Leggere a scuola Elena Bono

Per quanto riguarda l’insegnamento della Storia della Letteratura italiana nelle scuole medie superiori è da prendere seriamente in considerazione il fatto che manchi un canone a partire dagli autori della seconda metà del Novecento.

Elena BonoDel secolo che si è da poco chiuso alle nostre spalle è ormai consolidata consuetudine scolastica trattare diffusamente Luigi Pirandello, Italo Svevo, i Crepuscolari e i Futuristi, i poeti la cui iscrizione alla comune linea dell’Ermetismo viene sempre più messa in discussione a vantaggio dell’emergere di personalità singole e differenziata, tra le quali, oltre a Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo, si vanno consolidando le figure di Umberto Saba, Giorgio Caproni e Mario Luzi. In questa prospettiva possiamo anche rilevare che la produzione poetica è quella in cui il canone si è venuto delineando con maggiore sicurezza. Diverso è il discorso per la narrativa, nel cui ambito continua ad essere molto forte il rilievo dato al gruppo dei realisti (Corrado Alvaro, Ignazio Silone, Carlo Bernari, Alberto Moravia), degli anticipatori del neorealismo (Cesare Pavese ed Elio Vittoriani) e dei neorealisti (Francesco Jovine, Vasco Pratolini) con la contigua produzione memorialistica, anche a seguito del predominio di un’analisi critica di derivazione storicistico-materialistica di elaborazione gramsciana. Per quanto riguarda i decenni successivi, l’autore che ha più diffusione nell’ambito della scuola è Italo Calvino, soprattutto per la sicura fruibilità di numerosi suoi testi da parte degli adolescenti. Completamente assente è il teatro: dopo Pirandello, non ci sono autori di teatro che vengano presentati abitualmente ai giovani in modo critico e storicizzato; ci possono essere solo occasionali attenzioni per autori i cui testi vengono proposti da compagnie teatrali che fanno degli studenti il loro pubblico d’elezione.

Accanto a queste considerazioni dobbiamo evidenziare la necessità che si debba avviare un discorso critico con forti ricadute anche a livello didattico per far emergere le personalità letterarie che meritano davvero attenzione al di là di quelli che sono stati nei decenni conclusivi del Novecento gli orientamenti critici contingenti, fortemente impregnati di ideologia: questo è ormai un dato culturalmente acquisito. In questa linea di revisione letteraria alla luce di una metodologia di lettura libera e di vera apertura umana e spirituale, ad emergere deve necessariamente essere la figura di Elena Bono, autrice completa, poetessa, narratrice e drammaturga. L’attenzione per la produzione di Elena Bono può avere anche la funzione di colmare quel disinteresse verso la produzione teatrale più recente che la pratica della didattica della Letteratura ha così vistosamente mostrato negli ultimi decenni. Per questo, tra i vari aspetti della produzione di Elena Bono, voglio prendere in considerazione alcuni testi teatrali, anche in base ad esperienze didattiche personali, avendo avuto modo di assistere con i miei studenti a rappresentazioni di opere teatrali di Elena Bono, che, grazie anche all’ottima regia di Daniela Ardini, hanno determinato presa di coscienza e crescita umana e culturale nei giovani. Mi riferisco in particolare ad alcuni testi della Bono in cui le tematiche sono di forte valenza umana e spirituale, come Andrea Doria, ritratto di principe con gatto, Saga di Carlo V e di Francesco I e La grande e la piccola morte.

Sono tutti drammi che prendono spunto dalla storia, da grandi figure che nel passato hanno, pur in modi diversi, dominato la scena del loro tempo. Ma per la Bono la vita non finisce nella storia, nella storia però, nel tempo che a ciascuno è concesso, bisogna fare i conti con l’aldilà, giocarsi l’eternità. È così per Andrea Doria, che quando sente che la sua vita è ormai giunta al termine, capisce che sarà dura per lui cavarsela, dato che ha ben poco da mettere sopra il piatto bianco della bilancia, molto invece su quello nero: le ruberie, i mastrussi, le intese segrete con i pirati e le atroci vendette con le quali ha infierito contro i nemici, in particolare gli odiatissimi Fieschi. Il “nero” che travaglia la sua coscienza si materializza in Dragut, il gatto nero, ingrato e misterioso, che gli riporta nell’immediatezza del presente che precede la morte la sua vita spericolata sui mari, sempre minacciata dal pirata Dragut, e i nemici Fieschi, ancora presenti anche se sterminati col ferro e col fuoco il 2 gennaio 1547, a seguito della fallita congiura e della misteriosa morte del suo capo Gian Luigi.. Nella lacerazione di queste paure che travagliano la sua coscienza, si apre la speranza della misericordia, che l’Ammiraglio esprime con un’invocazione ingenua, ma sincera: Madonna Santa! Messera madre, prega pe’ mi. Solo la Madonna e sua madre Caracosa possono essergli d’aiuto in questo momento in cui il suo passato diventa fardello ingombrante per il suo futuro nell’aldilà. A questo punto il dramma di Andrea Doria, tante volte vittorioso per mare e in terra, dominatore di uomini e di contrade, diventa presa di coscienza del male e dramma del rimorso, illuminato però da una consolante luce di perdono e di redenzione.

Anche gli altri due testi teatrali, Saga di Carlo V e di Francesco I (dramma in sette scene) e La grande e la piccola morte (atto unico) prendono spunto da fatti e personaggi della storia per dare una profonda lezione di vita attraverso un’intensa e appassionata riflessione morale. Con grande abilità letteraria in questi testi l’autrice evoca personaggi storici, li illumina con il fuoco del dramma spirituale che si accende e consuma nei loro animi e ce li offre come occasione di riflessioni di valore eterno e universale.

