Anfore

Sei tornato a casa con due vasi comperati all’edicola.
Sembrano anfore ma troncate dove più si distende il grano, il vino.

Sembrano le anfore dei quadri
che hai dipinto da ragazzo. In silenzio le hai posate
sul tavolo, con calma, sicurezza. Un gesto definitivo.
“Vado a dormire” hai detto.
E ho seguito la tua testa bianca sparire alla curva delle scale
presagio di quella curva del tempo
dove il tempo si distende e non c’è risacca, suono.

Solo il correre confuso di amore sulle rive.

(Ida Vallerugo)


Intervista a Michele Lobaccaro [Radiodervish]

Un professore di Scienze delle Comunicazioni presso il seminario di Molfetta insegnò a me studente di non utilizzare mai aggettivi superlativi per giudicare la qualità di un disco, di un film o di un libro. In questo caso devo fare un’eccezione, dimenticando quanto appreso sui banchi di scuola e in una città nota per un vescovo che sconvolse la vita di molti, non solo quella dei cristiani. Il monsignore è Don Tonino Bello, il disco è “Un’ala di riserva. Messa laica per Don Tonino Bello” di Michele Lobaccaro, leader e fondatore dei Radiodervish.

L’album annota, tra le tante, le collaborazioni di Franco Battiato e di Caparezza, cresimato da Don Tonino Bello (lo rivela Lobaccaro nell’intervista). Un disco bellissimo, struggente, universale, liturgico ed eucaristico, come scrive Michele nella presentazione della sua opera musicale: “Questa messa laica e sparsa segue le indicazioni desunte nelle numerose riflessioni elaborate dalla stesso do Tonino sulla liturgia eucaristica. Una chiave per me utile è stata l’idea, più volte sostenuta dal vescovo di Molfetta, che la messa dovrebbe metterci in crisi ogni volta e che ci dovrebbe scaraventare fuori, allontanarci dalla ripetizione del già visto per orientarci verso l’inedito. Perché, come scriveva don Tonino, La pace è finita, andate a messa. Ché se vai a messa è finita la tua pace”. [Continua »]


I libri del ritorno

afternoon-readingVale la pena di rileggere i libri già letti? È questo ciò di cui ho recentemente discusso con un’amica, alla quale confessavo la mia cedevolezza alla rilettura dei libri. Piccolo peccato culturale che lei non approvava in virtù della sproporzione esistente fra brevità della vita e numero dei libri pubblicati: con tutti i romanzi, sillogi poetiche, saggi editi ogni anno come si fa ad avere il tempo di riprendere in mano il già letto? La ragionevolezza di questa constatazione mi ha scosso ma non ha rimosso quel senso di tepore e familiarità che il contatto con un libro amico suscita. Certo, per godersi questo tepore il contatto deve essere raro e cogente come quello del nostos ulissiaco a Itaca, deve sopraggiungere dopo aver navigato nella propria curiositas, deve sorprenderti dopo l’insediamento del nuovo, deve farti sostare sulla spiaggia della memoria e allenarti a una partenza. Non può essere un rifugio che impedisce la conoscenza, ma una reminescenza che la consolida. [Continua »]


The Tree of Life: come una battaglia

"The tree of life", posterIl giorno stesso dell’uscita in Italia del film The tree of life ho deciso di andare al cinema a vederlo. E’ un capolavoro? Non lo è? Come se fosse importante etichettarlo o meno come tale. Più importante è quello che dice allo spettatore che vi si paragona sinceramente, cosa che vale con qualsiasi forma d’arte, sia le arti visive, che quelle letterarie o musicali. Per questo siamo tutti dei “critici”.
Quello che posso dire è che si tratta di un film che cerca di andare al cuore della domanda del cuore dell’uomo (la ripetizione è voluta). Perchè c’è il dolore, cosa ci faccio io qui in questo mondo, che legame ha la mia breve ed effimera vita con la storia dell’universo, esiste un Dio?
La cosa che ho portato a casa da questa visione è l’idea, secondo me dominante nel film, per cui in qualche modo misterioso la tua piccola vita possiede un legame con tutta la storia che ti ha preceduto e tutta quella che verrà dopo di te. E questo salva ogni istante che vivi. Il tuo dolore e la tua vita non sono un cortocircuito della natura senza senso. Nel film sono presenti almeno due lunghissime sequenze in cui si susseguono immagini della nascita dell’universo, di fenomeni naturali magnificenti, sole, vento, ghiaccio, tornado, lo spazio, i dinosauri perfino (con il rischio di apparire un’esagerazione). [Continua »]


