Il cinema come gioco e come giocattolo
Sto leggendo un bel saggio teologico scritto 50 anni fa da Hugo Rahner intitolato “L’homo ludens”, l’uomo che gioca, e trovo nelle prime pagina l’affermazione che la creazione “gioca innanzi a Dio il suo gioco cosmico, dal moto degli atomi e delle stelle fino al grave e bel gioco del genio umano, fino alla danza beata in cui si inseriscono gli spiriti che tornano a Dio. L’homo ludens può essere compreso solo se anzitutto, e con tutto il timore reverenziale possibile, parliamo di un Deus ludens“. Mi ha fatto venire in mente il film “L’albero della vita” di Terrence Malick, di cui mi è sembrata quasi un efficace riassunto. Malick con quella lanterna magica che è il cinema, ha costruito un grande spettacolo sul “gioco della creazione”, dalle origini alla fine dei tempi, qualcosa di raro nel cinema di questi ultimi anni, al punto che mi sono chiesto, uscendo dal cinema, se il pubblico contemporaneo per caso non fosse più abituato ad uno spettacolo simile. In effetti non esiste un film “simile” a “L’albero della vita”, a parte forse “2001 Odissea nello spazio” di Kubrick, solo che invece di essere girato dall’algido Kubrick sembra essere girato da più “umani” John Ford o Francis Coppola (soprattutto nella parte della famiglia texana con un ottimo Brad Pitt nel ruolo del capofamiglia con tanto di mascellone alla Brando-Corleone). [Continua »]
Siamo lieti di annunciare l’uscita del nuovo numero di
Da bambino avevo una curiosa fissazione: trovare un’immagine del Crocifisso che sorridesse. Ma come – pensava il piccolo – Gesù non sapeva che salvava il mondo? È vero, stava male, ma non era ancora più contento di poterci aiutare? E non se ne capacitava. Ed era tutto uno scartabellare santini e girare per chiese. Niente da fare: artistici o dozzinali, i volti del Crocifisso erano sempre cupissimi. Umani, solo umani. Il “realismo” rinascimentale aveva fatto piazza pulita. Che emozione scoprire anni dopo i grandi crocifissi lignei medioevali, le pale di Giotto, le icone bizantine e, infine, quei maestosi Cristi assisi sulla croce come su un trono, incoronati e sontuosamente vestiti da sovrani, con gli occhi spalancati dei vivi, e volti severi, ma sereni.


Mi costa ammetterlo. Moretti è uno dei miei beniamini. Ho apprezzato i suoi lavori più cervellotici (“Ecce bombo”, “Palombella rossa”, “Bianca”) ed esaltato la stagione posteriore alla cesura di “Aprile” (la paternità è un evento che sradica) e che esplode nel ricchissimo “La stanza del figlio”. Quest’ultima pellicola, ahimè, delude e basta. Non dice nulla. Non è capace di graffiare, non se ne coglie l’intento, la domanda, la tesi.