La tragicommedia del rock

L’artista Morgan dichiara di consumare sostanze allucinogene: «La droga? Apre i sensi a chi li ha già sviluppati, e li chiude agli altri. Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa. La uso come antidepressivo».  Scontata e inutile l’esclusione dal Festival di Sanremo. «Morgan ci sarà» dichiara però a sorpresa la presentatrice della rassegna canora, ma la Rai smentisce: «Morgan non ci sarà nè di persona nè in video». La vicenda continua a disorientare l’opinione pubblica italiana. Ma perché tanto rumore? Morgan  aveva già violato il codice etico televisivo con i suoi  comportamenti da “giudice strafatto” durante la messa in onda di un talent show su Rai Due. Il vaneggiare delirante di Marco Castoldi mette ora alla berlina un genere musicale che più di altri ha unito popoli e culture, pur spingendo molte generazioni verso l’autodistruzione. In “Rust Never Sleeps” Neil Young cantava: “meglio bruciare che spegnersi lentamente”. Lui è ancora in circolazione, un sopravvissuto. Non ha preso sul serio la sua canzone. Gli artisti spesso farneticano e a noi non interessano, tranne quando lo stesso Morgan scrive sul suo sito ufficiale: “Il Cattolicesimo non ha contribuito molto alla causa del Rock’n’Roll, eppure l’etica di Gesù Cristo è modello per quasi tutti i nostri beniamini”. Vale per Johnny Cash, U2, Lenny Kravitz, Bob Dylan, Springsteen. La lista dei redenti e dei messaggeri della buona notizia è lunga. Si spera possa includere, in un futuro prossimo, anche il nome di Morgan.  [Continua »]


Jovanotti e il raggio di sole

Secondo Flannery O’Connor «la mente che sa capire la buona narrativa non è di necessità quella istruita, ma la mente sempre disposta ad approfondire il mistero attraverso il contatto con la realtà e il proprio senso della realtà attraverso il contatto con il mistero». Ascoltando la musica di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, ci si imbatte in un racconto semplice e immediato della propria esperienza del mondo, in una riflessione che, attraversando nuclei di vita quotidiana, si mostra capace di intuire questioni radicali dell’esistenza.

Uno sguardo, quello del cantautore romano, che coglie significati profondi in testi semplici, freschi, dove spirito e materia non si oppongono, ma concorrono invece, riecheggiando a tratti la teologia di Teilhard De Chardin, all’intuizione della realtà come un Tutto, in cui ogni nostra azione implica una reazione e quindi una responsabilità.

In Safari, canzone che dà il titolo all’ultimo album di Jovanotti, il testo parte con una ricognizione sul caos della vita urbana («dentro la mia testa ci son più bestie che dentro la foresta»). Il tema della babele contemporanea, dello smarrimento del senso dinanzi al bombardamento di stimoli e messaggi ricorre spesso come situazione di crisi a cui reagire, avviando un percorso che, anziché polemico e oppositivo si pone come originale e propositivo. La difficoltà di mantenere la rotta, la fatica provata nel tentativo di non perdere l’orientamento non soffocano lo slancio a partecipare, a «restare collegati», a sentirsi parte di un Tutto dotato di senso. L’entusiasmo, l’ottimismo, il desiderio “di esserci” sono uno dei temi più coinvolgenti e senza dubbio [Continua »]


Cadere

 Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

Omnibus casibus communis ex “altiore” ad “humiliorem” locum transitus est, motus qui, etiamsi linea directa sit (animo nos ipsos humi “prostratos” fingamus), rectus semper et quoquo modo est. De “cadendo” dicere  ad superiorem locum semper remittit. Omnis casus remittit ad aliam sortem, praesertim nobis cadentibus magis idoneam et aptiorem. Sed hoc quoque malo cadenti accidit. Malum humi digne et decore it, si legitur, non si cadit. Si cadit putrida est. Idem est libro e pegmati cadenti. Liber humi digne et decore humi it, si “accipitur”, non si “cadit”. Si contra de motibus nihil malis loqui volumus, nobis res dicendae se ex altiore loco ad humiliorem locum movere, neque cadere, essent. Si res, ut stellae cadunt, caducae, periturae sunt. Igitur casus ipse postulat aliud trascendens. Necesse est.

