2+2=5: Tiriamo le somme

Dopo aver superato indenni le vicissitudini più eterogenee, schivando epidemie, moti rivoltosi, monache sventurate e malvagi signorotti, Renzo e Lucia possono infine mantenere la reciproca promessa di unirsi in matrimonio. Celebrato lo sposalizio, ultimati i festeggiamenti, intrapresa una fin troppo tarda vita coniugale, ai due – non più promessi – sposi residua pur sempre un futuro radioso e allietato dalla presenza di una innumerevole prole. Ma cosa rimane al lettore?

“Il bello era sentirlo raccontare le sue avventure”, scrive Manzoni. Come Ulisse presso la corte dei Feaci, come Ismaele scampato alla balena, come il Vecchio Marinaio fuori dalla festa nuziale, come Bilbo Baggins di ritorno nella Contea – e l’elenco potrebbe ancora essere lungo, perché lunga è la lista degli avventurieri di cui da sempre l’uomo narra – anche Renzo Tramaglino non può fare a meno di raccontare “e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate”. L’avventura per diventare storia deve necessariamente passare dal racconto e il racconto non può che diventare, al contempo, rilettura della propria esperienza, soppesando ombre e luci, ma anche dilatando nel proprio immaginario ora le une ora le altre.

Giunti al termine della storia ai protagonisti non resta che ‘tirare le somme’, ossia valutare, riassumere, ‘fare il bilancio’ per poter trarre le proprie conclusioni. L’espressione ‘tirare le somme’ ben si coniuga con il tema annuale delle Officine di BombaCarta: 2+2=5, le conseguenze illogiche. Quale finale migliore per una somma sbagliata? Se a settembre si escludeva una pre-calcolabilità in grado di orientare le nostre esistenze, a giugno occorre domandarsi se la dimensione del calcolo sia da rigettarsi anche ex post facto. Cosa residua quando la festa è finita? Solo il calcolo delle spese e il bilancino della felicità? E cosa rimane quando “i conti non tornano”?

“Ho imparato (…) a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere”, ci dice Renzo. Come se tutta la sua avventura si potesse ridurre a quel lungo elenco di insegnamenti grezzi ma efficaci, in grado di ingrossare la saggezza popolare. E tuttavia tali insegnamenti, insieme a “cent’altre cose” altro non sono che un nuovo racconto, che lascia insoddisfatta la più pragmatica Lucia e le fa proferire parole differenti: “e io (…) cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me”.

La conclusione – che tanto giusta pare all’autore – gli sposi la devono obbligatoriamente cercare insieme e giunge come “il sugo di tutta la storia”, che – come scrive Antonio Spadaro – non coincide né con il senso (cioè la direzione) né con la morale (astratta). Il sugo di tutta la storia è, più propriamente, il motore della stessa: “il suo sangue, i suoi nervi, il suo cuore, ciò che la fa svolgere e guida passo passo il suo sviluppo”. Se l’espressione ‘tirare le somme’ richiama le operazioni matematiche in colonna, il ‘sugo della storia’ invece rinvia alla sostanza stessa del vissuto.

Tuttavia entrambi gli approcci costituiscono un tentativo di risposta alle medesime domande: ovvero, come fronteggiare la fine? cosa rimane dell’avventura? come rileggere il passato? E ancora una volta in nostro soccorso giungono Renzo e la lista di insegnamenti che egli individua e snocciola “per governarsi meglio in avvenire”. Perché l’uomo è un pendolo che oscilla tra racconto e promessa, tra memoria e aspettativa, comprendendo e ridisegnando continuamente l’una in funzione dell’altra. Ovvero, per dirla altrimenti, il passato si legge al futuro.

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