Rosso Rosa Floyd

«Tutto molto bello, […] molto speciale, molto unico: ci credo, vi siete avvitati attorno a un solo soggetto, ovvio che a un certo punto quel soggetto diventi il mondo! Ma se aprite un po’ la finestra, ecco… come minimo si vedono analogie, doppioni… intendiamoci, bisogna sapere quale finestra aprire, mica si può fare a caso, qua per esempio si è dentro la casa dei Pink Floyd?»

Sì, siamo dentro la casa dei Pink Floyd. E ad aprirci la porta, sul retro della loro dimora musicale e umana, è lo scrittore Michele Mari [Continua »]


Dostoevskij? Meglio Charles Dickens!

Aprendo una delle sue poesie più celebri – Possibilità – il premio Nobel Wislawa Szymborska annota: «Preferisco Dickens a Dostoevskij». Un’affermazione semplice e netta, che è allo stesso tempo una Dichiarazione di Indipendenza del lettore e un sisma di discrete dimensioni all’interno del canone letterario.

I love Charles Dickens [Continua »]


Libr’arsi alle Oblate

Spesso si sente parlare in letteratura di non luogo. Un posto simile a tanti altri nel mondo, una stazione, un aeroporto, dove gli incontri e le relazioni si instaurano indipendentemente dal luogo stesso; il luogo diventa un rumore di fondo, uno scenario opaco su cui emergono prepotentemente i vissuti dei protagonisti.

Eppure i luoghi possono creare occasioni di vita importanti, possono essere determinanti nella nascita e crescita di relazioni. Non possono accadere, in altre parole, se non in quel preciso luogo. Come nel nostro caso. [Continua »]



Smokin’ Joe Frazier, il pugile

“C’è sempre qualcosa d’impuro nella riuscita, una volgarità nella vittoria […] e che di totalmente grande c’è solo la sconfitta” (Charles Peguy)

Joe Frazier è morto l’8 novembre scorso, a 67 anni, fulminato in poche settimane da un tumore al fegato. Dodicesimo di 13 figli di Robin Frazier (e padre di 11 figli), nato a Beaufort nella Carolina del Sud, da ragazzo Joe è apprendista macellaio a Philadelphia prima di cominciare la carriera pugilistica: 37 incontri, 32 vittorie (27 per ko), 1 pareggio e 4 sconfitte. Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokio nel ’64 (finale giocata con una mano rotta, poi subito ingessata), nel 1968 diventa campione dei pesi massimi, titolo che l’anno prima era stato tolto a Muhammad Alì per la sua renitenza alla leva. Di tutta la sontuosa lista di successi, restano però più memorabili le quattro sconfitte, per mano di Alì e di George Foreman: perchè Joe Frazier è un grande sconfitto, un gigantesco, struggente, “numero due”. Che però ha vissuto la sua notte di gloria: la sera dell’8 marzo 1971 nel Madison Square Garden in 15 riprese sconfisse ai punti Alì, il suo rivale di sempre. Grazie al suo infinito carisma quest’ultimo era riuscito, a livello psicologico e mass-mediatico, ad invertire i ruoli dello scontro: anche se di fatto egli era lo sfidante, colui che inseguiva il titolo che gli era stato tolto senza alcuna sconfitta sul ring quattro anni prima, alla fine dei conti risultava che era Frazier a inseguire, a cercare di legittimarsi sconfiggendo la fama e poi la persona che gli stava davanti, sempre avanti.  [Continua »]


Dal genitivo latino al “di” italiano

Figli di immigratiNell’Officina di sabato scorso 6 novembre ho fatto un breve escursus di storia della lingua per spiegare come dal genitivo latino si sia passati al “di” italiano per esprimere le stesse funzioni. Tutto dipende dal fatto che la preposizione “di” italiana deriva dalla preposizione de latina, ma in questa nostra preposizione semplice italiana, come nelle ulteriori forme articolate, confluiscono due diverse funzioni espressive delle lingue indoeuropee, attraverso il latino.
In latino infatti esisteva la preposizione de che reggeva il caso ablativo, con la possibilità di esprimere una pluralità di funzioni e di conseguenza di significati. [Continua »]


Report Laboratorio O’Connor ottobre 2011

leggerePrimo appuntamento della stagione con il laboratorio di lettura O’ Connor che, per il secondo anno di fila, abbraccia l’iniziativa Lettori Cercasi della libreria Feltrinelli. Si comincia con un brano da La disobbedienza di Alberto Moravia: la ribellione del giovane Luca che decide di opporsi agli ingranaggi di cui è prigioniero, di strappare i tenaci fili di cui era intessuta la sua esistenza. Ad una prima pagina in cui Moravia astrae le motivazioni che rendono necessaria questa separazione, ne segue una seconda ricca di immagini chiare, nitide: una grossa testa rapata, simile ad una zucca, una corporatura che faceva pensare ai gambi sottili e fragili. [Continua »]