di
Andrea Monda -
pubblicato il 15 Novembre 2011
“C’è sempre qualcosa d’impuro nella riuscita, una volgarità nella vittoria […] e che di totalmente grande c’è solo la sconfitta” (Charles Peguy)
Joe Frazier è morto l’8 novembre scorso, a 67 anni, fulminato in poche settimane da un tumore al fegato. Dodicesimo di 13 figli di Robin Frazier (e padre di 11 figli), nato a Beaufort nella Carolina del Sud, da ragazzo Joe è apprendista macellaio a Philadelphia prima di cominciare la carriera pugilistica: 37 incontri, 32 vittorie (27 per ko), 1 pareggio e 4 sconfitte. Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokio nel ’64 (finale giocata con una mano rotta, poi subito ingessata), nel 1968 diventa campione dei pesi massimi, titolo che l’anno prima era stato tolto a Muhammad Alì per la sua renitenza alla leva. Di tutta la sontuosa lista di successi, restano però più memorabili le quattro sconfitte, per mano di Alì e di George Foreman: perchè Joe Frazier è un grande sconfitto, un gigantesco, struggente, “numero due”. Che però ha vissuto la sua notte di gloria: la sera dell’8 marzo 1971 nel Madison Square Garden in 15 riprese sconfisse ai punti Alì, il suo rivale di sempre. Grazie al suo infinito carisma quest’ultimo era riuscito, a livello psicologico e mass-mediatico, ad invertire i ruoli dello scontro: anche se di fatto egli era lo sfidante, colui che inseguiva il titolo che gli era stato tolto senza alcuna sconfitta sul ring quattro anni prima, alla fine dei conti risultava che era Frazier a inseguire, a cercare di legittimarsi sconfiggendo la fama e poi la persona che gli stava davanti, sempre avanti. [Continua »]