Magic and loss: la morte nel rock

E chi l’ha detto che il rock’n roll sia solo scarpe da ballo, ancheggiamenti, divertimento e luccichii? La musica americana – o almeno quella sua parte che è riuscita a sfuggire alle grinfie dell’industria discografica – ha saputo guardare in faccia l’orrore. Non ha cantato solo i furori giovanili ma anche il declino, la vecchiaia, il dolore, la morte. C’è chi si è fermato all’oltraggio del tempo. Chi ha percorso altre vie. Chi si è negato alla speranza. Chi ha trasfigurato l’orrore. Chi si è arreso al buio. Chi si è mosso cercando una luce. Da qualche parte. 

Magic and loss

C’è un album di Lou Reed che è interamente attraversato dalla morte. La perdita (loss) vi fa capolinea nella forma del rimpianto, nell’invocazione frustrata della magia (magic) e del miracolo, nel riconoscimento del disfacimento. “La vita è buona” – canta il vecchio Lou, uno che ha confidenza con i lati selvaggi dell’esistenza – ma non pensiate che “sia giusta”. Il brano Magician è un sofferto lacerante faccia a faccia con la morte. Il protagonista del brano è aggredito dalla malattia. Oltraggiato dal male. “Sono così stanco di guardarmi/ odio questi corpo dolorante/che il male ha lentamente consumato”. Dinanzi alla presa della morte non resta che l’invocazione di un qualcosa che sia totalmente “altro”:

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Cadere sul ring e… dal ridere

(Report dell’Officina – febbraio 2010)

Il cadere rivela il carattere di una persona.  Innanzitutto c’è una cosa comune alla maggior parte degli uomini: quando si cade scatta un meccanismo, che forse ha a che fare con la dignità, per cui si rifiuta l’esperienza appena vissuta, la si nega, anche a se stessi. Ho mostrato due scene di 10 secondi l’una per dimostrare questa semplice verità: 1) il truce alemanno Paolo Villaggio in Brancaleone alle crociate che riceve una mazzata mostruosa da Brancaleone (Gassman) e grida, cadendo a terra: “Non mi hai fatto niente!”; 2) un pugile che riceve un pugno che lo stende al tappeto e subito si rialza facendo segno che non ha neanche avvertito il pugno, ma un secondo dopo stramazza di nuovo al suolo, definitivamente. Molto comico. E quindi son passato a parlare della boxe, la noble art dove la cosa più importante è non cadere, non finire al tappeto. Ho mostrato il celebre k.o. che Alì inflisse nel 1974 a George Foreman riconquistando il titolo dei pesi massimi. La scena, anche rallentata, del k.o. (presa dal documentario “Quando eravamo re”) mostra il crollo di Foreman che non riuscirà ad alzarsi. Ho accompagnato queste immagini alla pagina del romanzo Il Match di Norman Mailer che descrivono molto bene la scena: [Continua »]


De-cadere

(Report di Officina – febbraio 2010)

Tra le svariate accezioni di “cadere” nel mio intervento ho  provato ad evidenziare il significato metaforico del verbo, inteso sia come degrado della personalità che come degrado del fisico.

Mi sono servita di due storie (si parte sempre da qualche storia) i cui protagonisti “cadono” lungo il proprio cammino, con modalità diverse, per ragioni diverse.

La prima storia è ambientata in America nel 1963. È stata raccontata in un libro nel 1973 (di Joseph Wambaugh) e poi trasformata in film nel 1979 (da Harold Becker), entrambi con lo stesso titolo “Il campo di cipolle”. Il libro, un libro denuncia, una vera e propria cronaca giudiziaria, una sorta di documentario, catalogato come genere fra i noir, ha un’introduzione di James Ellroy. Già dall’introduzione si avverte il senso della caduta che aleggia sulla storia che si andrà a leggere. James Ellroy sfrutta lo spazio riservato al prologo per raccontare un’altra storia, un pezzo della sua autobiografia, proprio quel pezzo che ha a che fare con l’uscita in America del libro di Wambaugh. Ellroy è in un momento disperato della sua esistenza: vive in una scatola di cartone in unparco di Los Angeles in compagnia di una bottiglia. Assiste alla presentazione de “Il campo di cipolle” alla Biblioteca pubblica e subito ha il desiderio di leggere quel libro. Ma non ha denaro. Vende il sangue alla banca del sangue per procurarsi qualche dollaro. Ruberà 4 volte il volume dalla stessa libreria. Ogni volta riuscirà a leggerne qualche pagina in più, prima di passare una notte “al fresco” per ubriachezza. In verità questo libro rappresenta per Ellroy il punto di risalita: dopo una caduta nel precipizio della depressione, una boccata d’aria fresca che gli consente di risalire, ricominciare, iniziare a scrivere i suoi romanzi gialli destinati, in verità, ad un grande successo (basti pensare ad L.A. Confidential). [Continua »]


Le potenzialità della caduta

(Report dell’Officina di febbraio 2010)

Durante le riprese di un film (siamo negli anni Venti) lo stuntman Ray cade e si rompe la schiena: non sa se potrà camminare di nuovo, ma il suo vero cruccio è che la fidanzata gli ha preferito l’attore protagonista. Alexandria, una bambina immigrata con un braccio fratturato, è ricoverata nello stesso ospedale e, cercando di recuperare un biglietto destinato ad un’infermiera e scivolato invece nella stanza di Roy grazie ad un colpo di vento, incontra il suo malinconico compagno di degenza.

