Rimbaud, un nuovo Socrate?
Cosa ci faccia Una stagione all’inferno (BUR 2012, pp. 123, € 7,90) nella collana Rizzoli “I libri della speranza”, tocca chiederlo a Davide Rondoni, poeta, traduttore e curatore della presente edizione. Sarà che tra i maudits Rondoni pare trovarsi a casa (già anni addietro aveva firmato una traduzione davvero memorabile dei Fleurs du Mal, poi ripubblicata da Salerno Editrice nel 2010). Sarà che proprio Rimbaud viene a ricordarcelo: l’inferno è roba da cristiani, gente che o l’eterna felicità o l’eterna dannazione; l’eterno oblio no, grazie. Sarà che, presi come siamo nella routine dei gironi di quaggiù, solo l’inferno vero potrebbe farci ricordare e desiderare la necessità di una speranza soda. Sarà che, come e forse persino più che nei Fleurs, la Saison è trafitta dall’interrogativo della Bellezza: «Una sera ho fatto sedere la Bellezza sulle mie ginocchia. – E l’ho trovata amara. – E l’ho ingiuriata».
Il fulgido libretto dell’enfant terrible di Charleville comincia con una fuga davanti alla Bellezza: «Je me suis enfui, Io sono fuggito». Una fuga programmatica. [Continua »]
«L’essere cristiani cattolici sembra essere oggi, in Italia, la più radicale diversità sperimentabile» leggiamo in Dieci buoni motivi per essere cattolici, scritto da Giulio Mozzi a quattro mani con Valter Binaghi, edito l’anno scorso da Laurana. Mi ricordo che durante il Giubileo del 2000, dei ragazzi e delle ragazze che avevano invaso le strade di Roma, quello che mi colpiva era il pallore: l’ostinazione a non abbronzarsi mi sembrava il segno concreto, inscritto nel corpo, di un rifiuto. Trovavo in loro, nel loro stesso apparire, una radicalità, non univoca certo, non rassicurante (c’era qualcosa di repulsivo, di troppo corporeo in quel biancore), ma netta: la fiducia autentica nella possibilità di un altro mondo, la critica radicale verso il tempo presente, la coscienza che questo tempo, lo stile di vita che condividiamo, che appare onnipervasivo, totalitario persino, è finito, destinato ad essere spazzato via. Una sicurezza basata su fondamenta che non potrebbero essere più certe. L’alterità che manifestavano mi sembrava potesse diventare senso d’assedio oppure qualcosa di più fertile. La stessa sensazione di non appartenenza l’ho ritrovata quasi ogni volta che mi è capitato di ragionare con gli intellettuali cattolici qualunque fosse la loro posizione. 
Il tempo che precede lo sparo appare infinito. Tutti gli spettatori, quasi come per un silenzioso ordine, trattengono il respiro all’unisono, mentre gli atleti tendono muscoli e nervi. Gli uomini più veloci del pianeta sono in fila, l’uno accanto all’altro, tutti con lo stesso obiettivo nella testa e la medesima paura nel cuore. E null’altro intorno a loro; soltanto la pista che hanno di fronte, le orecchie che cercano il suono del via. Lo sparo giunge sempre inatteso, proprio quando la mente stava esercitando tutto il suo potere di controllo per impedire al corpo di scattare anzitempo, la tentazione più facile. Bolt non parte bene, ma anche chi non abbia mai osservato una sua gara sa che le partenze non costituiscono la sua specialità. Già qualcuno, per un momento, pregusta il successo a sorpresa di un altro atleta. Ma è una sensazione destinata ad avere vita breve, giusto il tempo impiegato da Bolt per raggiungere il suo avversario e, con passo più vicino alla danza che alla corsa, superarlo senza apparente fatica, indifferente come un’automobile che sorpassa una bicicletta.
Approfittando delle festività natalizie sono ritornato al cinema e ho visto due film: The Hobbit e La vita di Pi, entrambi nati dai due romanzi omonimi di grande successo. Ci sono almeno altri due punti di contatto tra questi due film apparentemente diversissimi, uno collegato al contenuto ed uno alla forma. Sul contenuto: la “morale” di entrambe le favole può essere espressa dall’esortazione evangelica estote parati, “siate pronti!” o se vogliamo, dall’affermazione di Amleto: readiness it’s all, la prontezza è tutto.È questa la principale virtù di Bilbo Baggins, lo hobbit protagonista della lunga favola scritta da J.R.R. Tolkien nel 1937 e ora diventata una trilogia cinematografica per opera di Peter Jackson.