BombaBibbia Report (02/2011)

Gli eroi e le divinità, la sapienza e la perfezione: all’ultimo incontro di BombaBibbia non sono mancati confronti tra come questi temi sono affrontati nella letteratura classica e in quella semitica. Le sorprese non sono mancate.

Il Primo libro di Samuele 31,1-8 racconta la morte di re Saul e suo figlio Gionata sul campo di battaglia. I toni sono quelli dell’eroe tragico che sfida il destino pur sapendo di andare incontro alla morte. Ma la costruzione stessa del brano, per quanto epica, implica un preciso giudizio sulla fine che attende il re abbandonato dal favore divino. Mentre infatti a Gionata, l’amico del re Davide, viene riservata una fine immediata e pulita nella mischia («colpirono a morte Gionata», v.2), quella di Saul è una lunga e solitaria agonia. Perfino la morte  pare sfuggirlo. Prima gli viene negata la consolazione di cadere in uno scontro per spada («gli arcieri lo presero di mira», v.3a), così come gli viene negata una morte immediata («fu ferito gravemente», v.3b). Messo alle strette e terrorizzato dalla possibile cattura supplica lo scudiero di ucciderlo, ma perfino quello gli si nega perché «troppo spaventato» (v.4a). Saul è così costretto a gettarsi sulla propria spada (v.4b). Una fine massimamente solitaria, che ricorda il grido disperato di Nerone allorché non trovò alcuno disposto a porre fine alla sua vita: «Io non ho dunque più né un amico né un nemico?» (Svetonio, Vite dei Cesari, cc. XLVI-XLIX).

A proposito di eroi: qualcun altro, spinto dalla recente visione del film Il Grinta che si apre con una citazione biblica («Il malvagio fugge anche se nessuno lo insegue / mentre il giusto è sicuro come un giovane leone», Prv 28,1), ci porta l’intero capitolo di Proverbi 30. È una raccolta molto eterogenea, che alterna affermazioni di alta poesia a momenti decisamente reazionari. Ecco un assaggio di poesia: le quattro cose che superano l’intelletto del saggio…

«…la via dell’aquila nel cielo,
la via del serpente sulla roccia,
la via della nave in alto mare,
la via dell’uomo in una giovane donna
» (v.19)

Da notare anche qui la sottigliezza della costruzione. Le prime due vie riguardano il mondo della natura (l’aquila, il serpente), le ultime due l’opera dell’uomo (la nave, la copula). L’autore pone in parallelo prima l’aquila che si muove nell’immensità senza limiti del cielo con la nave che si muove nell’altrettanto vasta immensità del mare, poi la via del serpente con l’unione sessuale. Alla nostra malizia l’accostamento inizialmente sfugge, poi si rivela grossolanamente, infine – soltanto se manteniamo le due immagini unite – ne cogliamo la poesia: anche nell’unione fisica si rivela una via misteriosa, un percorso nell’immensità che non necessita di strade.

Animale o uomo, maschio o femmina, ricorda invece il Salmo 90 (89), l’unica distinzione seria è quella tra uomo e Dio. Dio viene caratterizzato con immagini di stabilità imperitura (monti, terra, mondo), l’uomo con l’estrema precarietà: erba, soffio, polvere e perfino… sogno. Un’immagine di potenza shakespeariana:  gli uomini «sono come un sogno al mattino» (v.5)… e cosa è più inconsistente di un sogno, che percepiamo esattamente nel suo sgretolarsi? Dio e uomo: due unità di misura imparagonabili, come chili e litri. Per questo la misura, ovvero il riconoscimento della dimensione di limite/creaturalità, è il solo possibile principio della sapienza:

«Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio!
» (v.12)

Se l’Antico Testamento invita a domandare a questo Dio eterno, durevole e perfetto, di rendere salda l’opera incerta dell’uomo (Sal 90,17), il Vangelo secondo Matteo 5,43-48 introduce una vera e propria rivoluzione nell’idea stessa di “perfezione”. «Voi siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (v.48): ma di che perfezione si sta parlando? Quella di un Padre che «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (v.45). Qui ogni ideale di perfezione olimpica (eccellenza fisica, mentale, morale) viene polverizzata. E perfino le categorie dei vecchi catechismi (onniscienza, onnipotenza, onnipresenza) sono prese in contropiede. La perfezione significa andare oltre la logica di ricambio/contraccambio, gratitudine/ingratitudine, do ut des, unicuique suum e giustizia retributiva. Una vera e propria bomba che non cessa di sconvolgere a distanza di millenni, perché contrario alla nostra natura/cultura più intima. Gesù sa che non sta chiedendo qualcosa da poco e infatti: «…se date il saluto ai vostri fratelli, cosa fate di straordinario?» (v.47). Touché: quindi il rabbi esige che si faccia qualcosa di stra-ordinario. Chiede di far entrare dentro all’ordinarietà qualcosa di esterno all’ordinarietà. Questo tipo di perfezione. E a ben pensarci, tutto sommato, forse era più semplice raggiungere l’eccellenza fisica, mentale, e morale…

Oltre alla perfezione, Siracide 38,24-34 interpella un altro concetto classico: l’otium. Il brano descrive con una precisione ammirevole il lavoro dell’agricoltore, dell’artigiano, del fabbro e del vasaio, per poi concludere che costoro – pur necessari all’edificazione della città – sarebbero smarriti senza il saggio, che nell’otium si dedica allo studio («La sapienza dello scriba sta nel piacere del tempo libero», v.24). Un quadro da Repubblica platonica, eppure il finale pare aprire un’altra prospettiva. Coloro che «confidano nelle proprie mani»

«…non compaiono tra gli autori di proverbi
ma essi consolidano la costruzione del mondo
e il mestiere che fanno è la loro preghiera
» (v.33b-34)

Anche se non ha alcuna attinenza con lo scrutare «la sapienza degli antichi», il lavoro manuale è visto  come prosecuzione dell’opera divina della creazione («consolidano la costruzione del mondo»)… pertanto le loro stesse azioni sono «preghiera»!

Ed è proprio per questo, conclude l’abbacinate schiettezza di Qohelet 31,16-22, che «nulla c’è di meglio per l’uomo che godere delle sue opere, perché questa è la parte che gli spetta» (v.22). Qohelet arriva a questa conclusione considerando la fine comune ai giusti e agli ingiusti, tanto agli uomini quanto alle bestie: tutto ritorna alla polvere. È l’ammonimento del Salmo 90, l’invito a contare i giorni che passano, e a gustarli senza timore, poiché sono «la parte» che spetta all’uomo. Gozzoviglia e carpe diem? Proprio per nulla. La crapula è l’oppio dei disperati che vogliono dimenticare il presente, mentre godere e conservarsi capaci di godere  è proprio di chi al presente vuole dare pienezza e renderlo memorabile. I massimi livelli di piacere si possono sperimentare solo consolidando la fiducia nel futuro: «…che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro, anche questo è dono di Dio» (Qo 3,13).