Inizia così “The Fall”, film di Tarsem Singh, durante il quale Roy ed Alexandria costruiscono insieme una storia a puntate che dalle parole di Roy prende forma nelle vivide, suggestive immagini create dalla fantasia della bambina. Ma per ogni puntata Roy chiede in pegno che Alexandria rubi per lui della morfina: Roy vuol farla finita perché la sua vita di stuntman e di uomo è arrivata al termine.

Si cade e si ricade, in questo film: già caduti nel corpo i due protagonisti prima che lo stesso film abbia inizio (almeno un’altra seguirà), ma caduto Roy soprattutto nello spirito: non percepisce più i piedi, ma nemmeno percepisce un motivo per continuare a vivere. Il mondo di Roy è coartato in una striscia sottile in cui c’è spazio solo per un lucido, pervicace desiderio di morte. Null’altro ha più senso, eppure tutto è chiaro: cosa fare, come farlo. Poco sembra importare che, pur in questa striscia sottile, l’immaginazione dei due protagonisti si dilati in storie epiche e fantastiche (che il regista rappresenta con spettacolare capacità visionaria).

Roy rappresenta in questo discorso il protagonista caduto che non può far altro se non cantare la propria caduta, un personaggio che frequentemente incontriamo in arte (e nella vita), cui voglio affiancare un secondo paradigma. [Continua »]


Sul filo della spada, al di là del taglio

Dire addio a una persona amata che attraversa il filo della spada della morte, e che ormai sa che cosa c’è / oltre il suo taglio significa toccare i fili che legano in noi ossa, carne e anima rendendoci umani. La parola, della quale con sgomento Rosa Elisa Giangoia percepisce ora più che mai il limite espressivo, diventa esercizio di umanità, indagine di senso. La memoria non è pura membrana che risuona di nostalgia, ma occhio capace di guardare ancora al passato soltanto perché sa protendersi verso un orizzonte, che è limite e, insieme, pista di lancio.

La poesia dunque fiorisce inaspettata, forse, come sintassi di una esperienza impossibile da condividere / per assenza di parole. Questo è il paradosso, infatti: Bisogna prendere dalla vita / le parole per dire la morte / che non ha parole, e che anzi soffoca quelle che timidamente si affacciano. La poesia di questa plaquette nasce da un paradosso, dunque, il quale però è in grado di intuire che la morte è un gesto ampio della vita. E come tale qui viene rivissuto.

I versi ci presentano un uomo, l’uomo amato, che si confronta con la morte, nemico duro di pietra che rende il corpo una sequenza particolare / programmata per l’estinzione. Il pensiero della morte si inserisce nella linea orizzontale della vita obbligandola a una riconsiderazione di se stessa. Nulla può essere come prima, quando si sa che i propri giorni volgono al termine, e occorre affrontare un apprendistato di confidenza / nel continuare ad essere vivo iniziando ad aspettare che si apra una porta, sperando sia di luce.

Questa forse la prima tappa di un abbandono e di una consegna non vissuta in solitudine ma sempre condivisa. E la poesia registra con delicatezza aspra una crescente comunione che si approfondisce quanto più si sente crescere quel muro di pietre a secco / tra me e te – scrive la [Continua »]


Cronaca di un fumetto annunciato

(il seguente articolo è apparso, in forma ridotta, sul Foglio il 6 febbraio 2010. L’immagine è di Lorenzo Mattotti, copyright:Bob Dylan Revisited (c) 2008 Guy Delcourt Productions /Sony ATV Music Publishing France / Bob Dylan)

Nel 1998 nel cult-movie The Big Lebowsky i fratelli di Cohen immortalarono una canzone misconosciuta di Bob Dylan, The Man in Me, regalandogli una formidabile sequenza (con Jeff Bridges-Lebowsky che svolazza su Los Angeles) che i due registi americani, successivamente intervistati,  hanno giustificato come naturale omaggio a un brano musicale così forte, come se la musica non fosse stata usata a commento della scena ma, al contrario, la scena stessa fosse scaturita dalla musica. Dylan è sempre più presente nella filmografia a cavallo dei due millenni, forse perché la sua musica ha accompagnato l’infanzia e la gioventù di diverse generazioni dei registi contemporanei. [Continua »]


The Crash of 1929… 2009?

“Cadere”: un verbo che forse definisce l’uomo, più di tanti altri! Ecco allora due parole su una “caduta” che ha fatto veramente male: the Crash of 1929. Nella seconda metà degli Anni Venti, il mercato azionario negli USA attraversò un periodo di rapida espansione, raggiungendo il massimo verso l’agosto del 1929. I prezzi cominciarono a scendere nella prima parte di ottobre, ma la speculazione continuò. Il 18 ottobre la Borsa cominciò a precipitare. Il primo giorno di vero panico, il 24 ottobre, è passato alla storia come il “giovedì nero”: quel giorno 12.894.650 azioni passarono di mano. Anche se alcune delle principali banche e società di investimento acquistarono grossi quantitativi di azioni nel tentativo di sedare il panico, i loro sforzi si rivelarono vani. Il panico scoppiò nuovamente il “lunedì nero”; il “martedì nero” (29 ottobre) ben 16 milioni di azioni furono scambiati, e i prezzi del mercato azionario crollarono definitivamente. Ecco verificarsi il grande Crash del 1929 (“crash”  = abbattersi con fracasso; schiantarsi; precipitare). [Continua »]