Il primo testo vede i due sovrani Carlo V e Francesco I nel momento del loro scontro sul terreno dell’Italia, dalla battaglia di Pavia all’incoronazione di Carlo V a Bologna, al sacco di Roma fino alla morte del sovrano spagnolo. Accenni e rapide comparse in scena evocano il momento particolare della storia italiana: l’Italia, grande nelle lettere e nelle arti, vive in una situazione di decadenza politica e sociale, mentre nella Chiesa le luci delle coscienze più sensibili alla necessità di un rinnovamento non riescono a fronteggiare la negatività del Papato. Su questo scenario emerge nella solitudine del suo dramma interiore Carlo V, in particolare nella Scena VI, in cui nel chiostro del monastero dei Geronimiti a Yusta, circa un mese prima della sua morte, dialogando con fra Mansueto, converso giardiniere, rozzo contadino dell’Estremadura, esempio di semplicità di spirito rivelatrice di verità, rivede la sua vita nella prospettiva della fine imminente. Ammette di aver voluto “unificare la terra, sì…ma per il trionfo della nostra santa Fede. Adempiere le parole del nostro Redentore: vi sarà un solo ovile ed un solo pastore che fu già il sogno dei Templari”. Ma deve anche riconoscere quale è stata la realtà del suo agire: “invece io…i compromessi coi luterani…e le cose che non seppi risolvere e quelle che non seppi prevenire…Augusta…Smalcalda, il sacco di Roma…i no…i molti no al Papa”. Questi “no” sono quelli che più tormentano la sua coscienza, anche se è ben sicuro “che era ciò che bisognava fare”. Il dialogo-confessione con fra Mansueto, a cui l’autrice sa dare un linguaggio di grande vigore ed efficacia espressiva attraverso una serie di invenzioni linguistiche che si avvalgono del pastiche e del plurilinguismo, aiuta Carlo a liberarsi progressivamente dai tormenti del suo animo fino a quando l’estrema tensione si scioglie nell’abbandono alla preghiera alla Madonna. La figura di fra Mansueto è di straordinaria vitalità maieutica e di grandissima efficacia scenica, proprio per la sua semplicità di spirito che sa farsi lezione di vita per l’autentica adesione alla verità. Il culmine si raggiunge quando, riferendosi a Carlo, dice: “A esso gli è toccata la mala ventura di nascere re. E che colpa tiene esso, poverello? A tutti poteva toccare”. Queste parole riconciliano Carlo con il suo destino e lo predispongono all’accettazione della morte.

Di grande vigore morale e intellettuale è anche il secondo testo La grande e la piccola morte, per il quale l’autrice prende spunto da una tradizione borgognone secondo cui il 30 maggio 1431 sulla piazza del mercato di Rouen non sarebbe stata arsa Giovanna d’Arco, ma un’altra donna a lei fisicamente simile, condannata come strega e fatta passare per la Pulzella d’Orléans, a cui invece il sovrano e gl’inglesi avrebbero concesso di continuare a vivere, ma non irradiata dalla luce del trionfo e della santità, bensì in una dimessa condizione borghese come sposa di un commerciante. Giovanna si sarebbe così vista negata la “grande morte”, sfolgorante di martirio, e sarebbe stata condannata a morire lentamente nella quotidiana accettazione della caduta del suo sogno. Come ognuno di noi, anche Giovanna non avrebbe visto sgorgare il suo sangue nel martirio, ma avrebbe versato il “sangue dell’anima” giorno dopo giorno, mentre un’altra donna, una vera strega, dedita per vocazione al male assoluto in tutte le sue forme, si sarebbe appropriata della parvenza terrena e del destino storico della santa nel momento supremo della morte per martirio.

Questo atto unico è tutto giocato sullo scontro delle personalità: prima quella di Giovanna con il vescovo Cauchon, finalizzato a mettere in rilievo l’adesione assoluta e incondizionata di un’anima santa al volere di Dio contro gli accomodamenti che si mettono in atto per opportunità politica nella Chiesa; il secondo tra Giovanna, ancora una volta emblema di santità, contro il Male, rappresentato dalla figura della strega, che nella sua tormentata vita ha voluto viverlo in tutte le sue forme fino a quella più perfida della distruzione degli altri, che raggiunge il culmine nell’acquisizione della parvenza terrena della santità di Giovanna.

Sono drammi di grandissima tensione emotiva, che coinvolgono profondamente il lettore, anche grazie all’uso delle immagini, sempre potenti ed efficaci, e alla grande funzionalità espressiva del linguaggio pervaso da una forte ed originale creatività. Tutti hanno il loro punto di forza nello scavo della coscienza, da un lato di chi si è trovato ai vertici del potere impegnato nello scontro e nelle scelte, dall’altro di chi è stata costretta a dover vivere il proprio progetto di santità, non più secondo le sue aspettative, ma incanalato nella strada stretta voluta da altri.

La funzionalità didattica di questi, e degli altri testi teatrali, narrativi i e poetici di Elena Bono, consiste nel mettere i giovani di fronte a valori assoluti, essenzialmente quello del bene rispetto al male, passando attraverso la storia, ma non limitandosi ad un’analisi al suo interno, bensì aprendosi alla dimensione dell’aldilà dell’eterno in cui il bene e il male avranno il loro momento di valutazione, per sempre.