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Ci vediamo da Giolitti

Antonio GiolittiQuesta notte è morto Antonio Giolitti. Non posso certo dire che fosse un mio amico, ma posso dire di avere avuto un regalo da lui: il racconto di alcuni suoi cari ricordi.

Non entro nel merito della personalità che fu Antonio Giolitti. Lo ricordo con la stessa semplicità con cui accettò di rilasciarmi un’intervista che mi era stata commissionata e mi invitò a casa sua,  senza conoscermi, senza avermi mai visto. Ci incontrammo nel novembre del 2005. Il mese successivo l’intervista uscì sulla rivista “Le colline di Pavese” e di nuovo mi accolse da lui quando gliene portai alcune copie. Non ci vedemmo invece quando un riadattamento dell’intervista venne pubblicato nel volume Un viaggio mitico. Pavese “intertestuale”. Alla ricerca di se stesso e dell’eticità della storia. Non ci siamo rivisti più.

C’è qualcosa nella scomparsa di Antonio Giolitti che va al di là, per me, della semplice commozione, del rispetto; è qualcosa a cui faccio fatica a trovare un nome.

In tutto avrò trascorso con lui poco più di un paio d’ore. Eppure mi sembra di rivedere davanti agli occhi il salotto in cui mi fece accomodare. Su un basso tavolino da caffè c’era la copia di “Espiazione” di Ian McEwan, nell’edizione economica appena uscita a quell’epoca presso Einaudi. La mia intervista aveva come tema il suo rapporto con Cesare Pavese: la chiacchierata iniziò con McEwan. Ricordo che mi chiese se avevo letto quel romanzo; lui lo aveva iniziato e non era ancora riuscito a farsene un’idea. Gli dissi che lo avevo letto qualche anno prima e gli parlai delle perplessità che aveva suscitato anche in me, ma come avrei fatto con un amico, senza pensare che i suoi strumenti critici dovevano essere ben altri dai miei. La cosa che lo rendeva maggiormente perplesso, mi disse, era il titolo. Forse un po’ troppo incisivo, tranchant, definitivo. E poi mi raccontò del suo amico Pavese. Mi raccontò di episodi molto intimi, di quelle cose che succedono fra amici, di quei momenti che uno porta dentro di sé come costitutivi di un sodalizio. [Continua »]


“Mettere a fuoco”

«La prossima poesia che scriverò – dice Raymond Carver in una delle sue poesie più celebri – avrà della legna / proprio al centro / legna da ardere così intrisa / di resina che il mio amico mi lascerà / i suoi guanti e mi dirà: infilati questi prima di maneggiarla». Davanti a L’altro fuoco (Jaca Book 2009, pp. 300, € 24), ultima fatica del gesuita Antonio Spadaro, viene proprio da chiedersi: con quale “legna” tenere accesa una passione non effimera o strumentale per la letteratura? L’altro fuoco compone, insieme al precedente volume Abitare la possibilità (Jaca Book 2008, pp. 301, € 24), un dittico significativamente sottotitolato «L’esperienza della letteratura» che raccoglie e rielabora alcuni articoli presentati sulle pagine de La Civiltà Cattolica. Una buona occasione, dunque, per cogliere il filo rosso dell’ormai quindicennale ricerca di Spadaro, che procede per accostamenti e dialoghi con autori assai diversi: da Rowan Williams a Oscar Wilde, fino a Stig Dagerman, Giorgio Bassani, Alda Merini, Cesare Pavese e al mai abbastanza letto Bartolo Cattafi. [Continua »]


Officina di gennaio – report

La navigazione inizia con i migliori auspici. Il vento soffia con forza da poppa, all’orizzonte non si vedono nubi che possano minacciarci e l’equipaggio è nutrito (circa settanta persone). La nave salpa poco dopo le 15.00.

