, ma non la sua esatta conoscenza. Si potrebbe quasi dire che non si attende ciò che si attende, ma se ne attende il riflesso.

Scrive Roland Barthes, nel suo Frammenti di un discorso amoroso, che “l’attesa è un incantesimo (…) l’essere che io aspetto non è reale (…), io lo creo e lo ricreo continuamente a cominciare dalla mia capacità di amare, a cominciare dal bisogno che io ho di lui: l’altro viene là dove io lo sto aspettando, là dove io l’ho già creato”.

 

Eleonora

Edward Hopper è “il” pittore dell’attesa, ho scelto Morning sun ma è molto difficile indicare un quadro soltanto perchè sono davvero molti quelli che esprimono questa dimensione. Questo quadro mostra che l’attesa non è passività ma tensione, efficacemente espressa dal movimento della donna protesa verso la luce che penetra dalla finestra.
Di fronte a questo quadro mi sono chiesta: ma un artista quando crea cosa fa, ricerca o attende? E mentre osservo questo quadro mi viene da pensare che l’arte abbia a che fare più con l’attesa che con la ricerca, se è vero che l’arte è collegata strettamente con l’ispirazione.

Andrea

L’attesa non è mera passività ma può essere intensa operosità. Durante il brain storming con i ragazzi è uscita, tra le tante, questa parola dal sapore un po’ “antico”: fidanzamento. Periodo dell’attesa per eccellenza, ma anche della “costruzione”. La sequenza del film Big Fish in cui il protagonista lavoro sodo facendo i lavori più umili, e gratis, nel circo pur di conquistare, ogni mese, una informazione in più sulla donna di cui si è  innamorato, dimostra in modo efficace l’operosità dell’attesa.

Attendere è un gesto difficile e faticoso, ma non insensato, folle, soprattutto se è legato ad una relazione, anzi, ad una promessa. E’ il caso di Viktor Navorsky (Tom Hanks) nel film The Terminal di Steven Spielberg, chiuso per mesi un “non-luogo” dell’attesa come il terminal dell’aereoporto di New York ma che resiste perchè ha nel cuore il “fuoco” di una promessa. I wait: io aspetto, spiega ad Amelia (Catherine Zeta-Jones) e aspetta proprio lei, donna fragile che non la stessa forza e lo guarda commossa. L’attesa di Viktor è doppia: rivolta al futuro (l’amore per Amelia) e al passato (la promessa fatta al padre).

Vincenzo

Ho preso lo spunto dall’editoriale ed in particolare  la frase “L’attesa, piuttosto che una ricerca ossessiva e torturante, è una predisposizione che mantiene aperto il nostro tempo, e lo rende accogliente, disponibile, ricettivo”, questa frase mi ha fatto venire la poesia, che è un’arte che spesso ha cantato l’attesa, come ad esempio Giacomo Leopardi ne Il sabato del villaggio. Ma rileggendo l’editoriale mi è venuta in mente anche la poesia di Eugenio Montale, Prima del viaggio:

Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni ( di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano
le guide Hachette e quelle dei musei,
si scambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;
prima del viaggio si informa
qualche amico o parente,si controllano
valigie e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dà un’occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla;
prima
del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto è OK e tutto
è per il meglio e inutile.

E ora che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
che è una stoltezza dirselo.

L’attesa quindi come preparazione. Una preparazione che lascia però lo spazio, deve lasciarlo, all’imprevisto, la sola speranza.

Agnese

Mi ha colpito nell’editoriale alla “dolce attesa”, modo di dire per indicare il periodo della gravidanza, in cui si aspetta un bambino, il figlio.  C’è un film che in modo leggero quanto efficace descrive questa attesa, che certo è dolce ma non per questo meno drammatica: Che cosa aspettarsi quando si aspetta (What to Expect When You’re Expecting) del 2012, diretto da Kirk Jones con Jennifer Lopez e Cameron Diaz.

Cinque donne scoprono di essere incinta (meglio: 4 su 5 perchè la quinta, Jennifer Lopez, che è sterile, scopre che finalmente le hanno assegnato un bambino  da adottare) e ognuna reagisce in modo diverso di fronte alla stessa notizia. L’attesa è dolce ed è la legge della vita, ma nessuna attesa è uguale all’altra

Paolo – Attesa tra frustrazione, attenzione e ri-conoscenza

Concludiamo con due “attese sulla soglia”. La prima è un brano dalla Cantatrice calva di Eugene Ionesco. Suonano alla porta eppure, ogni volta che si apre, non c’è nessuno: vale dunque la pena scomodarsi di andare ad aprirla di nuovo, quando il campanello squillerà di nuovo? O è meglio rassegnarsi alla frustrazione di una presa in giro cosmica? https://youtu.be/IRD8BbLoCvE?t=3m46s

Viceversa, nella poesia di Clemente Rebora Dall’immagine tesa, troviamo un personaggio che non aspetta, eppure percepisce variazioni minime, appena sotto la soglia del percepibile. Il poeta non aspetta ma è attento, nel senso etimologico del termine: “ad-tendere”, orientarsi, essere attratti. E’ un atteggiamento religioso, tanto che Simone Weil ebbe a scrivere: «L’attenzione è distaccarsi da sé e rientrare in se stessi, così come si inspira e si espira […] L’attenzione assolutamente pura è preghiera».

Concludiamo infine con le sequenze di apertura e chiusura di Luci della Città di Chaplin. Tutto il film non è altro che una lunga attesa affinché queste due sequenze entrino in dialogo. E poi, chi sta aspettando chi? Chaplin sta aspettando che la fioraia cieca recuperi la vista, ma anche la fioraia sta aspettando – anche se non sa bene cosa. Lo scopre nel momento in cui può esprimere ri-conoscenza al suo misterioso benefattore: «Yes, I can see now». Sì, ora che i suoi occhi non solo guardano, ma vedono e ri-conoscono, l’attesa è finalmente conclusa.