Continuando a cercare

In uno dei tanti futuri possibili tratteggiati dalla serie tv Netflix Love, Death & Robots si muove Zima Blue, uno strano e geniale artista disposto a tutto pur di raggiungere il suo obiettivo. Anche in un mondo fantascientifico in cui è possibile viaggiare tra galassie e modificare a piacimento il proprio corpo aggiungendovi elementi meccanici, l’artista è pur sempre un artista e il suo scopo non può che essere la ricerca del significato dell’esistenza e la costruzione di senso. La voce della narratrice ci informa che:

Si sa molto poco della storia di Zima. Gira voce che abbia iniziato la sua carriera artistica con i ritratti. Ma per Zima la forma umana era un soggetto troppo insignificante. La ricerca di un significato più profondo lo ha spinto a cercare oltre, all’interno del cosmo.

Zima così comincia a dipingere paesaggi, quelli che è possibile vedere in questo futuro in cui l’uomo ha conquistato lo spazio: pianeti, stelle, galassie. Spera che le rappresentazioni dettagliate e naturalistiche gli rivelino i segreti della realtà. Ma si accorge ben presto dei limiti del suo tentativo.

Un giorno Zima presentò un murale che aveva qualcosa di diverso. Al centro della tela c’era un minuscolo quadrato blu. Quel quadratino fu solo il principio. Nei decenni a venire le forme astratte mutarono e diventarono sempre più dominanti. Ma la tonalità di blu era sempre la stessa. Era lo Zima Blue. Di lì a poco Zima presentò il primo dei suoi murali completamente blu. Molti lo considerarono il massimo che Zima potesse fare. Ma si sbagliavano di grosso. Quando la maggior parte delle persone parla del suo periodo blu si riferisce agli anni dei giganteschi murali, ma per Zima quello era solo l’inizio.

Zima non cerca più solo di rappresentare il cosmo per carpirne i segreti, ma di penetrarlo, dapprima creando tele così immense da oscurare pianeti, poi arrivando addirittura a dipingere satelliti. Insomma, sembra che Zima speri di capire l’Universo manipolandolo, compiendo esperimenti. E la sua chiave di lettura è questo intenso colore blu. L’artista giunge a sostituire parti del proprio corpo con materiali adatti a resistere alle condizioni più estreme per esplorare in prima persona i luoghi più impervi dell’universo.

A quel punto si lanciò alla ricerca di un contatto con il cosmo. Ma quello che Zima scoprì alla fine fu che il cosmo stava già raccontando la sua verità. Di certo meglio di quanto lui avrebbe potuto.

È poi Zima stesso a prendere la parola per rivelarci la sua verità sconvolgente: lui non è mai stato umano. È stato creato tanto tempo prima da una donna appassionata di robotica e la sua natura originaria era quella di robot pulisci-piscina. E Zima Blue non è nient’altro che il nome delle piastrelle della piscina, con il loro colore particolare.

Zima Blue, le aveva chiamate il produttore, la prima cosa che abbia mai visto. È qui che ho avuto inizio: una rozza piccola macchina con un po’ di intelligenza che le serviva per guidare se stessa. Ma era quello il mio mondo. Tutto ciò che conoscevo, che avevo necessità di conoscere.

“Mi immergerò nell’acqua. E mentre lo farò annullerò lentamente le maggiori facoltà intellettive. Distruggerò me stesso. E lascerò quanto basta per apprezzare il mio ambiente. Da questo otterrò il semplice piacere di un compito ben eseguito. La mia ricerca della verità alla fine si è conclusa. Sto tornando a casa.”

E così Zima pone fine alla sua indagine sul senso dell’esistenza. Elimina il superfluo: non solo le informazioni che ha ottenuto faticosamente nella sua lunga vita, ma anche le facoltà cognitive che gli hanno permesso di porsi quella domanda iniziale. Capisce che tutto il suo mondo può essere fatto di mattonelle.

Quella che a prima vista può sembrare una soluzione del mistero, non è altro che la sua decisione, in un momento preciso della sua esistenza, di trovare una verità attraverso la riduzione della complessità dell’universo in uno schema semplice e definito, organizzato secondo le regole basilari del suo cervello da robot. Come ogni bravo filosofo, Zima non svela il mistero. Possiamo immaginare che questa ricerca di senso attraverserà immodificabile i secoli come è sempre stato da quando l’uomo ha memoria. Molti millenni prima della possibile nascita di un Zima Blue, venne alla luce un grande artista che si interrogava allo stesso modo sui grandi enigmi della vita umana e sui limiti della nostra comprensione.

PENTEO – Ti ha obbligato in sogno, o ti è apparso realmente?

DIÒNISO – Io lo vedevo, lui mi vedeva, e mi ha trasmesso i suoi riti.

PENTEO – E di che specie sono, per te, questi riti?

DIÒNISO – Segreti, da non comunicare ai non iniziati.

PENTEO – Ma chi li celebra, ne ricava un guadagno?

