di
Antonio Spadaro -
pubblicato il 15 Agosto 2011
Prendiamola larga: in un giorno assolato d’agosto (l’11 per la precisione), di quelli nei quali si fa fatica a trovare “notizie”, Dario Fertilio, giornalista, scrive sul Corriere della Sera un articolo dal titolo “Le troppe conversioni postume“, nel quale riprende il tema della lettura cristiana degli scrittori. La questione è semplice: è possibile etichettare scrittori come “cristiani” separandoli dai “materialisti” e ad essi contrapponendoli, magari facendo questa operazione “post mortem”? La risposta a una domanda simile è chiara: no. No, se si tratta di una etichetta.
Il vero problema è un altro. Il problema è che nella nostra Italia culturale nel momento in cui si parla di religioso e di fede, si pensa subito all’ “etichetta” e non al contributo culturale, a un approccio di lettura capace di illuminare meglio il testo insieme ad altri approcci critici. Tutto sembra potersi dire di uno scrittore tranne che parlarne “teologicamente” perché questo equivarrebbe ad etichettarlo, annetterselo. Questo tic sembra tipicamente italiano. Ora, proprio lo scorso giugno si è tenuto a Londra un convegno dal titolo “The Power of the Word: Poetry, Theology and Life” organizzata presso la University of London e l’Institute of English Studies. Un convegno del genere in Italia sarebbe stato possibile? Un autore apprezzato cin Francia come Jean Pierre Jossua da noi che stima avrebbe fuori dalle sacristie?
Ha ragione, ha ragione Fertilio a dire che il cattolicesimo o il cristianesimo non può essere una etichetta. Fa bene a ricordarlo e condivido il suo discorso. La fede è una apertura che apre a una considerazione delle parole e dei fatti umani non un recinto chiuso che distingue “noi” da “loro”. Se così fosse la fede sarebbe ridotta a ideologia. Dunque sono d’accordo col discorso di Fertilio. Il mio problema è un altro, cioè il fastidioso tic di ridurre l’approccio teologico alla letteratura all’etichettatura e all’annessione. Questa è a sua volta ideologia oltre che, peggio ancora, miopia. Possiamo criticare questo o quel discorso critico ma non si può perciò ridurre la lettura teologia a lettura ideologica. Il rischio è l’illiberalità, la restrizione dei metodi di lettura, la rarefazione del testo letterario in un territorio intangibile non solo da parte della teologia ma anche della sociologia, dai discorsi sul genere, forse persino dalla linguistica. Se stiamo parlando dunque di combattere il riduzionismo bene, ma qui è in gioco ben altro.
Soprattutto perché in questo genere di critiche che Fertilio ponessi considera il discorso letterario solamente dalla parte del testo e dello scrittore, nulla vien detto della coscienza del lettore. Non possiamo ridurre la lettura teologica di un testo letterario a una sorta di setaccio dogmatico o di adesione dello scrittore a una fede più o meno esplicita, come sembra fare Fertilio. Suvvia, questa è ingenuità! [Continua »]