Emotionally Bob

(il presente testo – quasi un “report poetico” del concerto milanese di Bob Dylan – ci è offerto dall’amico FRANCESCO ZIPPEL, che ringraziamo)

Mercoledì sera un uomo con un cappello si è goffamente issato sul palco dell’Alcatraz, un piccolo ma glorioso club musicale milanese.
Accanto a sé aveva una band dal look southern, di quelle che si possono notare facilmente nelle foto delle antiche sale di registrazione di Nashville. Le luci erano basse ma il pubblico era già in visibilio. Giovanissimi cultori e stagionati coetanei dell’uomo dal cappello da cowboy si sono mescolati fin da un paio di ore prima del concerto. C’era chi lo aveva visto 25 volte o forse più ma anche chi, assoluto neofita, sperava di ascoltare quel classico ‘come lo cantava una volta’. C’era chi quasi si augurava di assistere a un concerto terribile perchè anche quando lui è terribile e latrante riesce ad essere immenso. C’era chi voleva vederlo almeno una volta ‘perchè comunque inizia pure lui ad avere settanta anni’.
Poi il momento è arrivato, lui si è accomodato al centro del palco e ha iniziato a offrirsi al pubblico del club con una generosità e un entusiasmo inconsueti. [Continua »]

Ogni cosa alla sua stagione

In Ogni cosa alla sua stagione (Einaudi, 2010), Enzo Bianchi distilla sottile sapienza esistenziale, offrendoci di condividere questo suo tempo di maturità piena, nel quale la sovrabbondanza dell’esperienza si amalgama perfettamente con la tensione verso l’essenzialità. Il libro è ricchissimo di stimoli alla riflessione, all’indagine su se stessi e sul proprio modo di rapportarsi con il mondo. Ad inizio anno, ha stazionato per settimane ai primi posti delle classifiche di vendite: ennesimo, singolare (e consolante) paradosso di un Paese di cui le cronache spicciole di questi tempi raccontano un’inquietante inclinazione alla superficialità, alla volgarità, al degrado morale. [Continua »]

Malafede, un romanzo sulla felicità

Se c’è una parola oggi ancora capace di metterci in crisi è proprio quella: “felicità”. Colonna sonora dell’ottimismo anni Ottanta – chi non ricorda il tormentone di Al Bano e Romina Power? – la felicità pare essersi esaurita con il boom economico. Per evitare vuoti di governo emotivo, la si è subito rimpiazzata con un sinonimo meno impegnativo, il re fantoccio “benessere”. Dopo di che basta evitare accuratamente la fatale domanda (“Ma io, io sono felice?”). E tanti saluti ad Aristotele, all’eudamonia e a tutto il resto. Perché se il male è, per molti, forse l’ultima oscura certezza, cosa significa invece l’imprevedibilità dell’essere felici? e cosa implica desiderarlo, volerlo, osare perfino esserlo?
La domanda se l’è posta lo scrittore Maurizio Cotrona in un romanzo che sembra un ossimoro fin dal titolo – Malafede (Lantana, 2011, pp. 188, € 15) – e che invece è solo il nome di un confortevole quartiere di provincia, ancora fresco di costruzione e ribattezzato “Giardino di Roma”. A Malafede abita anche una giovane coppia, Giordano e Vittoria, originari di Taranto ma obbligati a stabilirsi nella capitale dal lavoro in ministero di lui. Il che ha naturalmente un prezzo [Continua »]