DIÒNISO – Non ti è concesso saperlo, anche se sarebbe prezioso per te.

PENTEO – Risposta ben falsificata, per suscitare la mia curiosità.

DIÒNISO – Le cerimonie del dio hanno in orrore i sacrileghi.

L’artista è Euripide e l’opera citata Le baccanti. Proprio qui ebbe inizio il mistero. La tragedia narra infatti dell’introduzione dei riti misterici nell’antica Grecia e della resistenza delle élite all’introduzione di questi culti la cui pratica sovvertiva l’ordine sociale costituito. Gli dei non sceglievano più di rivelarsi ai grandi eroi o ai re, come il nostro Penteo, ma si mostravano solo agli iniziati, quale che fosse il loro status. Infatti, fino alla conclusione della tragedia, il povero Penteo dialogherà con Dioniso, il dio a cui i culti bacchici sono dedicati, senza avere la più pallida idea di chi egli sia, scambiandolo per un santone ciarlatano che vuole portare scompiglio nella sua Tebe.

PENTEO – E tu dichiari di avere visto bene il dio com’era.

DIÒNISO – No, come voleva essere lui: non ero io a poter disporre.

PENTEO – Hai aggirato l’ostacolo con le tue vuote chiacchiere.

DIÒNISO – Chi parla da savio sembra stolto a chi è ignorante.

Troppo facile sarebbe, leggendo il nome dell’interlocutore di Penteo all’inizio della sua battuta, tacciare il re di stupidità. Penteo non è sciocco, semplicemente ignora, come lo stesso Dioniso gli fa notare. Ma perché il dio non gli rivela la sua identità? Perché non gli permette di vedere la verità e di compiere la scelta giusta, liberandolo?

PENTEO – Dovrai render ragione delle tue malvage sottigliezze.

DIÒNISO – E tu della tua insipienza, della tua empietà verso il dio.

PENTEO – È sfrontato il nostro Bacco, ben conosce la palestra delle parole.

DIÒNISO – Dimmi, cosa mi capiterà, cosa mi farai di tremendo?

PENTEO – Comincerò a tagliarti quei graziosi riccioli.

DIÒNISO – La mia chioma è sacra: la lascio crescere in onore del dio.

PENTEO – Poi, mi consegnerai il tirso che impugni.

DIÒNISO – Strappamelo tu di mano: il tirso che stringo appartiene a Diòniso.

PENTEO – E infine, custodiremo in prigione il tuo bel corpo.

DIÒNISO – Provvederà il dio in persona a liberarmi, quando lo vorrò.

PENTEO – Certo, quando lo invocherai ritto in mezzo alle tue Baccanti.

DIÒNISO – Anche ora lui è qui, vicino, e vede cosa soffro.

PENTEO – Ah, sì? I miei occhi non lo vedono. Dov’è?

DIÒNISO – Dove sono io. Tu sei un empio, perciò non puoi vederlo.

Proviamo anche noi a guardare le cose da un altro punto di vista. Le Baccanti sanno chi è Dioniso dal momento in cui mette piede sulla scena. Il dio si rivela a loro perché queste già credono in lui e sono ferme nella loro personale certezza. Ma se quello di Dioniso è il Mistero per antonomasia, a noi viene da chiederci che razza di mistero sia quello che poggia su una verità già conosciuta per credenza personale. Anzi ci sembrerebbe sospetto un segreto che ci si rivela nell’esatta sembianza con cui noi lo abbiamo immaginato in precedenza: sarebbe chiaro che si tratti di un non-mistero o di una verità mendace creata dalla nostra stessa mente. E Penteo, non aderendo a questa verità già dall’inizio, non essendo pronto ad individuare il divino nel primo straniero che gli capita a tiro, non può vederlo. Anche lui ha una sua verità: lui vede in Dioniso un pericoloso criminale e certamente quando leggiamo dei suoi disperati tentativi di indagare sul caso non possiamo che identificarci in lui. Penteo è colui che, almeno all’inizio, cerca, è l’unico personaggio, tra le fedeli Baccanti, Dioniso stesso e l’indovino Tiresia, che davvero non sa, l’unico protagonista del mistero.

Ovviamente la tragedia punisce la sua sfiducia nel dio. Ma a ben vedere forse punisce la sua eccessiva prontezza nel trovare una risposta e fare un prigioniero, più che la sua ostinata ricerca della verità che all’inizio lo renderebbe materiale perfetto di una futura iniziazione. D’altronde anche la sua povera madre Agave, che in quanto baccante di Dioniso e sostenitrice del suo culto dovrebbe essere al sicuro, viene punita per il suo fanatismo: il dio, pur di uccidere Penteo, la spinge a decapitare suo figlio.

Il rimorso di Agave, l’orrenda morte di Penteo e la fine, che ci sembra tutto sommato miserabile, di Zima, sembrano rivelarci una verità più sottile: non bisogna cercare di svelare il mistero, perché qualsiasi pretesa di aver capito e di far a meno del dubbio, mette in pericolo la nostra capacità di comprendere.

 

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