Smokin’ Joe Frazier, il pugile
“C’è sempre qualcosa d’impuro nella riuscita, una volgarità nella vittoria […] e che di totalmente grande c’è solo la sconfitta” (Charles Peguy)
Joe Frazier è morto l’8 novembre scorso, a 67 anni, fulminato in poche settimane da un tumore al fegato. Dodicesimo di 13 figli di Robin Frazier (e padre di 11 figli), nato a Beaufort nella Carolina del Sud, da ragazzo Joe è apprendista macellaio a Philadelphia prima di cominciare la carriera pugilistica: 37 incontri, 32 vittorie (27 per ko), 1 pareggio e 4 sconfitte. Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokio nel ’64 (finale giocata con una mano rotta, poi subito ingessata), nel 1968 diventa campione dei pesi massimi, titolo che l’anno prima era stato tolto a Muhammad Alì per la sua renitenza alla leva. Di tutta la sontuosa lista di successi, restano però più memorabili le quattro sconfitte, per mano di Alì e di George Foreman: perchè Joe Frazier è un grande sconfitto, un gigantesco, struggente, “numero due”. Che però ha vissuto la sua notte di gloria: la sera dell’8 marzo 1971 nel Madison Square Garden in 15 riprese sconfisse ai punti Alì, il suo rivale di sempre. Grazie al suo infinito carisma quest’ultimo era riuscito, a livello psicologico e mass-mediatico, ad invertire i ruoli dello scontro: anche se di fatto egli era lo sfidante, colui che inseguiva il titolo che gli era stato tolto senza alcuna sconfitta sul ring quattro anni prima, alla fine dei conti risultava che era Frazier a inseguire, a cercare di legittimarsi sconfiggendo la fama e poi la persona che gli stava davanti, sempre avanti. [Continua »]
Nell’Officina di sabato scorso 6 novembre ho fatto un breve escursus di storia della lingua per spiegare come dal genitivo latino si sia passati al “di” italiano per esprimere le stesse funzioni. Tutto dipende dal fatto che la preposizione “di” italiana deriva dalla preposizione de latina, ma in questa nostra preposizione semplice italiana, come nelle ulteriori forme articolate, confluiscono due diverse funzioni espressive delle lingue indoeuropee, attraverso il latino.
Primo appuntamento della stagione con il laboratorio di lettura O’ Connor che, per il secondo anno di fila, abbraccia l’iniziativa Lettori Cercasi della libreria Feltrinelli. Si comincia con un brano da La disobbedienza di Alberto Moravia: la ribellione del giovane Luca che decide di opporsi agli ingranaggi di cui è prigioniero, di strappare i tenaci fili di cui era intessuta la sua esistenza. Ad una prima pagina in cui Moravia astrae le motivazioni che rendono necessaria questa separazione, ne segue una seconda ricca di immagini chiare, nitide: una grossa testa rapata, simile ad una zucca, una corporatura che faceva pensare ai gambi sottili e fragili.
Sto leggendo un bel saggio teologico scritto 50 anni fa da Hugo Rahner intitolato “L’homo ludens”, l’uomo che gioca, e trovo nelle prime pagina l’affermazione che la creazione “gioca innanzi a Dio il suo gioco cosmico, dal moto degli atomi e delle stelle fino al grave e bel gioco del genio umano, fino alla danza beata in cui si inseriscono gli spiriti che tornano a Dio. L’homo ludens può essere compreso solo se anzitutto, e con tutto il timore reverenziale possibile, parliamo di un Deus ludens“. Mi ha fatto venire in mente il film “L’albero della vita” di Terrence Malick, di cui mi è sembrata quasi un efficace riassunto. Malick con quella lanterna magica che è il cinema, ha costruito un grande spettacolo sul “gioco della creazione”, dalle origini alla fine dei tempi, qualcosa di raro nel cinema di questi ultimi anni, al punto che mi sono chiesto, uscendo dal cinema, se il pubblico contemporaneo per caso non fosse più abituato ad uno spettacolo simile. In effetti non esiste un film “simile” a “L’albero della vita”, a parte forse “2001 Odissea nello spazio” di Kubrick, solo che invece di essere girato dall’algido Kubrick sembra essere girato da più “umani” John Ford o Francis Coppola (soprattutto nella parte della famiglia texana con un ottimo Brad Pitt nel ruolo del capofamiglia con tanto di mascellone alla Brando-Corleone).
Siamo lieti di annunciare l’uscita del nuovo numero di
Da bambino avevo una curiosa fissazione: trovare un’immagine del Crocifisso che sorridesse. Ma come – pensava il piccolo – Gesù non sapeva che salvava il mondo? È vero, stava male, ma non era ancora più contento di poterci aiutare? E non se ne capacitava. Ed era tutto uno scartabellare santini e girare per chiese. Niente da fare: artistici o dozzinali, i volti del Crocifisso erano sempre cupissimi. Umani, solo umani. Il “realismo” rinascimentale aveva fatto piazza pulita. Che emozione scoprire anni dopo i grandi crocifissi lignei medioevali, le pale di Giotto, le icone bizantine e, infine, quei maestosi Cristi assisi sulla croce come su un trono, incoronati e sontuosamente vestiti da sovrani, con gli occhi spalancati dei vivi, e volti severi, ma sereni.