La parola attualissima di Carlo Cassola

Sono trascorsi 50 anni dalla pubblicazione de La ragazza di Bube, il bellissimo romanzo di Carlo Cassola che vinse il Premio Strega nel 1960. L’opera venne stroncata dalla critica di marca ideologica per l’intesità del suo realismo, la freschezza e la semplicità con cui l’autore vedeva (e, quindi, raccontava) la storia d’amore di due ragazzi di campagna, avvelenati dalla terribile miscela di odio e teorie rivoluzionarie che tante vittime ha fatto nel primo dopoguerra. Cassola affermava che i fatti contano più delle idee, sosteneva che la buona letteratura nasce dalla contemplazione della realtà e da una piena partecipazione alla vita, così come si presenta nell’esistenza di ciascuno. I romanzi e i racconti di Cassola reggono nel tempo (non solo La ragazza di Bube ma anche Il taglio del bosco, Il soldato, Un cuore arido e Paura e tristezza) e decisamente attuale è la sua esplicita dichiarazione di fede nella realtà contenuta in questo raro filmato del 1962.


L’allegro canto di Paulina Chiziane

Pochi conoscono Paulina Chiziane. Peccato, perché è tra le più grandi scrittrici d’Africa. Visionaria. Realistica. Crudele e dolcissima. Le sue opere, edite da La Nuova Frontiera, scardinano i luoghi comuni. Sia che parli del connubio tra magia e politica (Il settimo giuramento), della poligamia (Niketche) o dell’odio che l’Africa nutre verso se stessa (L’allegro canto della pernice) si avverte il vigore dell’esperienza. C’è molta amarezza. Eppure la goccia di speranza spremuta fuori dalle sue storie è autentica. L’abbiamo raggiunta nel suo Mozambico.

Signora Chiziane, nelle sue pagine si avverte la forza della biografia. Può raccontarci la storia della sua famiglia?
«Una famiglia umile di otto fratelli con un padre sarto e una madre contadina, che aveva la Bibbia come principale, se non unica, lettura. C’erano anche i racconti intorno al fuoco. Abbiamo tutti studiato nelle scuole dei missionari».
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“Emmaus” di Baricco: un libro vuoto

(estratto dell’articolo su La Civiltà Cattolica)

Emmaus di Alessandro Baricco[…] Dopo aver chiuso Emmaus si resta davvero perplessi e delusi. La prosa di Baricco è suadente, lineare:  tutto è al posto giusto. L’autore è narratore di razza, abile conoscitore delle tecniche che applica con una certa insistita precisione, come a comando. E tuttavia proprio questo contribuisce a comunicare la sensazione di vacuità. In tale quadro anche una sbavatura avrebbe giovato, avrebbe reso il libro più interessante. E invece non c’è:  la scrittura è nitida e tersa, ma cieca perché descrive qualcosa che sicuramente non conosce. Non c’è balzo, non c’è passione, non c’è sorpresa.Tutto quello che deve accadere accade, e puntualmente. E gli avvenimenti appaiono iscritti all’interno di un kòsmos esatto, dove le contraddizioni e le inquietudini rispondono a clichés definiti ideologicamente. Persino il dramma è addomesticato dalla scrittura a effetto. Il mondo che si dispiega nelle pagine di Emmaus è diviso rigidamente in due:  o si è di qua o si è di là. Sono ammessi i passaggi da una parte all’altra, ovviamente, altrimenti non ci sarebbe storia, non ci sarebbero i fatti da narrare. E tutta via i campi, i due territori divisi dal muro sono chiaramente separati da una frontiera.Ovviamente questo conduce Baricco a offrire al lettore non personaggi ma tipi, idee in forma di persona o, forse, sarebbe meglio dire caricature. Lo sono i nostri quattro giovani di parrocchia, innanzitutto. Il loro più che un calvario esistenziale, sembra il bignami del cattolicesimo visto dall’ottica di un ateo che ritiene i credenti poco più che giovani marmotte tonte. È un “tipo”, una macchietta, persino Andre:  avvolta da un alone da femme fatale, è soltanto una povera ragazza sola e senza punti di riferimento.

Così, ad esempio, se per i quattro ragazzi la bellezza dev’essere “una virtù morale, e non c’entra col corpo” (p. 19), come è stato loro insegnato, per Andre invece non esiste affatto perché esiste solamente il sesso che pratica in modo vario, ma sempre senza neanche un barlume di tenerezza o trasporto. La fantasia di Baricco sembra più attenta a spaccare in due porzioni equivalenti e in maniera artificiosa la natura umana, come se [Continua »]

