Valter Binaghi e Giulio Mozzi e i loro 10 motivi per essere cattolici
A proposito di: Valter Binaghi e Giulio Mozzi, Dieci buoni motivi per essere cattolici, Laurana editore, 2011, € 11,20
L’ampiezza dello spazio che i mezzi di comunicazione dedicano alle cose religiose rischia spesso di essere controbilanciata dall’ambiguità con cui le informazioni vengono fornite: il transeunte è scambiato con il definitivo, l’accessorio con l’essenziale, nel migliore dei casi è l’etica ad essere confusa con la fede. A questa tendenza si oppone questo prezioso Dieci buoni motivi per essere cattolici di Valter Binaghi e Giulio Mozzi. Al libro è premessa un’ampia quanto intensa introduzione firmata da Tullio Avoledo, intessuta di divagazioni così personali da potere essere apprezzate (per non dire spesso condivise) da tantissimi tra i lettori che intendano sperimentare se stessi con i dieci motivi di cui al titolo.
I due autori si sono cimentati con ciascuno dei dieci motivi del titolo. Più analitico e di sguincio lo sguardo di Mozzi, attento a dettagli a cui conseguono intuizioni fulminanti e dedito ad estrarre verità dalle narrazioni che compongono la tradizione cattolica. Binaghi riserva, invece, a sé il compito di perimetrare quella verità, richiamando i principi di una fede di cui tanti discettano senza conoscerli. I due punti di vista, come osserva Federico Platania nel suo blog (4 agosto scorso), sono felicemente complementari e l’effetto complessivo è di un’inconsueta combinazione di ampiezza argomentativa e di profondità di pensiero, tanto più notevole se si considerano le ridotte dimensioni del testo.
Il saggio ha suscitato un notevole dibattito, soprattutto in rete, a testimonianza dell’interesse che la materia è in grado di sollevare. Sono intervenuti, e tuttora intervengono, autori dalle provenienze e competenze più disparate, dal già citato Platania a Michela Murgia a Luca Negri, da Alessandro Zaccuri a Fabio Brotto a Carlo Gambescia: di alcuni [Continua »]
(La presente recensione al romanzo Persuasori di morte di Roberta Borsani è apparsa su Avvenire il 24 settembre).
Gli esseri umani costruiscono piramidi, volano più in alto degli uccelli e si immergono più a fondo di qualsiasi pesce. Gli esseri umani possono attraversare i continenti, neanche avessero gli stivali delle sette leghe, o parlarsi annullando distanze enormi. Gli esseri umani inventano storie, numeri e poesie: saturano l’aria di onde elettriche, colmano la terra di leggi e il cielo di miti. Gli esseri umani tagliano foreste e prosciugano laghi. Sbarrano i fiumi e solcano i mari. Eppure a fermarli basta un granello di sabbia. Basta una vena occlusa da un minuscolo sasso – meno di un centimetro di superficie – e tutto finisce. Qualcosa di incalcolabilmente piccolo. Una probabilità imprevedibile. Gli esseri umani, enormi e fragilissimi: che esseri strani…
Quando si incontra un poeta di cui si avverte l’indubbia qualità, è sempre una grande emozione, che si desidera comunicare e condividere con quanti sanno veramente apprezzare la poesia. A me è recentemente capitato leggendo di La caduta di Bisanzio di Alessandro Rivali (Jaca Book, Milano 2010), una raccolta di poesie o, forse, meglio un compiuto poemetto, che supera il sentimentalismo soggettivo dilagante nella produzione poetica attuale per presentare una visione che, partendo dalla storia, sa attingere ad una dimensione esistenziale universale, con una voce inconfondibile, di forte incisività espressiva. Caratteristica fondamentale diventa così un registro che potremmo definire epico, ma non nel senso classico e tradizionale, quanto piuttosto per il fatto che l’eroe è l’uomo singolo, pur nella sua umana piccolezza, contraddistinta dal male e dalla sofferenza, sempre uguale nello spazio e nel tempo, soprattutto sempre impegnato a misurarsi nella storia con una fine, con una caduta, che, però, non è mai completamente tale, perché al di là delle macerie c’è sempre un’attesa ed una speranza.

