La parola attualissima di Carlo Cassola
Sono trascorsi 50 anni dalla pubblicazione de La ragazza di Bube, il bellissimo romanzo di Carlo Cassola che vinse il Premio Strega nel 1960. L’opera venne stroncata dalla critica di marca ideologica per l’intesità del suo realismo, la freschezza e la semplicità con cui l’autore vedeva (e, quindi, raccontava) la storia d’amore di due ragazzi di campagna, avvelenati dalla terribile miscela di odio e teorie rivoluzionarie che tante vittime ha fatto nel primo dopoguerra. Cassola affermava che i fatti contano più delle idee, sosteneva che la buona letteratura nasce dalla contemplazione della realtà e da una piena partecipazione alla vita, così come si presenta nell’esistenza di ciascuno. I romanzi e i racconti di Cassola reggono nel tempo (non solo La ragazza di Bube ma anche Il taglio del bosco, Il soldato, Un cuore arido e Paura e tristezza) e decisamente attuale è la sua esplicita dichiarazione di fede nella realtà contenuta in questo raro filmato del 1962.
Pochi conoscono
[…] Dopo aver chiuso Emmaus si resta davvero perplessi e delusi. La prosa di Baricco è suadente, lineare: tutto è al posto giusto. L’autore è narratore di razza, abile conoscitore delle tecniche che applica con una certa insistita precisione, come a comando. E tuttavia proprio questo contribuisce a comunicare la sensazione di vacuità. In tale quadro anche una sbavatura avrebbe giovato, avrebbe reso il libro più interessante. E invece non c’è: la scrittura è nitida e tersa, ma cieca perché descrive qualcosa che sicuramente non conosce. Non c’è balzo, non c’è passione, non c’è sorpresa.Tutto quello che deve accadere accade, e puntualmente. E gli avvenimenti appaiono iscritti all’interno di un kòsmos esatto, dove le contraddizioni e le inquietudini rispondono a clichés definiti ideologicamente. Persino il dramma è addomesticato dalla scrittura a effetto. Il mondo che si dispiega nelle pagine di Emmaus è diviso rigidamente in due: o si è di qua o si è di là. Sono ammessi i passaggi da una parte all’altra, ovviamente, altrimenti non ci sarebbe storia, non ci sarebbero i fatti da narrare. E tutta via i campi, i due territori divisi dal muro sono chiaramente separati da una frontiera.Ovviamente questo conduce Baricco a offrire al lettore non personaggi ma tipi, idee in forma di persona o, forse, sarebbe meglio dire caricature. Lo sono i nostri quattro giovani di parrocchia, innanzitutto. Il loro più che un calvario esistenziale, sembra il bignami del cattolicesimo visto dall’ottica di un ateo che ritiene i credenti poco più che giovani marmotte tonte. È un “tipo”, una macchietta, persino Andre: avvolta da un alone da femme fatale, è soltanto una povera ragazza sola e senza punti di riferimento.
Saepe rideo. Forsitan stultus sum, sed persaepe risum continere non possum. Tantis causis rideo quorum nunc non ridens recordari non possum. Ex more ita fit: valetudinem attendimus solum cum aegrotamus, felicitatem attendimus solum cum maesti sumus. Verum est risum semper rem necopinatam et improvisam esse: aliquid nobis risum concitat, ego non sum qui ridere statuo, aliud, vis mihi externa extraneaque me superat et me ad ridendum impellit. Fere ita ut morbus, ut amor est. Si mihi dicendum esset quid risus sit, vim dicerem, vim squassante, quae ex imo ad summum venit. Me e ventre sumit, interdum etiam e pedibus, per totum corpus ascendit ut electrica concussio usque ad id erempendum. Ego sum qui risu dissilit, denique mihi maxillae dolent et postea, necessarie, lacrimo, fleo ad confirmandum illud paradoxon quod dicit “flere e ridendo”: risus et fletus inter se intexuntur et nodum solvere difficile est. Antiquum lepidum dictum nuptias sine fletu neque exequias sine risu esse exprimit. Ille auctor Joseph Pontiggia notavit: “Ridere ad non flendum. Radix lepidae rei tragica.” , e quo dicto disceptatio inter comicum et tragicum (exempli gratia: in litteris Hebraicis, quot comici sunt?) oritur.
Si può dire la morte, dirla poeticamente? Da una parte la morte è proprio ciò che non è comunicabile, è l’esperienza in-dicibile, nessuno è tornato dalla morte e anche Orfeo, simbolo dei poeti, fallisce nel tentativo di far risorgere l’amata. Dall’altra parte tutta la poesia umana ha il sapore della morte e del suo superamento, l’amore. Sulla cuspide vertiginosa di questo paradosso si colloca l’ultima raccolta di poesie di Rosa Elisa Giangoia, poetessa, latinista e raffinata narratrice genovese, intitolata significativamente “Sequenza di dolore”, che scaturisce dalla morte del marito Mino. Da quel momento il cuore si apre e lascia scorrere il dolore che dilaga come in un’emorragia stordendo il lettore, travolgendolo. 