Ridere

Ex Andreae Mondae charta Rosa Elisa Giangoia vertit 

Saepe rideo. Forsitan stultus sum, sed persaepe risum continere non possum. Tantis causis rideo quorum nunc non ridens recordari non possum. Ex more ita fit: valetudinem attendimus solum cum aegrotamus, felicitatem attendimus solum cum maesti sumus. Verum est risum semper rem necopinatam et improvisam esse: aliquid nobis risum concitat, ego non sum qui ridere statuo, aliud, vis mihi externa extraneaque me superat et me ad ridendum impellit. Fere ita ut morbus, ut amor est. Si mihi dicendum esset quid risus sit, vim dicerem, vim squassante, quae ex imo ad summum venit. Me e ventre sumit, interdum etiam e pedibus, per totum corpus ascendit ut electrica concussio usque ad id erempendum.  Ego sum qui risu dissilit, denique mihi maxillae dolent et postea, necessarie, lacrimo, fleo ad confirmandum illud paradoxon quod dicit “flere e ridendo”: risus et fletus inter se intexuntur et nodum solvere difficile est. Antiquum lepidum dictum  nuptias sine fletu  neque exequias sine risu esse exprimit. Ille auctor Joseph Pontiggia notavit: “Ridere ad non flendum. Radix lepidae rei tragica.” , e quo dicto disceptatio inter comicum et tragicum (exempli gratia: in litteris Hebraicis, quot comici sunt?) oritur.
Sed nobis revertendum est ad risum, vim, roburem naturalem quae potitur hominibus, solis animalibus quae rident, quia cum et quod rideo meminisse conari volo. Rideo quod ante oculos meos aliquid novum et inopinatum (necopinata de quibus antea loquebar est) accidit quod non accideret: qui prolabitur et decidit, illud arienae corium, qui parieti vel fori allidit, comoedus qui risum non movet interdum (non semper) mihi risum movet…

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Rosa Elisa Giangoia: la poesia come magma incandescente

Si può dire la morte, dirla poeticamente? Da una parte la morte è proprio ciò che non è comunicabile, è l’esperienza in-dicibile, nessuno è tornato dalla morte e anche Orfeo, simbolo dei poeti, fallisce nel tentativo di far risorgere l’amata. Dall’altra parte tutta la poesia umana ha il sapore della morte e del suo superamento, l’amore. Sulla cuspide vertiginosa di questo paradosso si colloca l’ultima raccolta di poesie di Rosa Elisa Giangoia, poetessa, latinista e raffinata narratrice genovese, intitolata significativamente “Sequenza di dolore”, che scaturisce dalla morte del marito Mino.  Da quel momento il cuore si apre e lascia scorrere il dolore che dilaga come in un’emorragia stordendo il lettore, travolgendolo. [Continua »]


Cornelius Suttree, il fuggiasco di Cormac McCarthy

«Esiste un uomo tanto codardo da non preferire cadere almeno una volta piuttosto che vacillare in eterno?». La vita di Cornelius “Buddy” Suttree, protagonista del secondo romanzo di Cormac McCarthy pubblicato in Italia a trent’anni di distanza, è racchiusa in questa domanda. Suttree è uno spiantato. Abbandonati moglie e figlio, passato da una casa di lavoro per tentato furto, cerca il proprio equilibrio guadagnandosi da vivere come pescatore a Knoxville, nel Tennessee. La città è un limbo sordido, una baraccopoli universale riscaldata da un brulichio di personaggi che si addossano l’un l’altro come cuccioli d’inverno, condividendo un «cameratismo da condannati». Tra risse, sbronze e incursioni nei bordelli, Cormac McCarthy dipinge la grande epopea degli uomini perduti: coloro che nessuno cerca, eccettuata la polizia. Eppure anche in quest’orgia barocca di decomposizione e tradimenti fanno la loro timida apparizione l’amicizia e l’amore. Sentimenti feriti e deviati, eppure autentici. Primo fra tutti il rapporto paterno che Suttree instaura con l’esilarante Gene Harrogate, aspirante delinquente tanto ingenuo quanto sgangherato. O la passione famelica e innocente della giovane Wanda. Ma Suttree non sosta mai troppo a lungo. Cammina tra farabutti e predicatori dicendo a se stesso che è «solo di passaggio» e agli altri che «deve andare». È un ritornello costante, quasi un imperativo interiore. Andare? E dove? [Continua »]


La sacrosanta verità di Leonard Cohen

“Come un uccello sul filo, come un ubriaco in un coro di mezzanotte, ho provato a modo mio ad essere libero”.

È un passaggio di “Bird On The Wire” di Leonard Cohen, un ebreo non osservante, uno spirito libero e inquieto che semina chiunque tenti di spiegare la sua poesia. Cohen nasce in Canada il 1934, adolescente suona il folk e il country, studia letteratura scrivendo raccolte di poesie. La prima “Let Us Compare Mythologies” pubblicata nel 1956 dopo gli studi universitari alla McGill University di Montreal. Si trasferisce a New York, frequenta il Greenwich Village, la mecca del folk americano, e in quella fucina di talenti (Dylan e Paul Simon) inizia a musicare i suoi poemi. Sull’isola greca di Hydra scrive “The Spice-Box Of Earth” e il suo primo romanzo “The Favourite Game”, tradotto e pubblicato in Italia nel 1975 con il titolo “Il gioco preferito”. Storia autobiografica di Lawrence Breavman – figlio di un’antica famiglia ebrea di Montreal – in cui s’interroga sulla morte, l’amore e la guerra, quesiti esistenziali diluiti poi  nelle sue canzoni.  Segue il racconto “Beatiful losers” nel 1966, dopo aver pubblicato “Flower For Hitler” e altre poesie in “Parasites of Heaven” che include “Suzanne”, testo riproposto nella forma-canzone da Judy Collins (inciderà anche “Dress Rehearsal Rage”). Il brano più coverizzato del repertorio di Cohen, insieme ad “Halleluja”. [Continua »]