Dopo aver visto una scena tratta da “The Truman Show” in cui sono sintetizzati quasi tutti gli aspetti propri della navigazione (libertà, orientamento, tempesta, paura, orizzonte), Gianluca ci catapulta nelle gelide acque dell’Antartide, raccontando due esperienze cronologicamente lontane tra loro. La prima è la sfotunata spedizione di Ernest Henry Shackelton, l’altra è l’incredibile salvataggio della velista francese Isabelle Autissier per mano di Giovanni Soldini, durante una regata in solitario nel 1999. Si tratta di un intervento completamente fuor di metafora che, forse proprio per questo, riesce a farci sentire il vento in faccia e il sale sulla pelle.

Intanto la nave ha abbandonato le calme acque del porto e si avventura in mare aperto. A indicarci la via questa volte è Rosa Elisa. Il suo contributo ci induce a ripercorrere la storia della navigazione attraverso la lente della letteratura. Facendo riferimento a numerosi brani (solo citati; uno su tutti, il Dialogo di Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez, dalle Operette morali di Leopardi) ci parla di una navigazione intesa, nel corso dei secoli, di volta in volta, come esplorazione, commercio, ricerca di una nuova e più felice esistenza. [Continua »]


Laboratorio O’Connor – febbraio 2010

Continuano con una buona presenza di pubblico gli incontri del Laboratorio Flannery O’Connor, momenti d’incontro e di scambio sull’esperienza della lettura.

L’appuntamento del 4 febbraio ha visto l’inserimento di new entry nella “lista degli autori” e lo stimolo di belle discussioni, in particolare su quale sia il punto di vista di scrive, di chi racconta, che, spesso, non coincide del tutto con il punto di vista del protagonista del brano oggetto di lettura. E questo interessante aspetto, evidenziato in più di un caso, porta inevitabilmente a galla la possibilità di abitare un testo su più piani, in diversi “ambienti”, attraverso differenti “io”.

La scelta dei brani letti è stata solo parzialmente ispirata dai temi delle Officine di BC: due avevano attinenza con il verbo “navigare”, mentre gli altri sono stati suggeriti dalla libertà più assoluta, cardine principe del leggere.

Ecco i testi:

Caino e Abele, Jeffrey Archer (pagina con la sommaria descrizione dell’infanzia di William Kane, adorabile bambino che il padre, svolgendo in maniera asettica e istupidita il proprio ruolo, già immagina quale futuro senatore);

Il negro del “Narciso”, Joseph Conrad (è il momento in cui Jimmy Wait, marinaio negro che dichiara per tutto il viaggio di essere malato, viene trasportato fra l’incredulità generale a poppa e osservato in ogni suo minimo movimento);

Viaggio al termine della notte, Louis-Ferdinand Céline (una pagina di durezza e cinismo che attraverso la descrizione del passaggio della nave Amiral-Bragueton dalle coste del Portogallo all’Africa fornisce allo scrittore i mezzi per rappresentare i più rabbiosi istinti dei passeggeri, definiti globalmente “confessione biologica”);

Una solitudine troppo rumorosa, Bohumil Hrabal (un colpo d’occhio sulla realtà di un gruppo di zingari praghesi descritti secondo i canoni propri dei personaggi che vivono ai margini della società, ma che si distinguono per la “fierezza” con cui ammirano uno di loro che è andato lontano, diventando poliziotto);

Vino (Wine), Raymond Carver (una poesia tratta dalla raccolta Il nuovo sentiero per la cascata dove Carver racconta quasi in maniera autobiografica la “caduta” di Alessandro Magno nel baratro dell’alcolismo, causa primaria ed inevitabile della distruzione di Persepoli e dell’uccisione dell’amico Cleto-Patroclo);

Goblin market (Il mercato dei folletti), Christina Rossetti (frammento del poema omonimo tratto dalla raccolta Goblin Market and Other Poems (1862): una scena vivacissima, piena di movimento dove folletti “assatanati” tentano inutilmente la bella Lizzie, fanciulla che resiste “come un giglio nella piena” al gusto meraviglioso di frutti che fanno invecchiare);

La verità su Paganini, Achille Campanile (tratto da Racconti musicali a cura di Carlo Boccadoro: un esilarante dialogo fra dua anonimi personaggi che commemorano Paganini e la sua principale virtù: rompere le corde del violino).

Tutta la libreria dei laboratori O’Connor è disponibile su Anobii.